Nel cielo sobra Berlin svettano il pettegolezzo e la metafisica

di Giorgio La Malfa - 07/01/2009 - Economia
Nel cielo sobra Berlin svettano il pettegolezzo e la metafisica
“Mi accorgo che le persone e i loro rapporti mi interessano almeno quanto i principi della matematica”. Così scrive Isaiah Berlin alla sua amica Elisabeth Bowen in una lettera del 1934 tratta da una raccolta di 100 lettere giovanili pubblicata di recente da Adelphi con un bel saggio introduttivo di Henry Hardy che è il curatore letterario dell’opera di Berlin (I. Berlin, A gonfie vele, Lettere 1928-1946 Adelphi, Milano 2008). E parlando con Michael Ignatieff, il suo biografo, precisò molti anni dopo: “Ho una tendenza naturale al pettegolezzo, a descrivere le cose e ad annotarle, a interessarmi degli esseri umani e dei loro caratteri e dei rapporti incrociati fra gli esseri umani: una tendenza del tutto indipendente dalle mie occupazioni intellettuali”. Josif Brodsky, che lo incontrò negli anni ‘70 dopo il suo esilio dalla Russia, osservò di lui, a conferma di queste autoconfessioni avvenute a distanza di 40 anni: “Le vite degli altri sono il suo forte” aggiungendo, peraltro, che, “i pettegolezzi e la metafisica sono le cose più interessanti a questo mondo”.

Isaiah Berlin era nato a Riga nel 1909 da genitori ebrei discendenti (come  anche Yehudi Menuhin) dagli Chabad Hasidim, oggi noti come i Lubavich. La famiglia, lasciata Riga nel 1915, all’avvicinarsi delle truppe tedesche, si era trasferita a Andreapol prima e poi a San Pietroburgo dove si trovò allo scoppiò della Rivoluzione di Ottobre. Poco tempo dopo il padre decise che fosse meglio, per sé e per la sua famiglia, abbandonare la Russia; si trasferì così in Inghilterra nel 1921. Berlin entrò a Oxford nel 1928 come studente del Collegio Corpus Christi; prese due lauree, in Classics e in PPE, Philosophy,Politics and Economics. Venne nominato quasi subito lettore di filosofia nel New College, poi Fellow di All Souls, probabilmente il primo ebreo a ricevere questo riconoscimento. Restò a Oxford per tutti gli anni ’30, per poi trasferirsi negli Stati Uniti fra il 1941 e il 1945. Qui lavorò, prima a New York per conto del ministero dell’Informazione, poi a Washington per l’ambasciata britannica, con il compito di analizzare il clima politico americano. Nel ‘45 Berlin trascorse alcuni mesi a Mosca e Leningrado dove ebbe modo di incontrare vari intellettuali russi fra cui Boris Pasternak e Anna Achmatova (si veda il bellissimo “Incontri con scrittori russi nel 1945 e nel 1956”, ora in Impressioni personali, Adelphi, Milano 1989). Rientrò nel 1946 nella vita accademica a Oxford, dove rimase fino alla sua scomparsa nel 1997.

Il volume di Adelphi contiene una selezione di 100 lettere tratta dalla più ampia raccolta di lettere pubblicata in Inghilterra (I. Berlin, Flourishing. Letters 1928-1946, Chatto & Windus, Londra, 2004) e che costituisce il primo di 3 o 4 volumi nei quali sarà raccolta la corrispondenza di Berlin.

