politica interna
25/5/2009 - Questa volta si fa sul serio: rimpatrio immediato
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Questa volta si fa sul serio. Anziché la consueta ammissione in un centro di accoglienza sul suolo italiano, agli immigrati stipati su alcuni barconi è toccato il respingimento verso il paese di partenza, la Libia: ad un rimpatrio spesso solo teorico si sostituisce la certezza di un ritorno immediato.
Certo è difficile gioire allo spettacolo di imbarcazioni cariche di povera gente rimandata al porto di partenza. Possiamo immaginare la disperazione di chi ha rischiato la vita e impegnato una parte consistente del patrimonio familiare per tentare la traversata sino alle nostre coste. Questa dolorosa vicenda può però essere l’occasione per una riflessione su alcune questioni di fondo trascurate da chi è assorbito dal contingente della polemica politica nazionale.
Cominciamo
Cominciamo
col puntualizzare che in ultima istanza i governi rappresentativi rispondono del loro operato agli elettori. Questo implica che, entro alcuni ragionevoli limiti, debbano difenderne gli interessi: non è un questo mondo ideale, ma è l’unico che abbiamo; il senso di colpa derivante dal crogiolarsi nel nostro cinismo è alleviato dalla constatazione che chi ha troppo inseguito la perfezione nella società, si è poi spesso macchiato dei crimini più orribili.
Quali sono questi interessi nazionali? È ingenuo pensare esista una convenienza univoca riguardo all’immigrazione di lavoratori stranieri; esistono diversi tipi di immigranti e diverse categorie socio-economiche di nativi: i lavoratori, se spiazzati da una concorrenza aggiuntiva, tenderanno ad subire un danno; opposta di regola la posizione delle imprese e dei consumatori, ma anche di altri lavoratori per i quali la manodopera immigrata potrebbe rivelarsi un fattore produttivo complementare e quindi vantaggioso.
È tuttavia palese che un interesse diffuso nei paesi che ricevono immigrazione è quello ad una certa selezione degli immigranti. L’immigrante ideale si distingue infatti per capacità lavorativa ed altre caratteristiche, quali età e salute, ma anzitutto per la propensione a procurarsi da vivere onestamente. Qui si tratta però di clandestini, il cui inserimento nel mercato del lavoro potrebbe essere faticoso: molti magari destinati alla carriera criminale (per disperazione, ma anche per scelta); hanno oltretutto scelto di affidarsi ad organizzazioni illegali per l'ingresso in Italia.Questo è un allarme che tocca da vicino molti italiani, in particolare i più deboli (poveri, anziani, donne, giovani) che per maggiore vulnerabilità e anche maggiore contiguità corrono i rischi maggiori. Il discorso vale a fortiori per gli stranieri che già abitano nel nostro paese: non solo essi sono più esposti a subire reati, ma vengono anche, specie se della stessa origine di chi ne commette, ingiustamente lesi nella reputazione.
L
’inefficace contrasto alla criminalità è una delle ragioni per le quali l’opinione pubblica desidera filtrare l’immigrazione, specie clandestina e da certe aree: fermare certi arrivi può essere insomma un meno efficiente surrogato alla lotta diretta al crimine. Non basta: un paese ricco è già di per sé appetibile obiettivo per le attività illecite. Se a questo si aggiunge l’immagine di scarsa determinazione nel combatterle, si genera un nocivo effetto-richiamo proprio per i peggio intenzionati, questo suscita a sua volta esasperazione nel paese di accoglimento, che si riverbera anche sulla grande maggioranza degli stranieri, completamente innocente ed anzi soggetta come e più della popolazione autoctona ai medesimi comportamenti predatori.
Si ravvisa qui un’analogia con il lassismo nel controllo delle frontiere e delle permanenze irregolari: apparire il ventre molle dell’Unione Europea rischia di concentrare sulle nostre frontiere una proporzione crescente di aspiranti clandestini e con essi l’azione dei clan malavitosi che ne organizzano l’arrivo.
