Il caso FIAT: sindacati e partiti ancora inadeguati per gestire i cambiamenti dell'impresa

di Massimo Lo Cicero - 07/01/2011 - Economia
Il caso FIAT: sindacati e partiti ancora inadeguati  per gestire i cambiamenti dell'impresa

Ci sono tre problemi ai quali la politica italiana avrebbe dovuto guardare con più attenzione. Si tratta della trasformazione che Marchionne ha imposto alla più grande impresa italiana, e delle conseguenze che derivano da quella trasformazione. Ma anche della regressione nelle relazioni tra sindacati e partiti: fenomeni che sono entrambi alimentati e confusi dalle modalità con cui si consuma lo scontro, duro ma inevitabile per definizione, tra sindacati e management. Uno scontro che meriterebbe di trasformarsi in un contratto dove siano ragionevolmente composte le ragioni dei lavoratori, rappresentati da tutti i sindacati, e quelle degli azionisti, delle banche e degli altri attori del processo imprenditoriale, rappresentati dal management.

Dietro ogni scambio c’è una differenza iniziale di prospettiva, che alimenta aggressività ma spinge alla cooperazione reciproca. È il contratto che trasforma lo scambio in un vantaggio utile per entrambe le parti. Marchionne ha fatto quello che aveva annunciato, evento singolare in Italia. La Fiat era una grande impresa nazionale, familiare e diversificata. Il numero delle attività si è ridotto per finanziare la nascita di una società multinazionale, quotata in Borsa, dedicata alla produzione di automobili. Conferendo tecnologie e capacità organizzative nel gruppo
Chrysler, Marchionne ha anche aperto una opzione di espansione sul controllo di un gruppo capace di competere su quel mercato nel prossimo futuro.

Riordinando la relazione tra siti produttivi, tecnologie e processi lavorativi; governando i rapporti con le risorse umane secondo le specificità del mercato, e della produzione che lo supporta, si crea, per la prima volta nel nostro paese, una impresa contemporanea alla stagione del mercato globale. Le imprese del mercato globale sono un’adeguata rappresentazione della definizione di Coase e Williamson (due premi Nobel che hanno costruito una dimensione neoistituzionale dell’economia). Le imprese sono grumi di panna nel secchio del latte. Grumi di relazioni gerarchiche che interagiscono con gli attori e l’ambiente e che danno una struttura al mercato, il secchio di latte nel quale galleggiano. Grumi gerarchici che ordinano e governano gli scambi: uno scheletro capace di sostenere la crescita e l’allargamento del mercato stesso. Le imprese sono le istituzioni dei mercati ed interagiscono con altre istituzioni: quelle per la produzione di beni pubblici o per il governo delle comunità. Ma sono comunque sistemi di coordinamento e di condivisione: non solo luoghi dell’antagonismo perenne tra le parti che compongono quegli insiemi. La trasformazione di un monopolista – protetto sul mercato italiano dalla ragnatela dei suoi rapporti e dalla collusione oggettiva con la società e la politica nazionali – in un player capace di competere sul mercato globale si svolge, purtroppo, tra molti attriti che dipendono da due patologie.

Da una parte il processo sconta la deriva di un sindacato, la Fiom, che non regredisce verso una posizione collaterale a quella di un partito ma si pone, piuttosto, come un partito esso stesso: una organizzazione politica capace di dare una identità alla prospettiva dell’antagonismo sociale. Dall’altra si è formato un ulteriore grumo di resistenza. L’impasse di un sistema politico che registra sistematicamente l’assenza di una opposizione capace di replicare alla maggioranza. Perché nel campo di centrosinistra non si ritrova né una prospettiva socialdemocratica, di marca europea, né una deriva radical democratica di marca americana.

Persi questi due ancoraggi, e sostituito il legame tra due impotenze con un mero rifiuto della leadership di Berlusconi sul centrodestra, non resta spazio per la politica. Neanche nel centrodestra, che implode come era imploso, precedentemente, il centrosinistra.

Il centrosinistra, infine, consapevole ormai di questa paralisi, si frantuma a sua volta. Leader sindacali, come Cofferati o Landini, si propongono come fondatori di un nuovo partito. Al quale si accodano anche esponenti di una sinistra radicale insoddisfatta del Partito Democratico, che del centrosinistra dovrebbe essere il perno. Leader di istituzioni locali, come Renzi o Chiamparino, o lo stesso Vendola, si propongono, invece, come un ricambio possibile della leadership del Partito Democratico. La cui più evidente fragilità sta nella solitudine, e nella concentrazione del comando e della responsabilità, solo sul suo segretario generale. Alla quale si accompagna il silenzio e l’attesa di larga parte del residuo gruppo dirigente che lo compone.

Ma, senza un’articolazione della politica economica, delle politiche verso il mondo del lavoro o delle politiche amministrative e fiscali, e di altro ancora, non esiste neanche lo spazio di una identità sintetica che, al contrario, era esattamente lo spazio dei segretari dei partiti politici nella prima repubblica. Ma, allora, i partiti erano essi stessi istituzioni del mercato politico, erano le imprese che garantivano il mercato della governabilità dei processi sociali. Marchionne è troppo brusco e tira dritto ma sa dove sta andando. Il centrosinistra dovrebbe ritrovare se stesso. I sindacati dovrebbero, uniti, chiudere un contratto con Marchionne. Aiuterebbero molto il partito democratico, e con esso il centrosinistra, a ritrovare una ragion d’essere!

da Il Riformista del 6 gennaio 2011