Cambi valutari, non è tempo di scossoni

di Paolo Savona - 01/06/2011 - Economia
Cambi valutari, non è tempo di scossoni

La politica del Dragone garantisce stabilità contro il rischio d'impennate inflazionistiche.

L'eccezionale sviluppo e l'integrazione economica con il resto del mondo ha accresciuto grandemente la considerazione della Cina come potenza mondiale, tanto da essere chiamata a fare parte del G20. Continuando l'attuale trend, il potere di acquisto del Pil cinese raggiungerà quello degli Stati Uniti tra due soli anni, mentre per raggiungere lo stesso risultato in valore assoluto occorrerà attendere più a lungo (vedi grafico).

Questo successo è fondato su due pilastri: il basso costo del lavoro e il cambio fisso dello yuan-renmimbi. La storia economica insegna che il primo fattore aiuta il decollo dello sviluppo, ma non ha effetti permanenti perché prima o dopo scompare e deve essere sostituito con un più largo ricorso a innovazioni tecnologiche capaci di accrescere la produttività, ossia la variabile centrale della competizione internazionale. La dirigenza cinese è cosciente di ciò, ma non è facile trasformare un'economia basata sul basso costo del lavoro in una che trovi la sua spinta nei progressi tecnologici; occorrono buone istituzioni che, sempre secondo la storia economica, divengono l'elemento di sostegno di un'economia dopo la fase del suo decollo. Le vicende italiane confermano la validità di questo modello, con la peculiarità che in Italia le innovazioni sono state soprattutto di tipo qualitativo (il made in Italy), a relativo basso innesto di tecnologie.

Il secondo fattore, il cambio fisso dello yuan, è diventato una caratteristica istituzionale che sostiene le produzioni tradizionali cinesi e scoraggia quelle a elevata tecnologia. La dirigenza cinese non intende modificare sostanzialmente il cambio della propria moneta e punta a sostenere la domanda interna per riassorbire il surplus di bilancia corrente con l'estero. L'eccesso di dollari nascente da un eccesso di consumi negli Stati Uniti costringe la Cina ad acquisire a riserva ufficiale ingenti quantità di moneta americana per impedire che la rivalutazione dello yuan scoraggi le esportazioni e, per questa via, l'occupazione. Ove si consideri l'effetto depressivo della domanda stagnante di molte economie europee, la situazione dei cambi può sfuggire di mano in ogni momento e questa possibilità mantiene l'economia globale in condizioni di estrema incertezza. Se la Cina aderisse alle richieste degli Stati Uniti di rivalutare lo yuan, i cambi mondiali entrerebbero in fibrillazione con sbocchi che nessun modello econometrico è in condizione di prevedere, ma solo la speculazione potrebbe influenzare indipendentemente dai bisogni dello sviluppo. Se si intendesse aggiustare i saldi di bilancia estera variando i rapporti di cambio, una rivalutazione dello yuan sul dollaro nell'ordine del 25% sarebbe il minimo indispensabile, ma l'inflazione si accelererebbe negli Stati Uniti e rimbalzerebbe sul resto del mondo. La Cina avrebbe inizialmente un calmieramento dei prezzi perché pagherebbe meno per il petrolio e le altre importazioni, ma l'aumento internazionale dei prezzi andrebbe prima o poi a sovrapporsi a quello già in atto all'interno. La valutazione realistica è che, in questa fase ciclica post-crisi, la politica del cambio seguita dai cinesi ha funzioni stabilizzatrici, contrariamente alle tesi americane.

Nessuno, però, può pensare che la situazione di sottovalutazione dello yuan e di sopravvalutazione del dollaro, come analoghi squilibri impliciti all'interno dell'euroarea tra Germania e altri paesi in deficit, possano durare a lungo senza alterare in via permanente le ragioni di scambio internazionali e quindi falsare la competizione tra paesi. L'Accordo di Bretton Woods prevedeva un aggiustamento tempestivo degli squilibri strutturali nei cambi per impedire che si incorporassero in vantaggi o svantaggi esportativi e quindi occupazionali, ma non li lasciò determinare dal mercato. A maggior ragione oggi, di fronte a una larga operatività del mercato delle innovazioni finanziarie, in gran parte nella forma di contratti derivati, i cambi tendono a non rispecchiare più i confronti internazionali tra scambi di beni, servizi, moneta (a quantità controllate) e finanza (regolata da authority). La divaricazione tra parità monetarie e ragioni di scambio è crescente, con un mercato privo, da questo lato, delle capacità di autoregolamentazione o, secondo un'idea di scuola, di fare calcoli perfettamente razionali. L'ammontare di finanza innovativa è tale che è illusorio attendersi valori delle monete in linea con gli schemi teorici contenuti nei libri di testo, perché i più abili sapranno sempre determinare condizioni di mercato a essi favorevoli facendo leva sulle possibilità offerte dal mercato dei derivati.

Non è perciò fuori luogo la proposta della Banca centrale cinese, ribadita nel corso del Summit dei Brics a Sanya, di spostare il riferimento dei cambi dal dollaro o l'euro agli Sdr, lo standard monetario del Fondo Monetario Internazionale, includendo lo yuan e altre valute nel paniere con cui si stabilisce il loro valore. Questo cambiamento renderebbe più stabili i mercati valutari e meno distorsivi gli effetti sul commercio internazionale.

Per gli stessi motivi indicati esiste uno specifico problema nelle relazioni tra Cina e Unione Europea, più precisamente con i 17 paesi dell'euroarea, nonostante continui a prosperare il loro interscambio. La Cina può infatti liberamente convertire in euro i dollari che accumula, imprimendo alla moneta europea un andamento al rialzo che scoraggia le esportazioni dell'euroarea. La quota in euro delle riserve ufficiali cinesi aveva raggiunto il 25% e solo le incertezze sul futuro della moneta europea hanno arrestato la corsa alle conversioni. Ovviamente anche l'Italia ne patisce, ma non esiste un suo specifico problema con la Cina; anzi i cinesi mostrano interesse alle possibilità offerte dall'Italia, oltre a mantenere viva l'attenzione per la nostra cultura e le nostre tradizioni. Queste sono basi solide per approfondire i legami internazionali tra i due paesi.

da Il Messaggero del primo giugno 2011
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