Una delle priorità è quindi una migliore lotta all’illegalità, che passi non solo per un indurimento di pene e procedure ove queste risultino di scarsa deterrenza, ma anche uno sveltimento dell’azione giudiziaria. Se lo Stato abdica ad una delle sue funzioni di base, la difesa dei beni e soprattutto dell'incolumità dei cittadini, mina alla base quel patto per il quale questi rinunciano all'esercizio della forza, delegando la tutela dei propri interessi fondamentali: difesa della proprietà ed ancor più dell’incolumità personale.
Emerge una questione generale: qual è la concezione che si deve avere della serietà della legge? Se si pensa che sia un male non accogliere gli stranieri perché ne hanno bisogno, non sarebbe meglio abolire direttamente le quote? Di fatto anche chi auspica maggiore apertura preferisce invece che si passi attraverso una farraginosa trafila burocratica inefficientemente finalizzata al rimpatrio. Si desidera elargire una sorta di contentino agli elettori, dando loro in pasto della severità teorica. Questo però equivale ad incitare i potenziali immigrati a quella sorta di roulette russa che è la traversata del Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, come dire “se superi i primi pericoli e metti piede qui, poi è fatta”.
Il fatto che spesso sia il legislatore stesso a cercare scappatoie, costringendosi poi ad una maggiore severità di facciata per la stessa logica delle grida manzoniane, è una costante anche in altri ambiti: da qui non solo le sanatorie per le immigrazioni, ma anche indulti e amnistie giudiziari, colpi di spugna fiscali, condoni edilizi. Non è tollerabile che il “chi ha avuto ha avuto ha avuto” diventi un sorta di incivile motto nazionale.
Potremmo anche fare considerazioni che travalicano l’ambito di una singola normativa nazionale. Cominciamo con il diritto d’asilo: l’Italia è stata accusata di non aver voluto garantirne l’esercizio a chi ne aveva i requisiti. Non intendo qui discuterne dal punto di vista giuridico, non solo perché non rientra nelle mie competenze, ma anche perché ritengo più interessante guardare alla sostanza.
Anzitutto, è fondamentale tenere presente che molto spesso tra la condizione di profugo economico e quella di profugo politico la linea di demarcazione è spesso evanescente: i paesi nei quali è diffusa la povertà non sono normalmente templi di tolleranza liberale, ma soprattutto una molti dei primi hanno tutto l’interesse a rientrare nella seconda categoria. Da questa semplice constatazione non si può prescindere: bisogna quindi tentare di separare l’aspetto della salvezza personale da quello della convenienza sul piano del reddito.
L’intera costruzione concettuale del diritto d’asilo risale ad un mondo molto differente; oggi la quota di umanità che vive in regimi ove i diritti umani sono negati è tale da travolgere la possibilità pratica di accoglimento; questo, ricordiamolo soprattutto a chi non sente l’esigenza di adoperarsi per agevolare il controllo delle nascite nei paesi ove questo è ancora poco diffuso, soprattutto per via dell’esplosione demografica nel terzo mondo, causata da una fecondità restata a lungo su livelli molto elevati, in stridente contrasto col repentino calo della mortalità. La già ricordata coincidenza con la diffusione della povertà suggerisce perdipiù che non si tratti di accoglimenti temporanei – il tempo necessario perché una dittatura crolli – bensì di durata pressoché indefinita. E in effetti l’esplosione della popolazione nel Terzo mondo è importante causa strutturale non solo di emigrazione e povertà, ma probabilmente anche dell’alto livello di aggressività sia all’interno delle singole società sia tra le nazioni; per tacere della gravosa ipoteca che un tale livello fa incombere sulla possibilità per il nostro pianeta di dare cibo e – si spera – anche benessere a tutti i suoi abitanti.
Già questo fa riflettere sul pulpito dal quale vengono alcune delle polemiche. Ma non è tutto: l’ONU si preoccupa per le garanzie dei diritti in Libia, ma non era questa la nazione eletta nel 2003 alla presidenza della commissione per i diritti umani? La Chiesa fa sentire la propria voce in favore dell’accoglienza di chi ha diritto all’asilo politico, ma il Vaticano non è esattamente in prima fila nel criticare i regimi che li violano: a volte pare anzi particolarmente indulgente con molti dittatori di turno che con le democrazie.
