Il circolo vizioso da cui non si esce

di Paolo Savona - 30/06/2009 - Economia
Il circolo vizioso da cui non si esce
Se una critica va rivolta a tutti i governi per l’energico e benefico impegno posto per superare la crisi è che esso si è manifestato in ritardo rispetto al momento in cui è emersa la necessità. Esso è frutto della sottovalutazione della natura ed entità del fenomeno recessivo e dell’importanza del coordinamento internazionale per limitare il contagio tra Paesi.

Le insolvenze sui mutui ipotecari concessi con troppa facilità (i crediti subprime) andavano maturando fin dal 2005-2006 e la loro evidenziazione, come fattore “intossicante” di una larga fascia dei titoli in circolazione, emerse nella primavera del 2007. Le prime decisioni energiche furono prese solo nell’ultima parte del 2008 (dopo che fu commessa la follia di far fallire la Lehman Brothers) e le ultime giungono in queste settimane dopo che la caduta della produzione e dell’occupazione ha toccato livelli preoccupanti soprattutto nel settore industriale. In questi ultimi tempi la lungimiranza dei governanti non ha certo brillato e, nonostante ciò, si ergono a censori dei comportamenti, proponendo soluzioni “etiche”.

La recente politica economica italiana ha poggiato su tre ragionamenti: 1. poiché il nostro modello di sviluppo è basato sul traino delle esportazioni, se non si riprende la domanda mondiale, la crisi non può essere contrastata; 2. il peso del nostro debito pubblico sul Pil è eccessivo e non lascia spazio a iniziative di contrasto interno alla caduta produttiva; 3. ciò premesso, quel poco di risorse pubbliche che è possibile racimolare vanno destinate a lenire il costo sociale della crisi. Questo modello di riferimento ha la sua validità logica se la crisi si fosse abbattuta in modo contenuto nei diversi settori. Si è “brindato” alla mancata caduta delle spese natalizie, mentre crollavano letteralmente gli ordini in due settori trainanti dell’economia italiana: l’industria e l’edilizia (quest’ultima peraltro non pativa la dipendenza dalla domanda mondiale). Per l’edilizia, il Presidente Berlusconi avanzò una brillante idea (che questo quotidiano appoggiò prima di ogni altro) che finì impantanata nei soliti sospetti di brogli e accuse ambientali. Per l’industria si ricorse a soluzioni già sperimentate, come la rottamazione, che, non rimuovendo le cause ma intercettando gli effetti, vivono nello spazio temporale del loro effetto di stimolo. Il risultato è che il crollo dell’attività produttiva, insufficientemente contrastato, ha causato una riduzione delle entrate tributarie e ci troviamo oggi con quel deficit pubblico e aumento del debito statale che si volevano evitare. Se consideriamo inoltre che la bilancia di parte corrente dell’Italia ha toccato un passivo di 55 miliari di euro, sottraendo in pochi mesi un potere di acquisto interno pari a 3,5 punti percentuali, possiamo affermare, senza tema d’essere smentiti, che siamo incappati in un pericoloso circolo vizioso.

E’ indubbio che i provvedimenti presi ieri dal Governo forniscono l’ossigeno per “respirare a bassa quota”, consentendo di guadagnare tempo, senza però poter invertire il corso degli eventi. L’Unione Europea è latitante da ogni punto di vista e meno male che la Banca Centrale Europea, alla quale abbiamo spesso indirizzato critiche, ha affrontato con nuovo coraggio la situazione, ma anch’essa con troppo ritardo, ponendo a disposizione delle banche 445 miliardi di euro. Se 40 miliardi sono finiti in mano italiana, come si dice, la nostra economia può contare su una spinta monetaria esogena di 2,5 punti percentuali di Pil, che compenserà in parte il deflusso di euro verso l’estero per via del deficit della bilancia corrente, ma che sarà frenata dal crescere del rischio bancario e dal clima persecutorio verso chi dovrebbe accollarsi questo rischio.

Alle condizioni indicate, non resta che reiterare la speranza, ripetutamente espressa in queste colonne: il Governo chiami a raccolta tutte le forze del Paese e ponga in cantiere subito il rilancio dell’edilizia sull’intero territorio e la cancellazione di parte del debito pubblico cedendo il suo patrimonio immobiliare e mobiliare al fine di ridare alla politica economica un respiro all’altezza dei problemi da affrontare.

da Il Messaggero 27 giugno 2009
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