La Bce non è vangelo

di Giorgio La Malfa - 22/04/2009 - Economia
La Bce non è vangelo
Tradizionalmente l’attività bancaria ha sempre portato con sé una certa aria di esclusività e di mistero. Il potere e la forza finanziaria non andavano esibiti: basta pensare alle insegne tutto sommato modeste, agli abiti grigi dei dirigenti, alla cura di non far parlare di sé che era tipico (un tempo) delle banche inglesi o, in Italia, alla leggendaria riservatezza di Mediobanca.

Quando poi dalle banche normali si passava alle banche centrali, questo stile tendeva ad assumere connotati quasi religiosi. Enrico Cuccia (che non ci andava) usava un’espressione irrispettosa di Raffaele Mattioli - ‘la messa cantata’ - per definire l’annuale Assemblea della Banca d’Italia. Ed in effetti Carli dava l’impressione di un gran sacerdote intento a leggere il Vangelo a una congregazione di (mis)credenti mentre esponeva il 31 maggio di ogni anno le Considerazioni finali in un silenzio assoluto, interrotto soltanto dal fruscio del cambiamento delle pagine.

Pur se il mondo e’ molto mutato negli ultimi venti anni, la Banca Centrale Europea è, e desidera fortemente rappresentarsi, come l’erede di quella tradizione mistico-religiosa dei banchieri centrali. Peraltro, essa ha qualche motivo ulteriore per sentirsi speciale  non solo rispetto alle banche ordinarie, ma anche alle altre banche centrali. Queste ultime infatti amministrano la moneta di uno Stato, il quale ha pur sempre dei legittimi rappresentanti, re o Presidenti di repubblica, Presidenti del Consiglio o primi ministri, Parlamenti e cosi via. Condividono la scena con un potere temporale. La BCE gode invece dello status privilegiato di non avere né sopra, ma neppure accanto a sé, uno Stato, un governo, un Parlamento. E’ sola al vertice dell’Unione Monetaria, ha uno statuto di totale indipendenza sancito da un Trattato internazionale, fa sostanzialmente quello che vuole. Per questo tende a perdere la testa. Essa, sotto la modestia apparente,  cela una sostanziale arroganza. “Loro parlano solo con Dio” – mi ha sussurrato qualche giorno fa un intelligente economista francese durante un intervento particolarmente irritante di uno dei loro rappresentanti in una conferenza internazionale. “Non e’ esattamente così – gli ho replicato - è che pensano che Dio parli attraverso di loro”.

Il Consiglio direttivo della BCE e’ composto di due categorie di membri: sei, fra cui il presidente e il vicepresidente, sono scelti all’unanimità ogni otto anni dal Consiglio Europeo e costituiscono il Comitato Esecutivo; gli altri (che sono attualmente sedici) sono i presidenti o governatori delle banche centrali dei paesi partecipanti all’euro. Sulla carta i ventidue consiglieri sono tutti eguali fra loro, ma alcuni, come si dice in questi casi, sono più eguali degli altri. Fra i membri del Comitato esecutivo e i membri ex officio corre più o meno la stessa differenza che vi e’ nella Chiesa cattolica fra i membri della Curia romana e i vescovi che amministrano le diocesi lontane chiamati periodicamente presso il Soglio pontificio.
I sei membri del Comitato Esecutivo amministrano le direzioni generali della banca, alcune più, altre meno importanti. Le più importanti sono le direzioni dell’economia e della ricerca perché sono quelle che predispongono le analisi e le statistiche su cui si basano le decisioni del Consiglio. Per i primi otto anni di attività della Banca, gli anni di definizione della filosofia di fondo dell’istituzione, dal 1998 al 2006, le due direzioni hanno fatto capo al professor Otmar Issing, tedesco, già consigliere della Bundesbank e gran sacerdote dei riti della moneta unica.

Issing, ha pubblicato alla fine del 2007 un libro appena tradotto in inglese (O. Issing, The Birth of the Euro, Cambridge University Press, Cambridge 2008). Si potrebbe’ dire che egli abbia occupato nella BCE il posto che nella curia romana occupava Joseph Ratzinger prima di diventare papa, quello del Santo Uffizio, il guardiano della fede e dell’ortodossia.
Enrico Cuccia diceva, con un’altra metafora religiosa, che per un banchiere scappare con la cassa potrebbe essere considerato un peccato veniale, ma sarebbe un peccato mortale rivelare i segreti appresi nel suo lavoro. Fedele a questa regola, il libro di Issing non rivela segreti. Merita di essere letto però perché rivela la sua visione del mondo, dell’Europa, dell’economia e della Banca. Che la si condivida o meno, essa rappresenta certamente, se non il Vangelo, quantomeno il catechismo della BCE.

