America e Cina: attenti a quei due

di Paolo Savona - 21/01/2011 - Economia
America e Cina: attenti a quei due

Il viaggio di Hu Jintao a Washington ha riacceso i fari sulle relazioni incompiute tra Cina e Stati Uniti, senza pervenire però ad accrescere la loro visibilità. A tutti è chiaro che la Cina è una potenza emersa più che emergente: il reddito complessivo ha scavalcato quello del Giappone, collocandosi subito dietro quello americano, la crescita reale continua a tassi di incremento tripli rispetto ai Paesi industrializzati, gli armamenti sono in pieno sviluppo e l'influenza nelle scelte mondiali è in crescendo. Tuttavia il reddito pro-capite della Cina è ancora molto arretrato, pari a un sesto di quello degli Stati Uniti, e il suo futuro politico è ancora tutto da scrivere. L'inflazione, che ha superato il 5% in media con punte massime nei prezzi delle abitazioni, è oggi il suo grande problema sociale.

Tra le tante interpretazioni date sulle relazioni tra i due Paesi solo un aspetto converge: essi sono legati da comuni interessi economici, ma in conflitto sulle strategie geopolitiche. Gli Stati Uniti hanno acceso un grosso debito con la Cina, il cui rimborso dipende dal buon andamento dello sviluppo delle rispettive economie; anche se non volessero, sono costretti a collaborare. Questo intreccio economico contrasta con la leadership che gli Stati Uniti intendono mantenere, ma che la Cina dichiara di non volere insidiare, ma solo calmierare. Il contrasto politico è inevitabile, anche perché il nazionalismo è un vincolo sempre più forte posto sui governanti dai cittadini della sponda cinese del Pacifico e sempre meno sentito da quelli della sponda opposta.

Sotto la spinta del capitalismo americano e del rifiuto degli Stati Uniti di riformare il sistema monetario internazionale rinunciando alla centralità del dollaro, la Cina è entrata prepotentemente negli scambi mondiali quintuplicando la propria quota delle esportazioni. Ma ha armato le mani dell'avversario con un volume di riserve ufficiali equivalente a circa 2.700 mld di dollari (di cui quasi tre quarti tenuti in questa moneta). Con essi la Cina va alla conquista di quote rilevanti di beni e di finanza di base, accrescendo la sua influenza geopolitica sulle sorti del mondo. I due Paesi marciano quindi affiancati, sostenendosi economicamente, ma spiandosi e provocandosi a vicenda. Nessuno può interferire in questo strano rapporto: non può l'“odiato" Giappone (a causa della ormai vecchia invasione del territorio cinese), perché interessato a mantenere buoni e fruttuosi rapporti economici con la Cina; l'Unione Europea, perché non riesce a esprimere una leadership geopolitica comune adeguata ai tempi e sta entrando anch'essa nelle condizioni debitorie in cui versano gli Stati Uniti, per le sue esitazioni nel voler rafforzare il fondo di stabilizzazione finanziario e la sua insistenza nel cercare politiche deflazionistiche, che chiama di "ortodossia fiscale".

Lo stato dei rapporti Cina-Stati Uniti sembra però limitarsi al problema della sopravalutazione dello yuan rispetto al dollaro, dell'embargo su taluni armamenti e dei diritti umani; questi ultimi sono parte di un'agenda interna agli Stati Uniti, ma sono privi di una reale consistenza in quella cinese. Che lo yuan sia sopravalutato è chiaro anche alla dirigenza cinese, ma essa ha le mani legate dalla dipendenza di molte esportazioni e quote di occupazione dal rincaro dei prezzi in dollari che si avrebbe in caso di rivalutazione; non vuole perciò correre rischi e prosegue con pazienza il tira e molla con l'amministrazione americana. Peggio per gli Stati Uniti che, uscendo volontariamente, dall'Accordo di Bretton Woods, hanno omesso di aggiungere una clausola al sistema di libero scambio del Wto che l'adesione comporta l'uso di un unico regime di cambio. D'altronde gli Stati Uniti non possono negare che la domanda interna americana sia in eccesso e che il debito estero sia ancora in espansione a causa delle loro politiche di sostegno pubblico alla crescita produttiva e di creazione di dollari. La Cina inoltre non può rinunciare alla crescita degli armamenti finché gli Stati Uniti e tutto il mondo ancora danno importanza a questo fattore di potenza geopolitica.

La filosofia cinese sostiene che le forze contrapposte (yin e yang) sono tra loro interconnesse e, anzi, ritiene che possano esistere solo intrattenendo strette relazioni che portano a oscillazioni periodiche del loro peso, ma senza alterazioni permanenti. Forse è il caso degli Stati Uniti con la Cina. Noi dobbiamo solo augurarcelo per il bene di tutti, ma qualche preoccupazione l'abbiamo, pur senza coltivarla.

da Il Messaggero del 20 gennaio

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