L'ascesa del G20 e il declino dell'Europa

di Paolo Savona - 29/09/2009 - Economia
L'ascesa del G20 e il declino dell'Europa
Il vertice del G20 di Pittsburgh ha deciso di ripartirsi i compiti con il G8, riservando a se stesso quello di trattare i temi economici e all’altro quelli politici, in questo modo si ritiene d’aver soddisfatto sia l’istanza di dare una maggiore rappresentatività ai Paesi che negli ultimi lustri hanno acquistato peso economico, sia quella di riservare a una cerchia più ristretta il potere di indirizzo politico generale e, ove ritenuto necessario, di intervento su singoli casi. La decisione non soddisfa pienamente l’istanza della rappresentatività perché restano fuori dal G20 Paesi importanti come Spagna, Irlanda, Norvegia, Venezuela, Cile e importanti Paesi africani, mentre entrano Paesi con minor peso o tradizioni come Indonesia e Corea del Sud. Si può obiettare che l’Unione europea può rappresentare i Paesi del Vecchio Continente esclusi essendo membro di questo consesso; ma, se cosi fosse, nell’Ue vi sarebbero figli e figliastri, alcuni direttamente rappresentati e altri no.

Il passaggio dagli 8 ai 20 fa sorgere inoltre ulteriori complicazioni nei processi decisionali, perché mettere d’accordo un numero più che doppio di Paesi sarà ancora più difficile che metterne d’accordo meno della metà. L’esperienza delle difficoltà nate dall’allargamento dell’Unione europea non insegna evidentemente nulla alla comunità internazionale.

Ultimo problema, ma non il minore, è che la ripartizione indicata non appare né sostenibile, né praticabile. Affermare che i Capi di Stato del G20 possano trattare i problemi economici indipendentemente dalla politica (e viceversa) mi sembra un esercizio che, senza scomodare il materialismo storico, contrasta con la concezione stessa dei legami tra politica ed economia e con i suoi risvolti pratici. Non si vede quindi quali siano i guadagni che dobbiamo attenderci dal rafforzamento del ruolo internazionale del G20 rispetto alla soluzione sperimentata a L’Aquila di un G8 a “geometria variabile”, associando di volta in volta alle decisioni i Paesi direttamente interessati al problema. Se questa soluzione si fosse palesata difficile da gestire, ma non sembra il caso delle esperienze fatte, allora il G14, ossia una soluzione che incorporasse al G7 in via definitiva i Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e Sud Africa, Messico ed Egitto apparirebbe più praticabile. Come noto, a tale proposta avanzata da Germania e Francia si opposero tempo addietro Stati Uniti e Giappone, mentre Italia, Canada e Russia mostrarono freddezza. Il Regno Unito, membro autorevole ma restio dell’Ue, ha invece operato attivamente nella direzione di un G20 più influente.

Da questa cronistoria un po’ noiosa e un po’ deludente emerge un punto molto chiaro: quello che con un ossimoro si può definire “la divisione dell’Unione” danneggia ciascun Paese europeo e li danneggerà nuovamente quando si parlerà di quote del Fondo monetario internazionale. Procedendo divisi, ciascun Paese membro finirà con il contare sempre meno nelle scelte internazionali, come testimonia il disinteresse mostrato per le posizioni “forti” prese dalla Francia, dalla Germania e dall’Italia in materia di governance finanziaria globale e, di converso, l’accreditamento di quelle dei Paesi che avrebbero ottenuto molto meno se l’Unione europea fosse veramente tale. L’Europa unita ideata e voluta dai nostri padri era retta anche da questa coscienza: senza mettere insieme le diverse sovranità per avere più peso nella scelta di soluzione delle emergenze planetarie – dal commercio mondiale alla finanza, all’ambiente e alla sicurezza – il risultato sarà quello che abbiamo sotto i nostri occhi nel dopo Pittsburgh.

Alcuni hanno salutato la vittoria della Merkel come un passo verso il rilancio dell’Unione. Certamente sulle decisioni di Pittsburgh hanno pesato le incertezze nascenti dal rinnovo del presidente della Commissione e della Germania e dalla debolezza internazionale di alcuni importanti Capi di Stato europei. Se la Merkel, forte del surplus di bilancia corrente estera di cui gode il suo Paese (ormai pari al passivo dell’intera euroarea), prendesse le redini delle scelte dell’Unione, certamente il quadro descritto cambierebbe. Ma è poi vero che lo voglia?

da Il Messaggero di oggi
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