Come si addice a un custode della fede, per prima cosa si denunciano con chiarezza i peccatori. Per Issing nella Chiesa della moneta unica dovevano essere ammessi solo quei paesi che si fossero precedentemente mondati dei loro peccati: peccati di inflazione e di debito pubblico. A questo dovevano servire i parametri di Maastricht , un insieme di condizioni stringenti da realizzare prima di essere ammessi alla terza fase dell’Unione Monetaria ed all’euro. “Non si puo’ dire – lamenta Issing – che questo criterio sia stato applicato con rigore.” E aggiunge: “I casi critici erano senz’altro quelli dell’Italia e del Belgio. Per ambedue questi paesi...fu necessario uno sforzo non comune di reinterpretazione delle regole ed una decisione politica per consentirne l’ingresso”(p. 16).

Ma è stato giusto essere così indulgenti? Non si direbbe. Sarebbe stato utile disporre di un Purgatorio, ma “non essendo previsto un ingresso condizionato, l’ammissione fu decisa sulla base di un impegno a portare presto e bene il debito al 60% del PIL”. Fiducia ben riposta nel caso del Belgio o di un paese ‘modello’ come l’Irlanda (almeno cosi sembrava fino a che la crisi bancaria non ne ha rivelato qualche problema). Evidentemente, non di altri: lasciamo indovinare a chi si riferisca Issing, che ancora non finisce di soffrire per la debolezza di cui allora si diede prova.

Nonostante queste pecche iniziali, “nei nove e oltre anni dalla sua introduzione, il primo gennaio del 1999, l’euro e’ stato un successo straordinario..Può essere definito, a giusto titolo, una valuta stabile sia internamente che esternamente” (p.2). Lasciando da parte la considerazione che, se e’ cosi, allora l’ammissione di paesi come l’Italia e più in generale la presenza di paesi con elevato debito pubblico non costituisce un grande problema, ci si può chiedere di chi sia il merito di questo successo. Per Issing non vi sono dubbi a questo proposito: il merito è del rigore con il quale la Banca ha interpretato il suo compito. “La BCE – scrive - può proclamare – praticamente senza tema di smentita – il successo della propria politica monetaria. Quegli osservatori che nel loro cuore restano scettici possono al massimo aggiungere la qualificazione ‘finora’” (p. 141).

Con un tasso medio annuo di aumento dei prezzi, fra il 1999 e il 2007, del 2.06%, l’euro ha fatto meglio del marco fra il 1950 e il 1988 (2,8%). Certo – aggiunge Issing con tipica modestia – l’obiettivo che ci eravamo dati era il 2% annuo, e quel mezzo decimale di punto in più lo fa soffrire. Ma – dice - abbiamo avuto bisogno di tempo per convincere i mercati della assoluta determinazione da parte della Banca ad affermare il valore della stabilità interna ed esterna dell’euro verso tutti e, se necessario contro tutti. “Essendo la responsabile ultima della valuta, la banca centrale ha altresì una speciale responsabilità per quello che riguarda il ruolo internazionale della moneta. Può esercitarlo al meglio mantenendo la fiducia nella stabilità della propria valuta. In ultima analisi, dunque, per la banca le responsabilità nazionali ed internazionali sono del tutto congruenti fra loro” (pag. 184). Questo concetto è ripetuto molte altre volte: il successo dell’euro è nel fatto che “la moneta unica ha dato ai paesi membri la stabilità monetaria: all’interno con il garantire loro un basso tasso di inflazione; all’esterno, con la protezione che la moneta unica offre contro le ripercussioni nei mercati dei cambi degli shock esogeni di cui si era fatta ripetuta esperienza in passato” (pag. 237).