Non si capisce poi perché queste debbano limitarsi a raccogliere i cocci delle dittature, tentando di salvare quelli che riescono a fuggire. Non alzare un dito (a volte neppure una protesta seria) contro di esse ha un che di pilatesco: il dovere della solidarietà scatta solo nei confini nazionali ad esclusivo beneficio di una minoranza di fortunati. Qualsiasi intervento attivo rischia invece di venire bollato come intrusione neo-colonialista; nella coscienza delle democrazie brucia ancora il rimorso per l’inazione in Ruanda, bissata dall’incapacità di fermare le stragi in Sudan.
Questo formalismo ha la sua ragion d’essere nella prevenzione di una spirale incontrollata di conflittualità internazionale causata dall’interventismo umanitario; vi sono probabilmente anche motivi meno nobili, quali il desiderio di andare d’accordo con chi controlla risorse energetiche e minerarie, e non andare a impegolarsi in guai evitabili.
Anche in ottica egoistica, bisogna però considerare che molte tirannie costituiscono un costo per gli stati sui quali che riversano i propri esuli politici, veri o presunti: oltre che sanguinari e cleptocratici, sono spesso anche sponsor del terrorismo o comunque dell’aggressività internazionale. Un buon motivo per contrastarli attivamente, e tenere a mente che organizzazioni internazionali come l’Onu non sono in maggioranza costituiti da democrazie.
Si possono inoltre ipotizzare dei costi legati alla presenza in sé dei rifugiati: il loro accoglimento richiede infatti investimenti e sussidi; in secondo luogo perché il dovere di permetterne l’ingresso costituisce un vincolo rispetto ad una più libera politica di selezione degli ingressi.
Vi è poi la questione più importante, ma anche più generale, che riguarda le conseguenze a lungo termine del formarsi di comunità straniere nel territorio nazionale.
Nell’immediato la preoccupazione è evitare che i nuovi arrivi si traducano in un’iniezione di violenza e disperazione nella società. Oltre ad un certo grado (a mio parere spesso sovrastimato) di ineluttabilità, nell’immigrazione vi sono naturalmente anche diversi aspetti positivi: molto dipende dalla composizione di questa. Ma bisogna prendere atto che l’incidenza del fenomeno è inaudita: si può pensare con un sorriso amaro di quanto abbia oramai superato le soglie che gli aperturisti inizialmente chiamavano “terroristiche”, con riferimento alle stime più allarmate sulla presenza straniera. Bene, questo fenomeno innesca trasformazioni ricche di conseguenze difficilmente governabili. Possiamo ricordare tutte le incertezze legate alla seconda generazione, normalmente più esposta al degrado di sottoculture giovanili orientate alla violenza verso gli altri ed alla distruzione di sé: questo per un concorso di cause, tra le quali la debolezza del prestigio genitoriale, il sovrapporsi di differenti modelli culturali, la consapevolezza di un divario sociale oscurato nei padri dalla soddisfazione per i progressi compiuti alle condizioni originarie. Estremamente pericoloso, ma difficilmente evitabile, il formarsi di una cristallizzazione etnica che rifletta anche un divisione di reddito e di status: questo non solo per l’agire del pregiudizio e di altri fenomeni di irrazionalità, ma anche per l’instaurarsi di meccanismi economici di una logica cristallina quanto perversa
[1]
. Eppure chi mette in rilievo i vantaggi dell’immigrazione dà implicitamente per scontato che si tratti di una manodopera di serie B, destinata a rimanere tale anche in futuro: un semi-schiavismo sociale che può determinare gravi conseguenze. L’ombra minacciosa del radicalismo islamico, una delle minacce più gravi dei prossimi decenni (il fatto che ancora non si siano usate armi NBCR negli attentati tende a ridimensionare l’allarme rispetto ai pericoli potenziali), conferisce maggiore gravità al quadro, aggiungendo controindicazioni particolari per gli immigrati di fede musulmana (in realtà, per alcuni di essi: ma è difficile il controllo sui singoli, e soprattutto prevedere il comportamento delle seconde generazioni).
