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politica internazionale

29/10/2009 - Terrorismo jihadista e minimizzazione del pericolo                    stampa stampa invia invia

Terrorismo jihadista e minimizzazione del pericolo

L’esplosione del 12 ottobre 2009 alla caserma Perrucchetti di Milano ha un enorme valore simbolico: si tratta del primo attentato kamikaze sul suolo italiano.
 
Il breve intervento di Gino Rigoldi sul Corriere della Sera del 15 ottobre è paradigmatico della sottovalutazione nei confronti di questo fenomeno.
 
Partiamo dalla sua affermazione che “troppi atteggiamenti [riguardo la comunità islamica] di politici, di amministratori e di cittadini ammaestrati da cattivi maestri sono ingiusti, immorali e pericolosi”.
Discriminare gli individui in quanto tali per l’appartenenza a gruppi, specialmente se questa si deve alla nascita e non ad una libera scelta, è sicuramente ingiusto; bisogna essere estremamente prudenti nello stigmatizzare categorie intere, ponendo sempre mente ai torti che si possono arrecare ad innocenti: condivisibile quindi anche la definizione di “immorale”, peraltro già implicata dall’ingiustizia. Il pregiudizio comporta inoltre un notevole rischio di errori di valutazione, quindi di regola è anche contro gli interessi di chi ne è fuorviato[1]: da questo punto di vista, oltre che nel senso evocato da Rigoldi[2], può essere anche considerato “pericoloso”.
 
Vi sono tuttavia circostanze nelle quali la politica deve agire, in particolare quando occorre scongiurare eventi avversi di portata anche catastrofica: nel farlo, deve a volte tener conto del fatto che in alcune collettività esistono orientamenti diffusi.
 
Andiamo con ordine: vanno anzitutto considerati i principali inconvenienti relativi all’immigrazione in generale. Primo tra questi, quello di alimentare fin da subito la microcriminalità; ancor più preoccupante poi la prospettiva di formare sacche di sottoculture violente specialmente tra figli e nipoti di chi è venuto a stabilirsi da noi. Naturalmente a questo vanno contrapposti i vantaggi che può trarne una società in corso di rapido invecchiamento come la nostra, che non sono tuttavia così scontati come sostenuto da molti fautori dell’immigrazione.
Se non si è accecati dal pregiudizio (non necessariamente quello ostile, ne esiste anche uno favorevole) è facile concludere che la presenza straniera non costituisce un blocco indistinto. Severità e soprattutto efficienza nella repressione dell’illegalità aiuteranno soprattutto la maggioranza degli immigrati. Non solamente la loro reputazione non verrà indebitamente infangata per colpa delle malefatte di alcuni compatrioti, ma essi stessi saranno direttamente difesi: il crimine ha nel mirino anzitutto chi contiguo per residenza, età[3] ed etnia[4].
 
Non è tutto: bisogna prendere in considerazione anche i problemi intrinsecamente legati alla componente musulmana. Il campanello d’allarme della Perrucchetti è passato quasi inosservato anche perché non ci sono stati morti: l’abitudine è chiudere la stalla sono quando i buoi sono scappati. C’è però anche dell’altro: nell’informazione e tra gli specialisti esiste una diffusa tendenza alla minimizzazione[5].
 
A questo proposito mi è dispiaciuto leggere nell’intervento di un demografo del calibro di Massimo Livi Bacci una palese sottovalutazione del pericolo del terrorismo islamico[6].
Si consideri anche come Albanese commenta la crocefissione di sette cristiani in Sudan: da una parte non risparmia critiche (la cui assenza sarebbe tuttavia suonata decisamente allarmante) al regime criminale di Khartoum, dall’altra però spiega questi scontri con la guerra per il petrolio tra Occidente e Cina[7]. Benché questo sia un piano di analisi possibile, il ricorso a questo schema mentale ha soprattutto una funzione assolutoria verso il fanatismo religioso: riconduce infatti queste mostruosità nell’alveo più familiare (perlomeno per i terzomondisti) delle masse povere ostaggio dei giochi di super-potenze e multi-nazionali.
 
