Il primo grande accordo globale

di Paolo Savona - 03/04/2009 - Economia
Il primo grande accordo globale
Tra i rumori di una piazza che sa solo ciò che non vuole – e non la vuole con la violenza – ma non ha idea di come risolvere i problemi del mondo, il G20, il Gruppo dei venti grandi della terra, si è riunito a Londra per trovare un accordo sul da farsi. Questo incontro è stato preceduto da una simultanea battaglia “di piazza” tra i protagonisti, meno cruenta nei fatti, ma non nei toni. In questa situazione difficile, ma non seria, si sono fronteggiate due correnti politiche unite dalla comune volontà di chiedere di più, ma non la stessa cosa: alcuni più spesa e altri più regole. Tra i seguaci di una maggiore spesa vi era chi, con a capo Obama, riteneva indifferente che ciascuno procedesse per suo conto e chi, come Gordon Brown, che chiedeva invece una comune iniziativa internazionale; all’interno di questa potente corrente politica vi era però chi avrebbe voluto destinare la maggior parte della spesa a sostegno dell’attività produttiva, come Hu Jintao, e chi al sociale, come Berlusconi. Tra i seguaci di maggiori regole, capeggiati dal duo europeo Sarkozy e Merkel, il fronte si presentava più compatto; il ministro delle finanze tedesco, Peer Steinbrueck, ha fatto da portavoce affermando che: “Il messaggio principale che deve uscire da questo vertice è che nessun prodotto finanziario, nessun partecipante al mercato e nessun mercato finanziario può restare senza regolamentazione e supervisione”. Il lettore dovrà portare pazienza nel districarsi tra le diversità di  posizioni assunte dai venti Capi di Stato, ma è quello che gli impone la realtà delle relazioni internazionali.

Queste varie correnti politiche si sono collocate su una comune bisettrice che fa parlare di successo del Summit di Londra e, una volta conosciuti i dettagli di come il Fondo monetario internazionale userà le risorse ricevute, apre le speranze per un futuro meno fosco. Su tutto emerge la valutazione che gli Stati hanno già stanziato 5 mila mld di dollari che porterebbe lo sviluppo globale su tassi di crescita nell’ordine del 4%. E’ forse inutile aggiungere che, per l’Italia, ciò equivarrebbe a una manna dal cielo!

Il consenso su una linea comune internazionale è stato raggiunto assegnando all’OCSE di Parigi il compito di redigere una lista nera dei paradisi fiscali e alla trasformazione del Foro per la stabilità finanziaria guidato da Mario Draghi in un’istituzione permanente che, salvi più precisi chiarimenti, avrà il compito di attuare una regolamentazione più stretta degli hedge fund, delle agenzie di rating e degli stipendi e bonus dei banchieri, nonché contribuire a stabilire i modi in cui le banche verranno aiutate a ripulire su basi comuni i titoli tossici in portafoglio.

Non è mancata una piccola apertura al tema più conflittuale, quello di spostare sui diritti speciali di prelievo, la “moneta” del Fondo monetario internazionale, l’onere dei finanziamenti degli squilibri nelle bilance estere di parte corrente. L’accordo prevede che 250 milioni di dollari delle risorse previste provengano da una nuova creazione di diritti speciali. Non è l’accantonamento del dollaro come moneta di riserva internazionale, ma un parente stretto di questa decisione, che gli Stati Uniti molto difficilmente accetteranno. La proposta era stata avanzata dal governatore della Banca Centrale del Popolo di Cina, Zhou Xiaochuan, e aveva trovato riscontro, tramite un portavoce, nella delegazione russa. Per raggiungere questo obiettivo occorre che maturi una comune coscienza geopolitica, alla cui formazione si dovrebbero dedicare i Capi di Stato. Un’interpretazione positiva delle decisioni del G20 di Londra indurrebbe a credere che essi abbiamo quanto meno tracciato, non certo intrapreso, questo itinerario.

In tutta questa bagarre la Banca centrale europea ha annunciato poco prima che uscisse il comunicato del Summit, forse per ribadire la sua autonomia di giudizio, la riduzione di 25 cent di punto dei tassi ufficiali. La decisione era stata preceduta il giorno prima dall’annuncio dell’intenzione di vendere 35,5 tonnellate di oro, rastrellando preziosa liquidità dal mercato. Nessuno ha sottolineato questa implicazione. Sarebbe il caso che la BCE spiegasse il perché intende farlo e se si prefigge di compensare l’operazione con un’equivalente iniezione di liquidità per altri canali. Altrimenti avrebbe iniziato una restrizione creditizia prima ancora che la crisi sia stata superata.

da Il Messaggero del 3 aprile 2009
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