La descrizione degli incontri ed i ritratti delle persone sono fra le cose più belle di questo splendido libro. C’è, ad esempio, il resoconto delizioso di una serata nel 1933 con Virginia Woolf, ospite di un suo cugino, rettore del New College. Berlin racconta che la moglie del rettore, cui aveva chiesto com’era la Woolf, gli aveva risposto acidamente che “a 17 anni era più pedante ed orribile di quanto pensassi. Spero che da allora sia migliorata” (p. 51). Berlin scrive: “durante la cena ero seduto di fronte a lei, in un silenzio di pietra, appagato, ammirando la sua bellezza che è molto, molto notevole” (p. 51) e aggiunge che avrebbe voluto rivolgerle la parola, ma che non aveva osato. C’è, in una lettera del 1934  un commento sul grande poeta irlandese Yeats, di cui aveva letto l’autobiografia: scrive che “gli piace moltissimo: la sua vanità tutta di un pezzo è, per usare un termine oxoniano, deliziosa.” (p. 64)  A questo segue una lettera del 1938 in cui informa un’amica che in un albergo di Dublino “alla mia sinistra ci sono due pescatori dell’Ovest che parlano di pesce. Ma alla mia destra (credimi) c’è Mr Yeats intento a declamare dei versi in un angolo a una giovane donna...E’ assurdo e sublime che uno, costretto a passare qui una notte in solitudine, possa imbattersi subito in Mr. Yeats e in tutto il suo splendore” (p. 163). C’è il racconto di una conferenza a Oxford nel 1936 di Gertrude Stein che dice di avere insegnato a Hemingway “come si fa a scrivere, cosa fare e come farlo” (p. 103) e c’è l’annunzio di una conferenza di Dalì che “a quanto pare si esibirà nei suoi numeri: come rasare una donna a metà e friggerle una omelette sulla testa più le solite oscenità...Ben Nicholson è terrorizzato” (p. 103).

Ci sono poi le letture e i giudizi letterari folgoranti. Scrive Berlin di aver letto Chateaubriand e di averlo trovato “assolutamente magnifico, corrotto e al tempo stesso puro, con una cantilena belliniana e una formidabile capacità di isolare ed esaltare le emozioni primarie, e il risultato è  una prosa...che ha il potere miltoniano di dar vita a un mondo titanico fin dalle prime battute di ogni frase” (p. 162). Ama molto Proust perché “in Proust come in Tolstoj, quante più cose vengono dette, quanto più viene rivelato, tanto più rimane non detto, quanto più minute e precise sono le distinzioni, tanto più ricca e vibrante sembra diventare l’esperienza di chi legge” (p. 60). Ma in fondo ha delle riserve sulla letteratura francese: “Ammiro moltissimo la curiosità e l’acume francesi, e un certo appetito non sentimentale per le esperienze di prima mano etc. – come in Diderot, Balzac e Maupassant – ma la trovo nel complesso poco congeniale. Non riesco a sopportare tanto nitore, tanta linearità e tanta fretta di arrivare al punto.” (p. 164) Gli scrittori che preferisce in realtà sono i russi. “Essi infatti, e fino a un certo punto i tedeschi, con l’eccezione di Dostojevsky, si avventurano in lunghe analitiche descrizioni di emozioni e di caratteri che implicano fatalmente rilievi morali e particolari di nessuna importanza, ma nello stesso tempo assorbono il lettore a un punto tale che – diversamente da quando leggiamo Henry James o Flaubert – uno non passa il tempo a constatare, pagina dopo pagina, quanto è ben scritto o bene espresso: ma procede come in un viaggio sottomarino in cui quello che legge viene assorbito ed espanso senza interrogarsi sulla qualità dell’acqua o meglio senza neppure accorgersi di trovarsi in acqua ed a quale profondità” (p.164). Fra i russi il suo idolo, non solo come scrittore, ma sopratutto come uomo è Herzen al quale dedicherà molti scritti: “Non c’è nessuno scrittore, non c’è uomo al quale vorrei assomigliare di più e scrivere come lui” (p. 165).

Ci sono dei giudizi spietati comunicati agli amici che gli chiedono di leggere i loro manoscritti. A Stephen Spender, di cui fu amico per tutta la vita, scrive nel 1936 di dover mettere da parte la sua naturale simpatia “se voglio dirti qualcosa di utile.” E aggiunge: “Il pericolo maggiore, da quel che posso vedere, è che, per quanto buona possa essere la tua poesia, e per quanto efficace possa essere la sequenza delle scene, c’è troppo moralismo, troppo consapevole moralismo, nelle parole stesse. Troppe lacrime. Il rischio di ogni poeta (perdonami se parlo come un professore) che scrive su temi sociali che lo appassionano realmente – a meno che non si metta a urlare come Toller, che è sostanzialmente uno stupido – è quello di diventare un Hugo. Ricorderai che Hugo... mandò a Sarah Bernhardt un diamante grezzo con la scritta ‘une larme de Victor Hugo’ . Credo che fosse un gesto perfettamente sincero e l’errore non sta nella stupidità e nella retorica del gesto ma nel fatto di diventare un vero specialista delle lacrime...Quello che voglio dire è che mi piacerebbe trovare un respiro più arioso e più astratto, un elemento di distacco” (pp. 111-112).

