Ma era meglio attaccare il debito

di Giorgio La Malfa - 11/06/2010 - Economia
Ma era meglio attaccare il debito

A proposito della manovra economica del Governo, di cui inizia in questi giorni il cammino parlamentare, vorrei esprimere una perplessità di fondo rispetto alla impostazione del provvvedimento. Nel mondo politico e nell’opinione pubblica sta passando l’idea che un intervento di questo genere fosse più o meno largamente inevitabile. Per cui, salvo la discussione su singoli aspetti della manovra - i settori colpiti, l’equità della distribuzione dei sacrifici, l’efficacia delle norme contro l’evasione e così via - non si registrano obiezioni sulla necessità dell’intervento. A ciò si aggiunge che nei giorni scorsi il governo ha buttato lì la storia dell’apertura delle imprese in un solo giorno: una questione, si’ rilevante, ma che solleva una marea di discussioni che distolgono ulteriormente l’attenzione dal decreto-legge del Governo. In queste condizioni sembra proprio che non vi sia modo di affrontare una discussione di fondo sulla manovra.

E invece è proprio questo che a me sembra necessario. Il problema non sono i singoli aspetti dell’intervento, bensì la sua filosofia e i suoi obiettivi concreti. Per metterla in termini semplici e diretti: il problema è che la manovra affronta un problema serio ma non cosi’ urgente, mentre trascura un altro problema, più grave che potrebbe scoppiarci addosso all’improvviso.

Il riferimento è al Trattato di Maastricht e al cosiddetto Patto di Stabilità. Questi documenti sanciscono che il giudizio sulle condizioni della finanza pubblica di ciascun paese si fonda su due parametri: il rapporto fra il deficit annuale e il PIL e il rapporto fra lo stock del debito e il PIL. Le cifre di riferimento sono il 3% per il primo, il 60% per il secondo. L’Italia ha oggi un deficit dell’ordine del 5,5% del PIL e un rapporto debito/PIL pari a circa il 120%. Dati questi numeri, qual è il problema italiano? E’ il deficit o il debito? E se dobbiamo fare degli interventi urgenti per attenuare o evitare il rischio che un giorno la speculazione, o magari le agenzie di rating, ci dicano che l’Italia ha problemi di solvibilità, in quale delle due direzioni dobbiamo muoverci?

La manovra del Governo riduce di un pò il deficit dei prossimi due anni. Il taglio è di circa lo 0,8%, l’anno. E’ un passo non negativo. Ma il debito resta dov’è. Si attenua il rischio di rilievi sui deficit di bilancio, me resta aperta la ferita vera, la più seria, la più rischiosa che è il problema del debito pubblico e della sostenibilità del suo rifinanziamento.

A me sembra che il rischio di un attacco sul tema dello stock del debito sia molto serio nelle condizioni di nervosismo dei mercati e di iperattività della speculazione. Per questo ritengo, per la verità non da ora, che la priorita’ sia una grande operazione di riduzione del debito che nel giro di un paio di anni porti a una sostanziosa riduzione del rapporto debito/PIL. Questa, non quella prescelta dal Governo, è per me la direzione verso cui bisogna andare.

Probabilmente il Governo rispondera’ che l’Europa ha dato un giudizio positivo sulla manovra e, soprattutto, che la Francia e la Germania stanno prendendo misure analoghe alle nostre. E’ vero, ma Francia e Germania NON hanno un problema di debito. Il loro debito sta al 77% per la Francia, al 73% per la Germania. Il deficit della Francia è al 7,5%, quello della Germania sotto il 6%. A confronto, il nostro deficit è relativamente contenuto. E’ il debito il problema più serio per l’Italia ed è di questo che un Governo previdente si dovrebbe occupare.

Bisogna dunque fare qualcosa di completamente diverso da quello che è scritto nel decreto-legge all’esame del Parlamento. La via maestra è la cessione di attività patrimoniali a riduzione del debito. Oltretutto, mentre la riduzione del debito pubblico mediante cessione di attività patrimoniali non ha un effetto depressivo sull’economia e, se ben architettata, potrebbe anche averne di espansive, la riduzione del deficit ha comunque un impatto deflazionistico, tale da rischiare di non essere neppure efficace nella direzione della riduzione del deficit.

da la Stampa dell'11 giugno 2010

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