In tutta questa celebrazione dei doveri e dei successi della BCE spiccano due assenze, che sono però – si direbbe - di un qualche rilievo: la disoccupazione e lo sviluppo economico. Non c’è traccia nel libro del problema costituito dal fatto che l’area dell’euro in questi anni è cresciuta meno dei paesi europei non-euro e di un gran numero di paesi terzi, mentre la disoccupazione è scesa meno che altrove e stia salendo velocemente oggi. Si capisce che per Issing il problema non riguarda la Banca centrale. Essa anzi fa quanto di meglio per sostenere lo sviluppo economico creando un clima di stabilità. Se, nonostante questo ambiente favorevole, l’economia reale non marcia, la colpa è dei governi che non aumentano la flessibilità dei mercati del lavoro e non promuovono la concorrenza. A Issing non viene neppure in mente che avere mantenuto tassi di interesse relativamente elevati rispetto al resto del mondo per rafforzare il ‘prestigio’ dell’euro e avere favorito, sempre attraverso tassi di interesse elevati, la rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro e ad altre valute internazionali, possa avere da un lato scoraggiato gli investimenti in Europa e dall’altro danneggiato la competitività internazionale delle esportazioni europee.

Se poi oggi i governi dovessero pensare di utilizzare stimoli fiscali per promuovere lo sviluppo, guai a loro, perche cosi facendo metterebbero a rischio quella solidità dell’euro che la BCE ha fatto tanta fatica ad affermare. La banca quindi pretende non solo di fare ciò che ritiene nel proprio campo. E’ il giudice anche dei comportamenti altrui: pretende il monopolio assoluto sulla politica economica dei paesi che sono passati all’euro.

E’ un’accusa troppo spinta? E’ un processo alle intenzioni? Basta leggere la parte finale del catechismo di Otmar Issing per rendersi conto che non è cosi. Nella BCE circola davvero questa visione del mondo. Le prospettive future dell’Unione Monetaria sono incerte – scrive Issing – perché in effetti i paesi membri sono e restano diversi fra loro; le loro economie non tendono a convergere e non emerge una visione comune della necessità inderogabile della disciplina di fiscale.

Qui in un certo senso si rivela la contraddizione di fondo dell’impostazione ortodossa di cui Issing è l’interprete principale. Secondo l’opinione generale l’unione monetaria è solo una parte del più ampio progetto di unione politica europea. Issing stesso cita una frase del cancelliere Kohl: “Non lo si ripete mai abbastanza. L’unione politica è la contropartita indispensabile dell’unione economica e monetaria.” E aggiunge Kohl: ”La storia recente, non solo quella della Germania, ci insegna che l’idea che un’unione economica e monetaria possa essere sostenibile nel tempo in assenza di un’unione politica è un errore” (pag. 229). Ma in fondo, per Issing, l’unione politica farebbe correre molti rischi alla moneta unica, almeno alla moneta unica basata sulla filosofia di cui egli è l’assertore. Potrebbe venire - egli teme - la tentazione di introdurre una politica sociale europea con il rischio di aumentare la rigidità dei mercati. Potrebbe venire l’idea di estendere i trasferimenti di reddito, attraverso la finanza pubblica, da una regione all’altra. Potrebbe sorgere l’idea di affermare un primato della politica anche sull’indipendenza della banca centrale. Ecco perché “bisogna guardarsi bene dall’interpretare qualunque passo verso una maggiore integrazione politica come un passo tale da assicurare il successo di lungo termine del mercato unico e dell’unione monetaria” (pag. 231).

In sostanza per Issing la soluzione migliore per il futuro dell’Europa è che l’integrazione politica abbia luogo senza mettere in alcun modo in discussione l’esistenza di una banca centrale forte ed assolutamente autonoma, cui facciano da corona degli stati nazionali deboli e incapaci di “reclamare per sé parte o tutta la responsabilità della politica monetaria” (pag. 235), perché proprio la politica monetaria della BCE e’ ciò che di meglio ha dato fino ad oggi l’integrazione europea. E’, come sostenne lo stesso Issing in un suo saggio di qualche anno fa, l’idea di von Hayek di una moneta senza stato – una situazione in cui la politica non ha alcun ruolo nella gestione della moneta.

Certo se l’area dell’euro in questi anni fosse cresciuta al massimo del suo potenziale, se la disoccupazione fosse stabilmente diminuita, se le diseguaglianze sociali si fossero ridotte, se… se…se, allora forse sarebbe giusto delegare alla chiesa di Francoforte tutti i compiti della politica economica. L’Unione Monetaria sarebbe una teocrazia come il Paraguay di qualche secolo fa. Poiché, però, le cose non stanno proprio così, forse e venuto il momento per un vigoroso movimento di liberazione laica. O almeno per un Concilio Vaticano secondo. Auspicabile quanto improbabile. Ma indispensabile se si vuole evitare che l’euro divenga un ulteriore e poderoso fattore di aumento dell’ostilità delle opinioni pubbliche nei confronti del processo di integrazione europea.

da Il Foglio del 22 aprile 2009
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