Non c'è un solo modo per affrontare la crisi e lo sviluppo

di Paolo Savona - 12/04/2012 - Economia
Non c'è un solo modo per affrontare la crisi e lo sviluppo

PANORAMA ECONOMY - 18 aprile 2012

 

Le analisi e i commenti degli osservatori stranieri si basano spesso su un errore diffuso in tutta Europa: pensare che si possa essere governati da un pensiero unico, quello tedesco.

 

La stampa italiana accoglie sempre più di frequente commenti di osservatori stranieri sulla nostra situazione economica. È senz'altro un buon segno, dato che testimonia la natura di società aperta e di economia di mercato del nostro Paese. Tuttavia queste analisi usano non di rado lenti di lettura della realtà proprie di sistemi economici profondamente diversi, ripetendo errori oggi così diffusi in Europa: ritenere che tutti i Paesi possano essere governati da un pensiero unico.

L'idea che vi sia un solo modo per affrontare la competizione mondiale non muove dalle condizioni esistenti, ma poggia sull'«urgenza di evitare il baratro», evitato il quale se ne paventa subito un altro nel timore che l'uscita dalla crisi o la sola percezione d'essere uscendo impedisca di attuare «le riforme»; questo è il nuovo grande mito della politica per una nuova prosperità, che alcuni vendono in più moneta e più tasse e altri in più spesa pubblica, senza calcolare, forse neanche sapere, dove le due politiche conducano, date le condizioni di base delle economie.

Per sottrarsi ai tentativi di imporci un pensiero unico il modo non è certo quello di smettete di accogliere il pensiero di illustri commentatori esteri, ma di dare risposte da parte italiana alle diagnosi e terapie che non si adattano alle condizioni oggettive della nostra economia e alla nostra cultura. Non sempre, tuttavia, gli osservatori stranieri calano i loro giudizi su terre sconosciute.

Kenneth Rogoff, noto per essere stato un bravo economista al Fini e alla Fed di Washington, ricorda agli europei, e quindi agli italiani, che l'eurozona non è un'area monetaria ottimale e, quindi, non può essere oggetto di una politica unica, alla tedesca; cita Bob Mundell, il Nobel che meglio di tutti ha approfondito il trattamento di queste aree difettose, nonché James Meade, che ha sottolineato quanto sia indispensabile il libero movimento della forza lavoro per correggere gli effetti negativi della non ottimalità, e Peter Kenen, che ha sostenuto l'indispensabilità della flessibilità dei cambi per assorbire gli shock esterni, e Maurice Obstfeld, il quale ha sottolineato «che, oltre ai trasferimenti fiscali, un'unione monetaria richiede regole chiare per il prestatore di ultima istanza».

Tutte cose che mancano nell'euroarea inducendo Rogoff a dire che «L'Europa potrebbe non diventare mai un'area valutaria ottima, sulla base di qualsiasi standard»; e conclude che «senza un'ulteriore integrazione politica ed economica, che forse potrebbe non includere tutti gli attuali membri della zona euro, l'euro potrebbe addirittura non farcela, anche entro la fine di questa decade».

Il mercato dei contratti derivati scommette sulla validità di questa analisi e delle relative conclusioni, rialzando lo spread Btp-Bund e siamo, come suol dirsi, da capo a dodici! Per esso conta poco la solidità della realtà italiana sottostante, fatta da milioni di piccole imprese piene di difetti, ma solide, e da milioni di famiglie capaci di sacrificarsi per il bene del Paese, che non abbiamo saputo vendere adeguatamente, cospargendosi il capo di cenere.

Il governo dei tecnici ritiene che non vi sia alternativa all'allineamento al pensiero unico, nonostante l'Europa abbia perso la rotta originaria di pace e di benessere da raggiungere con l'unione politica e non con l'espropriazione delle sovranità nazionali. La politica dell'attuale governo scarta qualsiasi delle tre vie europee alternative indicate da Rogoff e colleghi (piena mobilità del lavoro, spesa pubblica compensativa o flessibilità dei cambi) e sposa la via delle riforme e della deflazione, che non può ovviare alla non ottimalità dell'euroarea, ma solo aggravarla.