Nelle lettere degli anni ’30 la politica è quasi completamente assente se non per gli accenni all’avvento di Hitler e all’antisemitismo tedesco: “Circa i rapporti fra nazisti ed ebrei, sono troppo parte in causa, e questo condiziona a priori tutto ciò che penso dei nazisti. Gli italiani, che essendo cinici sono in realtà peggiori, non provocano in me sensazioni neppure alla lontana così violente” (p. 61). Dal 1941, quando si trasferisce negli Stati Uniti, aumentano i riferimenti politici. Berlin nota in una lettera ai genitori che “la fiducia nell’Inghilterra aumenta qui di giorno in giorno coi resoconti dei viaggiatori americani di ritorno in America” (p. 203) e aggiunge in una successiva lettera alla madre che “Il cupo discorso di Mr. Churchill [si riferisce a un discorso del 9 febbraio 1941 nel quale Churchill aveva chiesto espressamente l’aiuto degli americani] aumenterà, credo, gli sforzi americani”(p. 203). Quando Roosevelt muore e gli succede Truman scrive a un amico “che Truman è certamente schietto e moderato...e liberale alla maniera provinciale del Midwest, il tipo perfetto del legionario americano, inaspettatamente laborioso, svelto e vivace. e capace di trovarsi a suo agio con persone come Eden o Lyttelton, il tutto però in scala così minuscola – come in un interno olandese – che tutte queste virtù non potranno fronteggiare la prima grossa crisi non risolubile in base a principi generali” (p. 265) - un giudizio forse meno accurato di quelli ai quali egli aveva abituato i suoi lettori negli anni americani.

Queste lettere danno il senso dell’ampiezza dei riferimenti culturali negli anni formativi di Isaiah Berlin: la filosofia, la storia delle idee (che divenne la sua vera specialità nel dopoguerra), la letteratura, la musica, il sionismo, la consuetudine e l’amicizia con molte personalità intellettuali del suo tempo. Certamente la sua straordinaria ricchezza  culturale, che ne fa una figura unica nel panorama intellettuale del secondo dopoguerra, deve molto alla complessità delle sue esperienze. Nel discorso di accettazione del Premio Gerusalemme del 1980 (ora in Impressioni personali, cit.) egli accennò alla Russia, all’Inghilterra e all’ebraismo come alle tre componenti essenziali della propria personalità. Dai pensatori russi – disse – e sopratutto dai suoi amati Turgenev e Herzen aveva preso il gusto per le idee e il senso che esse potessero dominare gli uomini fino a renderli schiavi, ma aveva anche ricavato l’ammaestramento che gli intellettuali non possono sottrarsi alla responsabilità morale di saper indicare la strada. Dalla tradizione inglese egli aveva acquisito l’empirismo, il senso cioè che il mondo è ciò che i sensi percepiscono, ma aveva anche ricavato i valori fondamentali che caratterizzavano questo paese: la tolleranza, la libertà di discussione, il rispetto per le opinioni altrui. Quanto all’ebraismo (Berlin non era un credente, anche se frequentava la Sinagoga in certe ricorrenze), esso aveva arricchito la sua concezione del liberalismo con l’idea del valore cruciale del senso di appartenenza degli individui a una comunità. “Il rifiuto dei legami naturali – aveva detto – è forse nobile, ma è sbagliato...essere capiti vuol dire condividere un passato comune, sentimenti comuni, una lingua, ipotesi comuni, possibilità di comunicazioni intime – in somma la possibilità di condividere una vita comune”.

“La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande.” scrive Berlin in un saggio su Tolstoj, aggiungendo che questo frammento di Archiloco offre un criterio efficace per classificare, anche se in modo approssimativo, gli scrittori e più in generale gli intellettuali. Vi sono quelli – scrive - che “riferiscono tutto a una visione centrale... a un principio ispiratore unico e universale” che dà senso alla loro opera e quelli che perseguono molti fini, fra loro differenti, colgono l’essenza di una vasta varietà di esperienze, “senza cercare consciamente o inconsciamente di inserirli in una visione unitaria, immutabile, onnicomprensiva”. (I: Berlin, Il riccio e la volpe, Adelphi, Milano 1986, pp. 71-72). E’ difficile dire se queste parole contengano, consciamente o inconsciamente, un riferimento autobiografico. Ma queste lettere giovanili mostrano senza dubbio un Berlin curioso, onnivoro, vivacissimo, disponibile alla conversazione, alla vita di società e magari anche al pettegolezzo che è senz’altro lontano dall’immagine di un intellettuale concentrato su uno ed un solo aspetto della vita.