Continuiamo con una seconda affermazione di Rigoldi: “Il suicidio (…) è una scelta grave (…) che è pericoloso liquidare con una generica affermazione di fanatismo. Il libico potrebbe aver coltivato un rancore sordo verso una nazione che tratta lui e tutti i suoi connazionali con diffidenza e disprezzo. Forse le condizioni economiche molto precarie, una famiglia pesante con dei figli ai quali non poteva assicurare un futuro dignitoso possono aver logorato le difese e convogliato la frustrazione verso la violenza o forse altri motivi ancora...”.
Cosa è necessario fare allora, preparare un ambiente per gli stranieri nel quale non possano verificarsi sconfitte esistenziali, pena la violenza omicida? C’è veramente da credere che questo disegno sia realistico, e che – qualora la ricetta fosse a base di welfare e garanzie economiche e sociali – questo non comporti nel nostro territorio un afflusso sempre maggiore di individui meramente attratti dai sussidi? Molti musulmani potrebbero inoltre avere ragioni addizionali per trovarsi male nel nostro paese, proprio a causa della tensione non solo tra religioni e culture diverse[8], ma tra radicalismo islamico e quei valori di libertà che dal secondo dopoguerra caratterizzano l’intero Occidente. Occorre forse attenuare questo disagio tollerando nicchie di arcaismo violento nella nostra vita associata?
 
Ma soprattutto: come mai se la vita non è generosa con un groenlandese od un melanesiano questi si dispera e se proprio le cose vanno nel peggiore dei modi uccide sé stesso o un'altra persona? Perché non progetta un massacro? E perché, se massacro – anche solo progettato – fosse, si parla di esito prevedibile di un percorso umano difficoltoso, rischiando di farlo assurgere al rango se non di legittima difesa perlomeno di comprensibile[9] reazione? È lampante vi sia qualche problema peculiare con una vasta componente immigratoria, quella musulmana, nella quale più peso che in altre hanno estremismo politico, oppressione della libertà individuale, intolleranza religiosa, razzismo, tentazioni stragiste[10].
 
Può ben darsi che alcuni politici europei traggano vantaggio dal timore per immigrazione, criminalità e terrorismo. Trovo tuttavia molto grave che si indulga alla retorica accreditando l’ipotesi si tratti di psicosi collettiva, magari pilotata ad arte[11], per screditare la prevenzione di pericoli che in realtà sono tutt’altro che di fantasia. In realtà quei politici interpretano preoccupazioni dei cittadini che sono fondate; che poi spesso lo facciano rispecchiando la rozzezza di toni ed analisi di molta opinione pubblica è altro discorso.
 
Se su un milione circa di islamici presenti in Italia[12] anche solo uno su mille può diventare un terrorista, ed un 1% costituire l’area di fiancheggiamento, avremo mille terroristi e diecimila simpatizzanti: quanto basta perché nei prossimi anni una terribile ondata di sangue si riversi sulle nostre città. Non è questione di normale devianza sociale: siamo di fronte ad attentati che si inquadrano in una sorta di offensiva mondiale, anche se non coordinati operativamente. Inadeguato quindi trattarli come una somma di singoli atti individuali.
 
Impossibile chiudere occhi ed orecchie e far finta che non esista un problema specifico: ce lo ricordano osservatori coraggiosi come Bat Ye’or[13], che in Eurabia punta il dito verso l’atteggiamento da volonterosi zerbini che parte rilevante delle élites europee ha tenuto negli ultimi decenni nei confronti dell’estremismo medio-orientale; in una recente intervista ribadisce la sua tesi riguardo i rischi che l’Europa corre per via dell’immigrazione islamica[14]. Non si dimentichi il grande peso numerico che già oggi questa popolazione ha in Europa, e la prospettiva che arrivi al 20% entro pochi decenni[15], sconvolgendo ulteriormente gli equilibri del continente[16].
 