Anche la strada della discriminazione positiva, che consiste di incentivi alle minoranze ed è spesso invocata dai sostenitori della mano pubblica, ha le sue robuste controindicazioni. Queste sussistono anche per chi non ritenga che la burocratizzazione crei più problemi di quanti non ne risolva (a maggior ragione questo vale per l’onnipresenza dello Stato nel sociale).I privilegi a determinati gruppi causano risentimento nella maggioranza (anzitutto negli esclusi, spesso i più poveri; ma anche nei contribuenti), e ancor peggio spingono i singoli a dividersi per gruppi per cercarvi protezione. Non solo si scatenerebbe una gara ad accaparrarsi trattamenti preferenziali, ma si aggraverebbe una spaccatura foriera di divisioni e violenze: il caso francese insegna, ma in Gran Bretagna, Olanda ed altri paesi di immigrazione più antica la situazione non è molto meno preoccupante.
Chi auspica più immigrazione per sostenere uno Stato sociale indebolito dall’invecchiamento progressivo delle popolazioni ricche, dovrebbe riflettere se questo non equivarrà a chiedere agli immigrati e ai loro figli di sacrificarsi a favore di generazioni di anziani che non è quella dei loro progenitori. Per contro, la generosità dei benefici immediati costituisce un elemento di richiamo per chi è intenzionato a sfruttarli: è ad esempio possibile richiamare parenti anziani, far prendere loro la residenza, chiedere un sussidio per essi e poi rimandarli segretamente nel paese di origine, continuando però ad intascarlo.
Arriviamo così ad una questione di principio centrale: quella della multi-culturalità. Berlusconi ha dichiarato di non volerla per l’Italia (
sub specie
di multi-etnicità), nel solco della tradizione di molta destra. Larghi settori della sinistra e del mondo cattolico per contro esultano all’idea della società meticcia, multi-razziale e, ovviamente, multi-culturale (non mi soffermo sull’ovvia constatazione che in ambedue gli schieramenti esistano invece esponenti pieni di buonsenso).
Mettiamoci però da un punto di vista liberale, per il quale depositari dei diritti sono i singoli, e non i gruppi (se non eventualmente come mero strumento per soddisfare i primi). Sia l’impostazione identitaria dei tradizionalisti sia quella, simmetrica, degli aperturisti – che invocano la difesa di quell’identità culturale così spesso menzionata sia nei testi legislativi che nel conformismo sociologico – costituiscono un obbrobrio. Mettere l’accento sulle culture anziché sulla libertà di scelta equivale a forzare gli individui ad irreggimentarvisi – quando non si arriva all’eccesso che esistano incentivi per arruolarsi in qualche minoranza. Non si capisce perché – e questo vale in particolare per gli eredi dei movimenti che decenni fa hanno lottato per le libertà individuali contro un presunto conformismo borghese – si debba oggi guardare con servilismo plumbei costumi feudali se questi hanno una matrice esotica. Il pregiudizio anti-consumistico fa spesso velo alla serenità di giudizio, e questi paiono la quintessenza del progresso nel nome del discutibile principio “il nemico del mio nemico è mio amico”.
Discorso speculare per quei settori della destra che perseguono l’ideale dell’omogeneità culturale, se non anche etnica. Dimenticando magari che anche le culture, e persino i gruppi biologici, evolvono: con grande scorno di chi, con terrore della libertà e del cambiamento, si aggrappa ad una concezione tribale della vita associata.
Esprimere timori riguardo l’immigrazione incontrollata può dipendere non dal desiderio di surgelare il mondo, o il proprio paesello, qual è oggi (o meglio, qual era ieri), ma semplicemente di perseguire il benessere di chi ci vive e
a fortiori
di chi ci vivrà.
www.furcht.it/andrea.htm
.
[1]
Su questo si veda: Guido Ortona,
Economia del comportamento xenofobo
, UTET, Torino, 2001
Andrea Furcht
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