Alla BCE piace l'euro spericolato

di Giorgio La Malfa - 22/01/2010 - Economia
Alla BCE piace l'euro spericolato
Un bilancio dell’euro a dieci anni dalla sua introduzione è certamente un discorso complesso. Con il suo editoriale di stamane, il professor Alesina ha cominciato ad affrontare l’argomento, ma certo non lo ha esaurito. Su alcuni aspetti Alesina ha ovviamente ragione: una grande moneta è più difficilmente attaccabile dalla speculazione. In un’Europa senza euro in questi anni  vi sarebbero probabilmente state molte crisi valutarie.

Ma questo argomento è solo uno degli aspetti di un bilancio complessivo dell’euro. La grande questione che è necessario affrontare per dare un giudizio sulla moneta unica riguarda i tassi di sviluppo registrati nei Paesi dell’area dell’euro in questi anni.  Essi  sono stati più bassi di quelli dei Paesi non euro dell’Europa, nonché di quelli degli Stati Uniti e dei Paesi asiatici. Questo è un punto cruciale nella valutazione dell’euro. Non si tratta di stabilire in astratto se sia utile la moneta unica. Si tratta di valutare in concreto se la politica monetaria condotta dalla Banca Centrale Europea in questi anni sia stata la migliore e la più opportuna.

Su questo punto l’analisi del professor  Alesina mi sembra troppo sommaria. Egli fa una affermazione molto recisa senza offrire adeguati argomenti a supporto. Scrive:  "Non è certo con la politica monetaria che si sostiene lo sviluppo nel medio periodo per un Paese in cui la produttività e la produzione crescono poco”.


Ma è veramente sicuro il professor Alesina  che la politica monetaria sia  del tutto irrilevante dal punto di vista dello sviluppo economico  e dell’occupazione? Intanto, egli scrive che la politica monetaria è inefficace “nel medio periodo”. Questo mi fa pensare che anche per lui probabilmente il discorso sia diverso per il breve periodo. Ma quanto è breve, il breve periodo? E che succede fra il breve periodo e il medio periodo? Concretamente non credo che sia possibile escludere un effetto della politica monetaria, cioè dei tassi di interesse, sugli investimenti e quindi sull’occupazione. E se una politica monetaria favorisce gli investimenti questo può avere effetti e in linea generale avrà effetti, sulla produttività nel breve e nel medio periodo, in quanto gli investimenti generalmente incorporano le tecnologie più moderne e sono quindi il veicolo degli aumenti di produttività.


Ma vi è di  più. La politica monetaria, influenzando i tassi di interesse, determina la direzione e la misura  dei movimenti di capitale e questo a sua volta influisce sul tasso di cambio. Il mio dubbio sulla politica della BCE in questi anni, nasce dalla constatazione che essa ha assistito senza reagire alla creazione di un differenziale fra i tassi di interessi europei e americani che ha prodotto la corsa verso l’alto dell’euro che è una concausa della crisi industriale e occupazionale dell’Europa. E’ anche possibile che la BCE abbia scientemente favorito questa situazione per ottenere un rafforzamento del cambio dell’euro. Il professor Alesina probabilmente risponderebbe  che, così agendo, la BCE ha tenuto bassi i prezzi delle materie prime importate nell’area euro e quindi l’inflazione. Questo è vero, ma  si tratta comunque di stabilire se sono maggiori i vantaggi di una bassa inflazione o i danni di una alta disoccupazione. Né vale nascondersi, come fa la BCE, sulla lettera del Trattato di Maastricht che dà alla BCE il solo compito di combattere l’inflazione. Perché allora diviene  necessario affidare a qualcuno in Europa la responsabilità di una politica che favorisca la crescita del reddito e dell’occupazione.


Queste sono alcune delle osservazioni e degli interrogativi che pone l’analisi del professor Alesina, che ha ovviamente il merito di avere aperto una discussione importante.

da Il Sole 24 Ore del 19 gennaio 2010
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