Non basta la prospettiva di una larga presenza di frange pervase da odio etnico, fanatismo religioso, e nichilismo omicida nelle periferie urbane europee: prima o poi il terrorismo potrebbe orientarsi verso armi più letali[17], fino ad arrivare ad ordigni chimici o radioattivi – se non anche nucleari o batteriologici, al di fuori però della portata perlomeno degli improvvisatori. Come si farà a combattere questo terrorismo, se potrà avvalersi di una nebulosa di elementi dai quali ricevere appoggio, e dell’omertà di strati ancora più estesi di popolazione?
 
Gli ottimisti rispondono: diffondiamo benessere, puntiamo sull’integrazione e – in certo contrasto con i due punti precedenti – preserviamo la specificità culturale delle comunità straniere[18]. Una motivazione, quella dell’estraneità ai valori occidentali, alla base anche di entusiastiche quanto acritiche esaltazioni per la “società multi-etnica e multi-culturale”, intesa spesso in senso anti-occidentale quando non apertamente pauperistico: l’immigrato povero del terzo mondo sembra ad alcuni una sorta di modello umano per le popolazioni del “Nord del mondo” (espressione in voga negli ambienti terzomondisti) involgarite dall’“opulenza” (idem), piuttosto che più realisticamente un individuo che persegue il benessere, avendo il più delle volte come traguardo la deliziosa corruzione della popolazione ospitante.
 
La strada dell’accoglienza è certo più attraente da un punto di vista di principio: essere nato in un’altra nazione, appartenere ad un'altra religione, non fanno certo decadere dalla condizione di essere umano e quindi nostro consimile[19], e possibile futuro concittadino esemplare[20].
 
Ma se non si alza la guardia è solo questione di tempo: non basterà il servilismo in politica internazionale[21] che ha caratterizzato l’azione di molti governi europei negli ultimi decenni; e neppure l’adozione di una sconfinata mitezza[22] in politica interna che ci renda una sorta di Eden non solo per l’immigrazione ma anche per l’illegalità. Anzi, la mancanza di controlli, unita a quella ancora più pericolosa di dignità nazionale, può galvanizzare ulteriormente chi coltivi disegni di odio sostenuti dal disprezzo[23]. Se non si vuole optare per una politica migratoria per gruppi che può essere odiosa, va prestata la massima attenzione a prevenzione e repressione: questo, specie in un futuro di maggiori tensioni[24] e potenzialità distruttive a disposizione del singolo attentatore. Questo però è difficilmente compatibile col legare le mani a chi difende la sopravvivenza della collettività: in questo senso agiscono un livello esasperatamente alto di difesa della privacy rispetto a controlli preventivi e di garanzie per gli indagati e i condannati.
 
Certo, sarà sia giusto sia opportuno non frustrare la buona volontà di coloro i quali intendono scegliere la via della civile convivenza, del riconoscimento del diritto di chiunque ad essere differente da quanto i dogmi vorrebbero imporre, finché almeno non mette in pericolo la libera scelta altrui; in questo, il richiamo di Rigoldi è da accogliere.
Non si commetta tuttavia l’errore madornale di perseguire la politica dell’appeasement con le dittature del Medio oriente e, anche all’interno dei nostri confini, con gli sterminatori per odio religioso. La cultura della libertà e del rispetto deve penetrare non solo in chi vive nella nostra società ma anche nei paesi d’origine. Urgente quindi controllare le moschee, chi le frequenta, e quanto vi viene predicato[25]. Soprattutto, non si lascino i musulmani preda dei più violenti tra i loro correligionari[26], ispirati dal connubio tra una tradizione arcaica e i peggiori cascami del Novecento europeo.
 
D’altra parte l’Occidente non può aspettarsi altro che una tregua momentanea, perché il solo fatto che il nostro modo di vivere esista è intollerabile per quei fanatici. Libertà e felicità personale sono infatti nemiche mortali del radicalismo islamico: il contagioso esempio dell’affrancamento dalla superstizione e dal pregiudizio, dell’autodeterminazione in particolare di giovani e donne, dell’autonomia dal controllo familiare e comunitario, della gioia di vivere godendo la propria libertà personale può rivelarsi esiziale per quella plumbea ideologia di morte e sopraffazione[27]. L’Islam ha bisogno di un proprio Illuminismo, che potrebbe prendere alcune sfumature dalla parte migliore (ve ne furono di pessime) del ’68 europeo.
 
