L'assenza di lavoro, la vera emergenza

di Paolo Savona - 14/01/2010 - Economia
L'assenza di lavoro, la vera emergenza
Passata la tempesta finanziaria, i danni che essa lascia sul terreno sono concentrati soprattutto nel mercato del lavoro e non riguardano solo la disoccupazione. Il nervosismo che pervade i cittadini per l’“ingiusta” concorrenza degli stranieri, siano essi europei o extracomunitari, è parte dell’eredità di questa crisi.

Il problema riguarda tutto il mondo, ma tocca particolarmente i Paesi benestanti: in essi il 10% della forza lavoro è disoccupata. La fredda percentuale non fornisce una sufficiente rappresentazione dell’aggravamento della crisi occupazionale: gli Stati Uniti hanno perso in poco più di due anni 7,3 milioni di posti di lavoro e l’euroarea (cioè i 16 Paesi europei che ne fanno parte) oltre 4. Non può essere di consolazione che l’Italia abbia l’8,5% di disoccupazione invece del 10, sia perché il dato si basa su una forza lavoro minore rispetto alla popolazione e, quindi, rispetto agli altri Paesi; sia perché tra trattamento giuridico e rete di protezione sociale all’interno degli occupati vi sono ancora quote che non si finanziano sul mercato.

Ma non è questo il problema. Il problema nasce dal fatto che, per arrestare gli effetti della tempesta finanziaria, i disavanzi pubblici e la creazione monetaria sono andati alle stelle e pongono seri problemi di rientro nella normalità (quella che è chiamata exit strategy), senza la cui soluzione la debole ripresa produttiva in atto non si tramuterebbe nel ritorno a uno sviluppo stabile, l’unico che porterebbe nuovi posti di lavoro. Bisogna pertanto fare qualcosa per agevolare la convergenza tra ripresa e sviluppo, perché se attendiamo che dalle uniche componenti dell’attuale ripresa – esportazioni, ricostituzione del1e scorte, maggiori consumi natalizi – si realizzi questo aggancio, continueremo ad alimentare le nostre illusioni.

L’unica via che la teoria e la politica conoscono è intraprendere opere pubbliche. Non a caso sono quelle usate dalla Cina per il ritorno a una rapida crescita. Siffatta intrapresa si scontra però in molti Paesi, Italia inclusa, con lo stato precario della finanza pubblica. Solo per fare alcuni esempi tratti dalla “casa europea”, i deficit di bilancio pubblico oscillano da un massimo del 14,5% del Pil nel Regno Unito a un minimo del 4,6% della Germania.

L’oscillazione che parte dalla Gran Bretagna – sempre prodiga di suggerimenti e critiche agli altri Paesi, con preferenze per l’Italia – passa poi dal 10,8% della Spagna e dall‘8,2% della Francia.

Il massimo deficit previsto dagli accordi europei è come noto il 3%. Si afferma che l’Italia, con il suo 5,2% di deficit, ha fatto meglio degli altri e i confronti lo confermano; ma anche la Grecia, con il suo 6,8%, ha fatto meglio, eppure è investita da un’ondata di sfiducia che la sta mettendo in serie difficoltà, con l’Unione Europea ancora una volta sorda nel voler affrontare congiuntamente i suoi problemi.

Gli Stati Uniti fanno storia a sé, anche perché, pur registrando un deficit di bilancio federale nell’ordine dell’11,9%, possono contare sulla creazione di dollari e sulle loro possibilità di raccogliere risparmio estero, anche se con crescenti mugugni dei Paesi che si sentono costretti a concederlo. Infatti, se non lo facessero, il valore del dollaro crollerebbe e, valute come lo yuan-renminbi e l’euro si apprezzerebbero e si attenuerebbe così anche la spinta proveniente dalle loro esportazioni. Si diffonde pertanto il timore di svalutazioni competitive, come sembra si stia avviando a fare il Giappone e come ha già fatto il Regno Unito, potendolo fare perché opera fuori dall’euro. La Banca Centrale Europea ritiene che il problema sia negli squilibri delle principali bilance estere e non ha tutti i torti a crederlo; ma sbaglia quando chiede alla Cina di lasciare apprezzare lo yuan, senza prima raggiungere un accordo sui modi in cui l’aggiustamento va fatto, dalla scelta di una moneta di riferimento internazionale sganciata dal dollaro a quella di introdurre tra le clausole del Wto, l’Organizzazione del Commercio Mondiale, quella che tutti i paesi partecipanti agli scambi globali devono avere lo stesso regime di cambio.

Questa via è pertanto lunga e l’esito incerto, mentre il problema dell’occupazione incalza. Dati i vincoli di bilancio, per l’Italia la soluzione possibile e quella di convincere i paesi membri dell’Unione Europea a intraprendere le dieci opere pubbliche transnazionali scelte dal Gruppo Van Miert, finanziandole con emissioni di un’istituzione sovranazionale, ad esempio la Banca Europea per gli Investimenti, e ponendo gli oneri a carico dei bilanci nazionali secondo la ripartizione prevista dagli accordi comunitari. La proposta può essere integrata e, comunque, prendere avvio se, tra i provvedimenti contro la disoccupazione, venisse aggiunta una garanzia pubblica per i lavoratori precari che intendessero acquistare la prima casa e che si vedono negato il mutuo per la precarietà del loro reddito. Si rimetterebbe in moto l’edilizia, ossia quella parte dell’economia che ha rappresentato, prima della crisi, il sostegno della domanda interna.

Se, allo stesso tempo, si provvedesse a fare l’operazione più volte richiesta di rimborsare il debito pubblico cedendo il patrimonio dello Stato, si avrebbe una svolta significativa dell’Italia sul sentiero dello sviluppo del reddito e dell’occupazione. La soluzione quindi esiste. Sono mancati finora i solutori.

da Il Messaggero del 10 gennaio 2010
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