Caro petrolio e crisi alimentari:mercato e politica l'equilibrio è un obbligo

di Paolo Savona - 18/04/2008 - Economia
Caro petrolio e crisi alimentari:mercato e politica l'equilibrio è un obbligo
I prezzi del petrolio grezzo sono cresciuti in un anno dell’81% circa e quelli degli alimentari del 61%, mentre i prodotti industriali “solo” del 12%. Una cosa è certa, l’inflazione ha rialzato la testa, smentendo le più ottimistiche previsioni. Sentiamo continuamente ripetere che l’inflazione ha origini monetarie e per queste ragioni le banche centrali godono di indipendenza dai Governi nella gestione dei tassi dell’interesse (ossia del costo del danaro) e della quantità di moneta creata. La realtà è che l’inflazione proviene dalle forme oligopolistiche del mercato o da rigidità nell’offerta: nella prima categoria cade certamente il petrolio e nella seconda gli alimentari. Ma le cause non sono mai uniche. I recenti aumenti del prezzo del petrolio sono dovuti alla volontà dei Paesi produttori di difendere il loro potere d’acquisto svilito dalla svalutazione del dollaro e, insieme ai prezzi degli alimentari, dall’accresciuta domanda dei Paesi emergenti a seguito del loro aumentato benessere. Per gli alimentari di base hanno contato anche il maggior uso per produrre nuove fonti di energia.

Poiché la maggior parte delle popolazioni del mondo vive di un reddito prossimo al livello di sussistenza, l’aumento dei prezzi crea problemi di sopravvivenza e, con essi, problemi di stabilità sociale. Sembrano cioè riprodursi in forme nuove le preoccupazioni che spinsero Malthus a scrivere il suo celebre saggio sulla popolazione, raccomandandone un calmieramento della crescita “con mezzi morali” (era infatti un sacerdote). La sua idea era che il saggio di crescita della popolazione eccedesse quello di offerta di prodotti alimentari e questo avrebbe condotto a un disastro economico e sociale. Oggi il saggio di crescita della domanda di alimentari prende il posto del saggio di crescita della popolazione, ma gli effetti sono simili. I poveri si impoveriscono sempre più e la stabilità sociale è messa in forse. Le più esposte sono certamente le popolazioni dei paesi emergenti, ma anche i ceti meno abbienti dei Paesi sviluppati faticano, come suol dirsi, “ad arrivare a fine mese”.

Nel mondo si va nuovamente presentando una struttura dell’offerta le cui componenti non rispondono alle effettive esigenze delle popolazioni in quanto conviene produrre beni industriali piuttosto che agricoli.
In Shanghai esistono due grandi torri seppe di prodotti elettronici, ma il riso scarseggia e i prezzi vanno alle stelle. Il mercato non è in condizioni di scegliere la composizione dell’offerta sulla base delle necessità delle popolazioni, ma dei vantaggi di impresa. Se il mercato fosse perfetto questa anomali non si presenterebbe, ma il mercato non potrà mai esserlo. Se va bene, può solo tendere a diventarlo, senza mai riuscirvi. Sono le autorità che devono governare la distribuzione della produzione e del reddito in funzione del benessere sociale, mentre il compito del mercato è guidare l’uso più efficiente delle risorse, ossia produrre a costi minimi.

 L’Unione Europea, verso la quale dirigiamo continue critiche, non ha commesso l’errore di lasciare libera l’agricoltura di adattarsi allo sviluppo industriale e l’ha protetta. Ha certamente alimentato alcune rendite, ma l’offerta di beni alimentari richiede tempo e impegno politico. Quando la Russia sovietica decise, dopo il XX Congresso, di produrre più beni di consumo e meno armamenti il compito apparve ciclopico e quando si raggiungeva uno spostamento dell’1% del Pil da un settore all’altro, il Congresso esultava. Se pertanto affidiamo alle spinte del mercato l’aggiustamento dell’offerta alimentare per indurre una riduzione dei prezzi o, quanto meno, frenarne l’aumento i risultati che potranno essere ottenuti saranno lenti e il problema sociale potrebbe aggravarsi. L’unica speranza è che la politica mediti la “Storia della colonna infame” del Manzoni.

da Il Messaggero, venerdì 18 aprile 2008
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