UN RITRATTO DI CHURCHILL E ROOSEVELT

L’8 dicembre del 1941, dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, gli USA dichiarano guerra al Giappone. Per gli inglesi è un sospiro di sollievo: il loro principale obiettivo politico, dallo scoppio della guerra, è raggiunto. Churchill arriva in visita ufficiale il 22 dicembre 1941. Riparte il 14 gennaio dopo una serie di incontri, un discorso davanti al Congresso ed una visita in Canada dal 29 al 31 dicembre.

Scrive Berlin: “L’arrivo del primo ministro ha avuto un effetto magico. Gli USA stavano attraversando un periodo di depressione dovuto ai primi contraccolpi della guerra e ai disastri in Estremo Oriente. L’arrivo di Churchill, con la sua uniforme da ammiraglio e il suo sigaro di ordinanza, come se stesse rappresentando se stesso sulla scena, ha avuto un effetto tonico indescrivibile. Non c’è niente che possa abbatterlo, sia a parole che nei fatti. La vitalità e l’allegria che la sua mera presenza fisica comunica sono contagiose. Il discorso del Congresso è stato magnifico nei contenuti e negli effetti. Lui e il Presidente hanno un ottimo rapporto personale: sono prodighi di elogi l’uno per l’altro in pubblico e in privato, hanno lo stesso gusto per la vita, lo stesso fuoco, la stessa ampiezza oratoria e una acuta sensibilità per il contesto storico. Sanno entrambi di agire su uno sfondo storico drammatico ed entusiasmante.... sono consapevoli entrambi della propria statura e della portata storica delle proprie azioni In un’epoca in cui i singoli non sembrano in grado di concepire la grandezza degli avvenimenti a cui assistono è una fortuna che esistano almeno due uomini al nostro fianco che guardano al futuro con formidabile ottimismo, e sono preparati ad affrontare l’ondata in arrivo con la piena fiducia di poterla cavalcare trionfando. Penso che sia questo appetito onnivoro a ispirare il movimento democratico nel mondo: non tanto un’ideologia specifica, quanto l’audacia e la forza personali di Roosevelt e Churchill. Stalin, abbastanza stranamente, non mi dà questa sensazione...” (pp. 217-218).


UNA SERATA CON I KEYNES

In una lettera del 20 novembre 1944 Berlin scrive a un’amica di avere cenato all’Ambasciata britannica la sera delle elezioni e “di avere acquistato molto credito, non solo avendo predetto l’elezione di F.D.R. [Roosevelt], ma anche che non vi sarebbe stata l’impasse tra il Presidente ed il Congresso”.
“A rendere eccentrica la serata – scrive - è stata la presenza dei Keynes: lui affascinante, intelligente, etc. Lei sembra dire la prima cosa che le passa per la testa.”
Lei è la moglie di Keynes, la grande ballerina classica russa Lidija Lopochova, che Keynes aveva sposato nel 1925, ma che tutti i suoi amici di Bloomsbury, a cominciare da Virginia Woolf e da Vanessa Bell, sostanzialmente detestavano.
“A un certo punto – scrive Berlin – Lidija ha interrotto Lord Halifax [l’ambasciatore inglese] che stava conteggiando i risultati di Ohio e Michigan di cui gli avevo sottolineato l’importanza – dicendo: ‘Pensa che la prima fase poetica di Archie Mc Leish sia migliore dell’ultima?’ ‘SSt Lidija’ – le dice Keynes. Lei tace con aria avvilita e cerca di fare il suo meglio per interessarsi a quello che la radio stava annunciando. Sentiamo dire: ‘Risultati del Mississipi: Roosevelt, 7500; Dewey, 66’. ‘E’ molto importante – dice Lady Keynes – non è vero? Il Mississipi è molto importante. Lei è per Roosevelt, io sono per Roosie. Lei è contento, etc. etc.’ E’ stato necessario fermarla un’altra volta e allora aveva un’aria veramente infelice e perplessa.” Infine, conclude Berlin, seduta fra lui stesso e Lord Halifax, con il suo solito tono di voce squillante, la signora Keynes ha detto: “E’ meraviglioso l’ambasciatore, così affascinante e saggio. Ha avuto momenti terribili, non è vero, per via di Monaco e dell’appeasement [Lord Halifax aveva fatto parte negli anni ’30 di un gruppo di politici favorevoli a un accordo con la Germania nazista] Ma li ha superati…Adesso tutti gli vogliono bene. Nel 1939 odiava Chamberlain più di quanto lo odiasse Maynard, ma adesso Lord Halifax è meglio di allora”. “Non ho potuto fare altro – scrive Berlin – che emettere qualche suono diversivo, mentre Lord Halifax si è alzato e si è messo a giocare con il suo cane…” (pp. 249-250).



