Appunti dì viaggio da un'America comunque formidabile

di Paolo Savona - 12/05/2011 - Economia
Appunti dì viaggio da un'America comunque formidabile

Mancavo dagli Stati Uniti dall'inizio della crisi finanziaria. Una lunga vacanza che testimonia la diversa gravitazione dei miei interessi di viaggio, come penso di altri, sotto la spinta dei mutamenti dei baricentri geopolitici. Nulla è cambiato oltre Atlantico: l’efficienza è ancora in crescita grazie anche al largo uso dell’informatica. Gli americani sono capaci di regolare ogni aspetto della loro vita interna, ma non i tassisti. In aeroporto un incaricato consegna un foglio sul quale appone il prezzo della corsa in taxi: all’arrivo, tuttavia, la trattativa è sempre la stessa; la tariffa richiesta è di un buon 50 per cento superiore a quella indicata, con la pretesa di una mancia suggerita nell’ordine del 15-18 per cento, secondo le nuove consuetudini “inflazionate” (prima era infatti il 12 per cento). Ciò testimonia che è quasi inutile stabilire norme fondate su basi oggettive, se i comportamenti non seguono. Credo che sia un problema per tutti, particolarmente importante per il nostro paese, dove non c’è episodio che non solleciti il varo di norme da cui nascono complicazioni per la vita delle persone per bene. Lo stesso problema riguarda l’Unione europea: aumentano i regolamenti comunitari, ma non cambiano i comportamenti nazionali.

I negozi sono nuovamente affollati. I prodotti appaiono però di minore qualità, forse per la larga presenza di importazioni a basso costo dai paesi emergenti. La vera differenza sta nei prezzi, che sono più elevati del passato. Nei tre anni di crisi sono cresciuti complessivamente di circa il 6 per cento. Tutti lavorano duramente per recuperare il potere di acquisto perduto e, per quanto è dato capire, le opportunità di lavoro si sono riaperte, ma non nell’industria e nei servizi avanzati, dove la specializzazione richiesta è sempre più elevata e l’aumento della produttività abbassa l’offerta di lavoro.


La sanità che cannibalizza il lavoro

Il presidente Barack Obama si va impegnando per garantire assistenza sanitaria e accrescere le opportunità di impiego, ma il gioco appare a somma zero: la prima infatti cannibalizza le seconde. Per evitare ciò, va facendo quello che ha già fatto l’Italia: aumenta il debito pubblico. Esiste tuttavia una profonda differenza: gli Stati Uniti emettono titoli nella moneta che creano, il dollaro, e quindi possono sempre rimborsarli. Noi non possiamo più farlo, avendo optato per l’euro. Non è imprudente affermare che questa politica aumenterà ancor più l’inflazione, sconfessando il detto secondo cui il dollaro sia la loro moneta, ma un nostro problema. Il problema, infatti, è anche loro. Sorprende che a dirlo sia stata un’agenzia di rating con il suo warning sul debito pubblico statunitense, sostituendosi alla Federal Reserve, la Banca centrale americana, dato che il suo chairman, il professor Ben Bernanke, ha confermato che continuerà nella sua politica di credito facile e a bassi tassi (il cosiddetto Quantitative easing), pur dichiarando di volersi opporre all’inflazione. Il rischio di default esisterebbe se gli Stati Uniti ristabilissero un ancoraggio, magari non più all’oro, ma agli Sdr, ovvero i diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale. E’ quello che hanno richiesto i principali paesi emergenti (i cosiddetti Brics) nel corso del loro recente summit a Sanya. I governanti americani respingono la proposta per mantenere aperta la possibilità di rimborsare il debito e pagare gli interessi in moneta debole.

La pubblica opinione non ha una minima idea di che si parli. Durante una lezione a un corso di dottorato, uno studente ha chiesto che cosa significasse l’acronimo Sdr. Quanto può durare? La risposta è: finché gli interessi americani domineranno gli andamenti del mercato globale.

Mantenendo un distacco da idee preconcette, si stenta a comprendere che cosa stia accadendo negli Stati Uniti. La sensazione è che l’uomo della strada non abbia perso la fiducia nel futuro, e questo era vero anche alla vigilia dell’uccisione di Osama bin Laden. La vita era prima, come lo è adesso. Diversa è invece la percezione degli intellettuali nelle università a seguito dei tagli disposti dai pubblici poteri e delle restrizioni delle donazioni dei privati a seguito della crisi; essi avvertono che l’epoca delle vacche grasse è finita. Tuttavia, secondo l’insegnamento impartitomi da Franco Modigliani, interpellando camerieri e commessi si tasta il polso della situazione: tutti ammettono che non è più come prima. La lamentela principale è che non sanno dove stia andando il loro paese. L’approccio al lavoro, tuttavia, resta quello di uomini della frontiera disposti al sacrificio per avere successo.


L’America migliore e peggiore di sempre

La migliore sintesi dell’attuale situazione proviene da un artista. Glenn Ligon. Nella sua mostra in corso allo Whitney Museum of American Art afferma che l’attuale America è “the best in times, the worst in times”, la migliore di tutti i tempi, ma anche la peggiore, perché può eleggere Obama, ma anche continuare a bombardare altre nazioni e a torturare gli oppositori. Egli rappresenta questa condizione implicita nella loro way of life con un’installazione al neon dove la parola “America” viene rappresentata anche al rovescio, con tre lettere che si leggono nei due sensi (Ami).

I colleghi economisti si rendono conto che il 9 per cento di deficit pubblico e le nuove spese sanitarie gratuite ancora da smaltire, insieme a un debito pubblico che deborda a livelli italiani, il futuro non è dei più sereni. Ma sono anche coscienti che i candidati Brics destinati a esercitare un ruolo primario nella leadership globale non sono in migliori condizioni, avendo problemi irrisolti di democrazia e di inflazione.

La Germania, apparentemente la più ben piazzata, “dipende” dall’euro e, se fosse essa a cedere, la sua superiorità nelle esportazioni, fondata in buona parte su un cambio sottovalutato, subirebbe un collasso, con effetti sulla usa stabilità sociale e sulle scelte politiche non facilmente prevedibili. Della leadership degli Stati Uniti abbiamo ancora bisogno, ma ne avremmo ancora di più se ponessero mano a una seria riforma monetaria globale che le norme del Financial Stability Board e iniziative collaterali non potranno mai dirci. Da quest’orecchio, però, l’attuale dirigenza proprio non ci sente.

da Il Foglio del 6 maggio

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