Finché la banca va

di Paolo Savona - 25/02/2009 - Economia
Finché la banca va
Si dice che nazionalizzare banche e aumentare il deficit pubblico non sia una scelta, ma una necessità. Né è un ritorno alle politiche keynesiane, perché Keynes si riferiva a un’economia in equilibrio di sottooccupazione (e oggi siamo da questa lontani un miglio!) con investimenti “di mercato” non in condizione di garantire la piena occupazione. Ciò premesso conviene ricordare come sono andate le cose. Gli Stati Uniti avevano deciso di vivere pompando l’economia reale con finanziamenti facili e poco costosi che però non tenevano conto del rischio, anche perché esso veniva immediatamente trasferito ad altri, in gran parte al resto del mondo per finanziare il conseguente deficit dei loro conti con l’estero.
 
Il motto era “il dollaro è la nostra moneta, ma un vostro problema”. L’Unione europea si era data una disciplina finanziaria al costo di indossare la “maglia nera” dello sviluppo globale, ma restava silente perché, a seguito della politica americana, riusciva a esportare di più. La Cina, i paesi produttori di petrolio e pochi altri erano i grandi beneficiari del traino americano, ma dovevano cedere parte dei loro risparmi, imbarcando il rischio creato dagli Stati Uniti. Il mondo nel suo complesso riteneva d’aver scoperto la pietra filosofale che tramuta gli squilibri in sviluppo, le pietre in oro. Le autorità di governo e di controllo hanno le maggiori responsabilità, ma la pubblica opinione chiede con insistenza alle volpi di interessarsi del loro pollaio. E le volpi sono felicissime, anche se preoccupate perché di polli rimasti sani ne vedono pochi in giro.
 
Dopo le speranze aperte dal summit dei G20 a Washington e le riunioni di vario tipo che si sono susseguite, cresce la coscienza che agli obiettivi non ha fatto seguito l’attivazione di strumenti adeguati. Anche nel G7 dei ministri finanziari si è ripetuto il “no” al protezionismo, il “sì” al salvataggio delle unità in crisi e a maggiori regole e punizioni per i responsabili (“ovviamente” degli effetti e non delle cause, altrimenti i partecipanti ai summit avrebbero dovuto sanzionare se stessi). Innanzitutto tra il primo e il secondo obiettivo vi è una contraddizione, in quanto i salvataggi non coordinati a livello globale equivalgono a protezionismi al di qua della frontiera, ossia non nelle forme tradizionali di barriere quantitative e tariffarie. Ogni assistenza disposta a livello nazionale induce equivalenti decisioni negli altri paesi, neutralizzando gli effetti positivi che essi avrebbero nel caso di uno stretto coordinamento.
 
Le modifiche necessarie per uscire dallo sviluppo drogato (una volta si diceva così) vengono ritardate, i costi spalmati nel tempo, i fondi pubblici vengono spesi per lenire gli effetti invece di eliminare le cause e, al posto di una rapida ripresa a “V”, ne avremo una lenta “concava” con rischi che essa divenga “convessa”. Ma ancor più grave è che si dispensa ai cittadini del mondo la favola che si può tornare ai vecchi modi di vita. La frase più saggia che è stata detta è “non sprechiamo la crisi”.
 
Per quanto riguarda le regole, al di fuori di un rafforzamento del capitale di rischio, oggi impossibile da realizzare sul mercato (da cui pioggia di fondi pubblici e nazionalizzazioni), sappiamo ancora molto poco per esprimere un giudizio fondato; si va però facendo strada la coscienza che l’etica non si impone per legge e che la trasparenza adempie allo scopo in condizioni di normalità dei mercati, altrimenti diffonde maggiori incertezze. Non a caso si è deciso di rinviare l’applicazione di criteri contabili più rigorosi, rafforzando il circolo vizioso della sfiducia reciproca tra unità del mercato. Le Borse registrano verso il basso questa percezione.
 
Il problema è quindi quello di come ristabilire la fiducia. Ritenevamo che ciò si potesse ottenere salvando le banche di ogni tipo, ma il gravissimo errore di far fallire la Lehman Brothers ha fatto precipitare la situazione delle Borse azionarie, avvitando verso il basso l’intero spettro della finanza di impresa. Da una relativamente piccola cosa, i mutui subprime, si è arrivati a una crisi sistemica della finanza e questa si è estesa all’economia reale, che già da tempo manifestava scricchiolii, per le carenze nell’offerta di energia e beni alimentari, che aveva spinto l’inflazione alle stelle, e per l’eccesso di produzione dei beni di consumo durevole (auto, elettrodomestici, high tech, arredi e gadget di ogni tipo), che spingeva verso la deflazione. In queste condizioni fare la media dei saggi di sviluppo o di inflazione non significava un bel nulla e, forse, ha confuso le idee ai governanti e ai governati.

Di conseguenza, il rischio di impresa si è innalzato e le banche non sono più in grado di assorbirlo. Proprio ieri il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha sottolineato che questo è il problema, ma non ha chiarito che esso non consiste nella riscoperta dell’esistenza del rischio dopo l’ubriacatura della finanza facile, quanto nel dilemma di chi lo deve prendere in carico e come. La proposta in corso nei vari summit e nelle scelte finora fatte a livello nazionale è: nazionalizzare le banche e assistere le imprese in difficoltà. La mia opinione è che invece lo strumento da attivare in modo consistente sia la concessione di garanzie statali per la riapertura dei canali del credito a costi accessibili (in breve, un Confidi statale), che le sole riduzioni dei tassi dell’interesse, né tanto meno le esortazioni e le minacce, non sono in condizione di attivare. Ciò consentirebbe di attenuare e forse far svoltare la caduta produttiva, riducendo il rischio di impresa, restituendo serenità alle banche e inducendole a riaprire i canali del credito; si creerebbe così reddito per assorbire almeno un quota delle perdite e si rivitalizzerebbero le quotazioni di Borsa con effetti positivi sul risparmio e sugli investimenti. Tutto ciò costerebbe molto meno allo stato, tenendo lontani gli appetiti politici sulle nazionalizzazioni.

da Il Foglio del 25 Febbraio 2009
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