Affrontare le cause e non gli effetti

di Paolo Savona - 10/08/2007 - Economia
Affrontare le cause e non gli effetti
In presenza di un ingente debito pubblico non esiste né tesoro, né tesoretto, ma solo il dovere morale di chiedere alla generazione presente di non spostare oneri sulle generazioni future, che già faticano a farsi avanti nella vita. Lo Stato si appropria annualmente di metà del nostro reddito, per giunta al lordo del capitale usato per produrlo, ma non sembra appagato da siffatta performance. E’ ancora alla ricerca di altre fonti di prelievo e ora appunta i suoi appetiti sulle riserve auree della Banca d’Italia, mantenendo sullo sfondo delle sue voglie anche le rendite finanziarie, ovviamente sempre in nome dell’equità sociale.
 
Noi manteniamo le riserve sull’efficacia delle politiche redistributive che, dati alla mano, non funzionano in assenza di una concorrenza capace di calmierare i prezzi. E’ di pochi giorni la conclusione di un accordo per un aumento minimo delle pensioni minime e già si preannuncia l’aumento del prezzo del pane, delle tariffe ferroviarie e di altri “beni collettivi” e di consumo. Si additano i petrolieri come responsabili di un divario di prezzo pari a 7,5 centesimi di euro rispetto ai produttori europei e si dimentica che l’incidenza delle tasse sul prezzo della benzina è del 65%, con un divario medio ben più ampio rispetto agli Stati europei. L’ENI, dove lo Stato italiano “conta”, ha provveduto a un ritocco del prezzo su invito del Ministro per le attività produttive e non per pressioni della concorrenza, l’unica abilitata a farlo in un’economia di mercato.
 
Da noi, come peraltro altrove, esistono problemi importanti e problemi seri. Il debito pubblico è un problema che richiede d’essere affrontato seriamente e, per fare ciò occorre che il Governo disponga una gestione delle proprie ricchezze facendo confluire alcune delle proprie attività rinunciando ai privilegi che vi sono appiccicati. Esistono programmi in tal senso; uno di questi è del prof. Guarino, illustre cattedratico, già Ministro dell’industria. Se a questo fine dovesse farsi confluire anche una parte delle riserve auree senza portarle a copertura di nuova spesa pubblica, si potrebbe anche concordare con Banca d’Italia e BCE una soluzione che sia in linea con la stabilità monetaria e non contrasti con la natura delle riserve ufficiali. Ma porre il problema come un diritto del Governo a proporlo e del Parlamento ad approvarlo appare incauto. Le riserve auree sono state accumulate stampando carta moneta e se, nelle attuali istituzioni monetarie europee, si dovessero rivendere, si distruggerebbe base monetaria denominata in euro. Qualcosa nella proposta non funziona.
 
Ma non è questo il problema. Il collega Antonio Martino ha giustamente scritto che se il raggiungimento della pressione fiscale al 50% del PIL e, aggiungiamo, di un debito pubblico che lo sorpassa fosse stato causato dall’attuazione di infrastrutture sarebbe stato anche tollerabile, ma esso è andato alla spesa corrente nell’illusione che le politiche redistributive fossero sostitutive e socialmente più eque delle politiche di sviluppo. Lo Stato non deve distribuire pesci, ma canne da pesca!
E’ di questo che stiamo discutendo o di come procurarsi nuovi fondi per continuare ad andare avanti come sempre? Ci piacerebbe assistere, anche sotto a un ombrellone, a un dibattito di più ampio respiro.  
da Il Messaggero dell'otto agosto 2007
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