UN PRANZO A DOWNING STREET NUMBER 10

In una lettera ai genitori del 12 dicembre ’44, Berlin scrive che Lord Halifax (l’ambasciatore inglese a Washington) “continua a raccontare a tutti la storiella di me e di Irving Berlin” (pp. 253-254). E’ un aneddoto delizioso che vale la pena di ricostruire (si veda ad esempio Michel Ignatieff, Isaiah Berlin, Londra 1998, pp. 124-126).

Come si è già accennato, l’attività di Berlin negli Stati Uniti consisteva nel redigere dei rapporti settimanali sulla vita politica americana (ora raccolti in un libro dal titolo Washington Despatches 1941-1945, Weidenfeld e Nicholson, Londra 1981). Churchill leggeva avidamente questi rapporti e si dice che talvolta riunisse il Gabinetto di Guerra per commentarli e discuterli. A un certo punto sembra che il primo ministro avesse chiesto a Eden, allora ministro degli esteri, chi fosse l’autore di queste “perfervid pictures of American affairs”, non essendo possibile che analisi così approfondite uscissero da una penna così esangue come quella di Lord Halifax di cui Churchill non aveva grande considerazione. La risposta del Foreign Office era stata che l’autore dei dispacci era “Mr Berlin, un ebreo inglese di origini baltiche, di professione filosofo”.

Qualche tempo dopo, all’inizio del febbraio ’44, Lady Clementine, cioè la signora Churchill, disse al marito che, essendo a Londra di passaggio Berlin, sarebbe stato gentile incontrarlo e stringergli la mano. Churchill, che aveva ormai un’alta considerazione dell’autore dei rapporti dagli Stati Uniti, si disse subito d’accordo e organizzò un pranzo a Downing Street con lui e la moglie, ma anche con il Capo di Stato maggiore della Difesa ed altre personalità di Governo. Il fatto però è che il Berlin di cui parlava Lady Clementine non era Isaiah ma Irving, il musicista e compositore che stava partendo per una tournée in Europa per le truppe alleate.

Questi raccontò poi che era stato molto lusingato per l’invito anche se si era presto trovato in imbarazzo di fronte a domande del tipo: ’Come procede in America la produzione di aeroplani?’, alle quali onestamente non sapeva che rispondere. Durante il pranzo, tuttavia, parlò sopratutto Churchill e le cose in qualche modo andarono avanti. Al termine, però, Churchill si rivolse direttamente a Berlin ponendogli alcune precise domande.

Chiese, ad esempio, se, a suo avviso, Roosevelt si sarebbe ricandidato nelle elezioni presidenziali previste per il successivo novembre. Berlin, che era un democratico di New York, rispose che lui lo sperava perché intendeva votare per Roosevelt. “Ma come – chiese Churchill un po' meravigliato – noi possiamo votare in America ?” “E’ ovvio che possiamo votare” - rispose Berlin che proprio non capiva la domanda. Superando la perplessità e cambiando discorso Churchill chiese: “Mr. Berlin, secondo lei quando finirà la guerra?” “Sir – replicò Berlin – non dimenticherò mai questo momento. Quando ritorno a casa dirò ai miei bambini e ai miei nipotini che Churchill in persona ha fatto a me questa domanda”. A questo punto, Churchill, ormai irritato per la delusione di trovarsi di fronte a personaggio assai inferiore alle sue aspettative, chiede: “Mr Berlin, qual è la cosa più importante che lei ha scritto?” E lui : “White Christmas, Bianco Natale, signor Primo Ministro”, con il che l’equivoco venne alla luce.

Recensione di Isaiah Berlin, A gonfie vele, Lettere 1928-1946, Adelphi, Milano 2008
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