Quando nel '74 si chiese aiuto al Fondo

di Giorgio La Malfa - 08/11/2011 - Economia
Quando nel '74 si chiese aiuto al Fondo

 

Oggi come allora l'intervento del Fondo monetario produce effetti sulla vita politica italiana; ma ora la situazione è diversana perché c'è un ministro dell'Economia che non condivide le scelte del Premier.

 

Non è la prima volta che un intervento del Fondo monetario con il suo corollario di polemiche su sovranità limitata, monitoraggio e commissariamento produce effetti diretti sulla vita politica italiana. Nel febbraio del '74 una lettera d'intenti firmata dal governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, al Fondo portò alle dimissioni del ministro del Tesoro dell'epoca, Ugo La Malfa durante il “governo Rumor”. A ricordarlo è il figlio Giorgio La Malfa, economista, oggi parlamentare del gruppo misto e più volte ministro (da ultimo delle Politiche Comunitarie).

 

“La crisi di governo -ricorda La Malfa- fu innescata dal fatto che il governatore Carli aveva portato a Roma, dopo averla negoziata con il Fondo monetario, il testo di una lettera di intenti per ottenere una linea di credito stand by pari a un miliardo di diritti speciali di prelievo. Ma in Consiglio dei ministri il socialista Antonio Giolitti, ministro del Bilancio, disse che le condizioni poste dal Fondo e inserite nella lettera erano da considerarsi inaccettabili”. “Giolitti, aggiunge sempre La Malfa, chiese a Carli di ritornare a Washington e rinegoziare una lettera su basi meno penalizzanti ma a quel punto mio padre spiegò che si sarebbe trattato di un atto di sfiducia nei confronti del governatore e soprattutto del ministro del Tesoro che aveva dettato quelle scelte, quindi si dimise”.

 

Analogie con la situazione presente? “Quella lettera assomiglia molto alla lettera della Bce di agosto -dice La Malfa- ma oggi la situazione è diversa, c'è un ministro dell'Economia che non condivide le scelte del Premier. Un Premier che è un uomo disperato che non ha la forza per cacciarlo via ma che non sa cos'è il Fondo monetario, lo scambia per una società di certificazione, non se ne è mai occupato, uno spettacolo, tutto sommato, desolante”.

 

Erano comunque altri tempi: allora l'intervento del Fondo monetario non serviva a finanziare il debito pubblico ma a sostenere bilance dei pagamenti appesantite dalla bolletta energetica. La crisi italiana del '74 era appunto una crisi del genere. Misure radicali furono introdotte, come il deposito infruttifero del 50% sugli investimenti all'estero per bloccare la fuga dei capitali. Il saldo passivo aveva superato i 5200 miliardi di lire ossia il 4,7% del Pil. Nasceva da quella situazione la richiesta al Fondo della linea stand by e, nell'agosto dello stesso anno, la Bundesbank concesse 2 miliardi di dollari all'Italia a fronte di un deposito a garanzia della Banca d'Italia (ma la vulgata vuole che un negoziato parallelo avesse previsto nel pacchetto anche la fuga dal “Celio” dell'ex nazista Kappler).

 

Nel dicembre, sempre del '74, l'Italia ottenne infine dalla Cee un prestito di 1,4 miliardi di dollari. “A quel punto, ricorda La Malfa, il governo era un bicolore Dc Pri guidato da Aldo Moro che mise sotto controllo i fondamentali dell'economia mentre il dibattito sul deficit si giocava tutto tra i socialisti che volevano politiche espansive con un deficit di 7mila miliardi di lire e i repubblicani un deficit di 5mila miliardi”.

 

Possiamo fare tesoro di quelle difficoltà? “Allora c'era la Lira, spiega La Malfa, avevamo gli strumenti classici per quelle situazioni: inflazione e svalutazione, ma oggi non abbiamo strumenti,c'è solo la dolce follia dell'euro senza governance e senza Stato che è la causa della situazione attuale come ho spiegato in un libro del 2000 dal titolo 'L'Europa legata', preso poco sul serio da economisti come Giavazzi e Tabellini”.  

Intervista di Gerardo Pelosi a Giorgio La pubblicata su Il Sole 24 Ore del 7 novembre 2011

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