Proprio dal mondo islamico viene una speranza per il futuro: non solo dai molti irreprensibili lavoratori che contribuiscono all’economia del nostro continente, o dal più esiguo numero di coloro che osano prendere posizione contro l’incubo jihadista che tanti lutti ha portato anche alle popolazioni musulmane stesse (per tutti basti ricordare il caso algerino). Ma soprattutto da quanto succede in alcuni di questi paesi: primo tra essi l’Iran, che pur guidato da un governo tra i maggiori avversari della pace nel mondo, ha dato l’esempio di come i giovani possano rischiare il carcere, la tortura e la propria vita per un ideale di progresso.
 
Vi sono stati italiani, anch’essi soprattutto giovani, che hanno saputo sacrificarsi per la libertà ed il progresso nel Risorgimento e – insieme a molti loro coetanei di altre nazioni – nella Resistenza. Forse siamo ancora a tempo, oggi potrebbe bastare molto meno: ma sapremo trovare un po’ di coraggio politico ed intellettuale? Riusciremo a convincerci di essere in grado di debellare questa nuova barbarie?
 
Ai nostri giorni l’ideale civico nel nostro paese sembra purtroppo essere quello del mediatore pieno di bonomia. Winston Churchill invece ammoniva: “An appeaser is one who feeds a crocodile, hoping it will eat him last”.
Beate quelle nazioni che nei momenti decisivi della loro storia hanno trovato eroi.
 
Bibliografia
 
·        Alessandra Arachi. Idea buona, difficile realizzarla (intervista a Massimo Livi Bacci). Corriere della Sera, 18 ottobre 2009
·        Fondazione Camis de Fonseca. Il terrorista è un poveraccio
·        Richard Dawkins. L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere. Arnoldo Mondadori, Milano, 2007 (or. The God Delusion. 2007)
·        Luigi De Marchi. Il rapporto tra Occidente ed Islam. Radio Radicale, 26 aprile 2002
·        Andrea Furcht. Razzismo e statistica: osservazioni sul pregiudizio
·        Andrea Furcht. Demografia, immigrazione, delinquenza, terrorismo islamico: i luoghi comuni del terzomondismo
·        Li’l Abner, sito ufficiale. http://www.lil-abner.com/. Pagina dedicata agli Shmoo: http://www.lil-abner.com/shmoo.html
·        Malainformazione.it. Ohibò, il terrorista è un poveraccio
·        Adrian Michaels. Muslim Europe: the demographic time bomb transforming our continent. Daily telegraph, 8 agosto 2009
·        Adrian Michaels. A fifth of European Union will be Muslim by 2050. Daily telegraph, 8 agosto 2009
·        Lao Petrilli. La scrittrice Bat Ye’or:«Stop agli immigrati o l’Europa sarà loro» (intervista a Gisele Littman). ilTempo.it
·        Gino Rigoldi. L’attentato e i nuovi no alla moschea. Corriere della Sera, 15 ottobre 2009
·        Giovanni Sartori. Pluralismo, multiculturalismo e estranei saggio sulla società multietnica. Rizzoli, Milano, 2000, 2002
·        Gian Guido Vecchi. «Elementi jihadisti presenti nel paese» (intervista a Giulio Albanese). Corriere della Sera, 16 ottobre 2009
·        Bat Ye’or. Eurabia Come l'Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita. Lindau, Torino, 2007 (ed. or. Eurabia: The Euro-Arab Axis, 2005, Fairleigh Dickinson University Press)
 
www.furcht.it/andrea.htm


[1] A meno che non occorra decidere in modo molto rapido, o che non si tratti di questioni rilevanti: si veda Razzismo e statistica: osservazioni sul pregiudizio.
[2] Che pensa al rischio di inimicarsi intere leve di futuri concittadini: “Sento che ci stiamo allevando come nemici decine di migliaia di giovani ormai italiani o lombardi i quali hanno diritto al rispetto”.
[3] Un discorso analogo va fatto per la repressione della criminalità giovanile: i primi guadagnarci sarebbero proprio i giovani, obiettivi privilegiati dei peggiori tra i propri coetanei.
[4] Il luogo comune ottocentesco, purtroppo duro a morire, che delinquere contenga una sorta di componente di ribellione all’ingiustizia non tiene conto del fatto che vittime preferenziali sono i deboli (ancora gli stranieri ed i giovanissimi, cui si aggiungono le donne, gli anziani e più in generale i poveri) in quanto tali, proprio perché hanno minori possibilità di difesa.
[5] Puntuale la denuncia di Malainformazione.it (cfr. anche la pagina dedicata dalla Fondazione Camis de Fonseca).
[6]Pensa che l’idea di equiparare il ruolo degli islamici anche nelle scuole sia una giusta via per l’integrazione? Non c’è pe­ricolo di eccessi di integralismo per que­sta popolazione di islamici che sono già di seconda generazione e si avviano rapi­damente alla terza?
«Non credo sia l’integralismo il proble­ma
» .
Eppure il terrorista che ha buttato la bomba a Milano era un immigrato di se­conda generazione, apparentemente ben integrato...
«Esistono gli squilibrati anche nel­­l’Islam. L’integrazione non c’entra nulla»”
[7] “Padre Giulio Albanese, fondatore dell' agenzia Misna e direttore della rivista Popoli e Missione, ne è convinto: «Al fondo si sta combattendo una guerra, sulla pelle della povera gente, per l' oro nero. Il Sud del Sudan galleggia sul petrolio»”.
[8] Che possono portare anche a quella “mancanza di rispetto” da parte degli italiani cui accennava (cfr. nota 2). Siamo però sicuri non succeda l’inverso, in un numero anche maggiore di occasioni?
[9] Paghiamo così la cultura dell’indulgenza verso il terrorismo colpevolmente promossa dall’Europa,
oggetto dell’analisi di Eurabia.
[10] Il radicalismo islamico non si manifesta solo con il terrorismo, ma anche con la repressione dell’autonomia dei singoli, persino per quanto riguarda l’autonoma scelta del coniuge: si pensi in particolare alle sfere familiare e sessuale, con le relative conseguenze per i figli, le donne, gli omosessuali. Discorso che vale anche sul piano collettivo con l’avversione che spesso si colora apertamente di razzismo nei confronti degli ebrei e – particolarmente ove siano minoranza – i cristiani, quando non anche nei confronti di altre confessioni islamiche.
[11] Va in questa direzione l’allusione di Rigoldi ai “cittadini ammaestrati da cattivi maestri”. Trovo sorprendente non consideri possa trattarsi di reazioni spontanee.
[12] Stima prudente: Livi Bacci, nell’intervista citata, indica una cifra, ad oggi, tra un milione ed un milione e mezzo.
[13] Pseudonimo di Giselle Littman.
[14] In generale tento di rifuggire dalle spiegazioni in chiave cospiratoria, e questo vale anche per la tesi di Bat Ye’or che attribuisce la massiccia presenza islamica in Europa ad una sorta di disegno preordinato.
[15] Si legga l’intervento di Michaels sul Daily Telegraph che titola definendo demographic time bomb questa presenza. Il riferimento quantitativo è a A fifth of European Union will be Muslim by 2050, dello stesso autore.
[16] Non si tratta ovviamente di un giudizio verso i singoli, soprattutto dal punto di vista umano. Una presenza così ampia pone tuttavia un preciso problema politico, specie in concomitanza con una campagna di jihad di portata planetaria. Possiamo pensare a due precedenti relativi alla Seconda guerra mondiale: da una parte il caso dei residenti di origine italiana, tedesca o giapponese negli Stati Uniti (perlomeno verso gli ultimi furono presi provvedimenti oggi ritenuti eccessivi), dall’altra quello dei tedeschi dei Sudeti, entusiastici sostenitori dell’occupazione nazista.
[17] Rimando a quanto contenuto in Demografia, immigrazione, delinquenza, terrorismo islamico: i luoghi comuni del terzomondismo, §3 punto c con relative note.
[18] Non si tratta di una battaglia in favore della libertà e del rispetto per lo straniero: sono autonomia e dignità del singolo a dover essere tutelati, e non evanescenti entità collettive come “l’identità culturale”. Inseguire ciecamente i diritti porta così a perdere di vista la loro funzione, quella della promozione del benessere personale, smarrendosi dietro a fumose chimere quali la difesa de “le culture” o dei “diritti dei popoli”.
Discorso speculare nei confronti di chi strenuamente difende le “radici” italiane od europee: il motivo per il quale desidero ci si batta per libertà e democrazia non è che fanno parte del nostro patrimonio storico, ma perché le trovo apprezzabili in sé stesse. Penserei la stessa cosa anche se fossero state appena importate da una qualsivoglia civiltà esterna.
[19] Non è necessaria la morale religiosa: uno dei più nobili perorazioni della fratellanza di tutte le genti è La ginestra, monumento del pensiero laico e testamento spirituale di Leopardi.
[20] Sempre in linea di principio sarebbe ideale, in un futuro nel quale questo fosse realizzabile, un mondo non più organizzato su base nazionale (ed a fortiori etnica). Qualcuno potrebbe sommessamente aggiungere anche “e senza religioni”, dal momento che spesso fungono da elemento di ulteriore divisione (ne ragiona ad es. Dawkins, p.256).
[21] Destinato ad accentuarsi con la presenza di estese comunità musulmane, specialmente qualora esse godano del diritto di voto. Su questo vedi un accenno in Michaels e più diffusamente Bat Ye’or in Eurabia.
[22] Modello “Shmoo” potrei aggiungere per chi ha dimestichezza con i fumetti d’epoca. Cito dalla pagina dedicata a questi immaginari animaletti altruisti sino al devoto sacrificio di sé: “The Shmoo first appeared in the strip in August 1948. According to Shmoo legend, the lovable creature laid eggs, gave milk and died of sheer esctasy when looked at with hunger. The Shmoo loved to be eaten and tasted like any food desired. Anything that delighted people delighted a Shmoo. Fry a Shmoo and it came out chicken. Broil it and it came out steak. Shmoo eyes made terrific suspender buttons. The hide of the Shmoo if cut thin made fine leather and if cut thick made the best lumber. Shmoo whiskers made splendid toothpicks. The Shmoo satisfied all the world's wants. You could never run out of Shmoon (plural of Shmoo) because they multiplied at such an incredible rate. The Shmoo believed that the only way to happiness was to bring happiness to others”. Il diavolo però fa le pentole e non i coperchi: “Ironically, the lovable and selfless Shmoos ultimately brought misery to humankind because people with a limitless supply of self-sacrificing Shmoos stopped working and society broke down. Seen at first as a boon to humankind, they were ultimately hunted down and exterminated to preserve the status quo”.
[23] Che si nutre dell’arrendevolezza altrui: Hitler chiamò “vermi” coloro che a Monaco gli regalarono la Cecoslovacchia.
[24] Che dovrebbero seguire l’estendersi della componente islamica, e la probabile deriva violenta di una significativa componente delle seconde e terze generazioni.
[25] Rigoldi si scaglia contro le “logore argomentazioni” per non aprirne di nuove, ma non spende una parola per il contrasto attivo all’integralismo. Anche l’omissione può essere ingiusta, immorale e, soprattutto, pericolosa.
[26] Molto negativa, da questo punto di vista, la divisione della società in potenti corporazioni etniche con licenza di controllo dei singoli che ne fanno parte (su questo si veda soprattutto Sartori).
[27] Questa l’idea di Luigi De Marchi (si veda la bibliografia).


Andrea Furcht



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