Esiste un consenso unanime sul fatto che l’incertezza del futuro italiano sia dovuta alla mancata crescita nei dieci anni alle nostre spalle, al quale si cumula il fatto che un debito pubblico che supera il prodotto interno lordo (120 fatto 100 il pil) non possa essere ridotto solo utilizzando i flussi, gli avanzi che ribaltano l’attuale deficit, delle entrate fiscali e delle spese pubbliche. Giavazzi ed Alesina, giustamente, sostengono che la misura del rischio paese si legge proprio nel quoziente debito/pil: gli analisti guardano a quel valore. Dunque, è necessario che il pil cresca: per ragioni reali (deve aumentare la ricchezza prodotta e distribuita nella nostra nazione) e deve ridursi il rapporto tra debito e pil, per consentire, alla comunità degli affari ed ai mercati finanziari, di ritrovare la fiducia nella nostra economia e nelle nostre imprese. Ma, se è necessario che cresca il pil, di nuovo e con una certa intensità, anche perché il tasso reale di crescita del pil è la soglia di sostenibilità per il costo degli interessi sul debito pubblico, si deve capire, in via preliminare, perché non sia cresciuto nei dieci anni alle nostre spalle, cioè dalla data dell’ingresso nel regime della moneta unica, l’euro.
Non basta la risposta, fondata ma non esaustiva, che l’impossibilità di svalutare l’euro, come si faceva quando la nostra moneta era la lira, impedisca alle nostre imprese di ritrovare un livello adeguato di capacità competitiva. Alcune imprese sono riuscite ad esportare, sui mercati che utilizzano l’euro, ma è il sistema economico italiano che, nel suo complesso, non riesce ad avere un saldo positivo dei conti correnti con l’estero: compra più di quanto vende sui mercati internazionali, produce meno di quanto consuma. Del resto perché aumenterebbe, altrimenti, il debito pubblico ed il debito delle famiglie?
Proponiamo, sulla base di questa diagnosi, due congetture sulle cause della mancata crescita: non abbiamo testato la loro solidità statistica ma lo faremo nei prossimi mesi, e non siamo certi. Abbiamo un ragionevole convincimento che queste congetture possano avere un fondamento.
Non saranno conoscenze accertate e sperimentate ma credenze convincenti possono esserlo. La prima congettura riguarda gli effetti della domanda aggregata nel breve periodo. La seconda il modello di funzionamento del mercato del credito e dell’attività economica del sistema bancario.
Partiamo dalla macroeconomia. Nei dieci anni alle nostre spalle si potrebbe ritenere che il moltiplicatore keynesiano della spesa abbia agito con minore intensità. Non è detto che il moltiplicatore della spesa sulle dimensioni della domanda effettiva sia una condizione sufficiente per la crescita, fenomeno di lungo periodo notoriamente, ma certamente una domanda effettiva, che si espande, è una opportunità rilevante per chi voglia sperimentare la propria espansione nel sistema delle imprese. Mentre una domanda effettiva che ristagna scoraggia qualsiasi ambizione di investimento. Le cause che avrebbero potuto ridurre la intensità degli effetti moltiplicativi sono due: la composizione della spesa pubblica e lo squilibrio tra esportazioni ed importazioni. Parliamo prima della seconda. Se la propensione alle importazioni è alta e se il livello dei consumi è basso (in ragione delle politiche salariali e delle spese vincolate utenze, canoni di locazione, mutui sugli immobili, che sono tutte spese prioritari che condizionano le altre), allora il moltiplicatore della spesa riduce i propri effetti espansivi. Ma veniamo alla spesa pubblica in se. Si tratta per larga parte di salari, stipendi e pensioni, dunque flussi che subiscono l’erosione dei consumi, prima ricordata, una volta che quella spesa diventi il reddito dei lavoratori e dei pensionati. La parte che non riguarda stipendi e salari dovrebbe riguardare opere pubbliche ed investimenti. Provvisorietà ed approssimazione nella programmazione e nella gestione di queste spese aprono la strada a tre problemi: la cattura di rendite da parte di coloro che sono monopolisti degli appalti; la cattura di rendite, meno legittime, da parte di coloro che tramano e compiono reati per ottenere appalti, che poi realizzano con profitti personali più che con diligente attenzione; il disordine della programmazione si traduce in una crescente incertezza sul destino finale delle opere e scoraggia coloro che volessero davvero costruirle e magari gestirle, in regime di concessione.
Queste tre circostanze generano redditi alti per soggetti non interessati ad investire ed incertezza per coloro che vorrebbero farlo.
C’è, insomma, una componente distributiva in questi effetti di rallentamento degli effetti espansivi della spesa pubblica. I monopolisti e gli opportunisti guadagnano troppo, accumulando rendite. In proporzione i ricchi spendono in consumi meno di chi ha un reddito basso; quando consumano, consumano beni di lusso che non necessariamente attivano il mercato interno e spesso attivano, al contrario, quello esterno.
Ovviamente si può pensare che si attivi, nel caso di profitti illeciti, il mercato nero ma quella è una domanda effettiva che non si vede per definizione. Gli imprenditori scoraggiati, perché non guadagnano abbastanza, o non vedono prospettive di espansione nel settore, non investono e consumano poco, anche perché hanno redditi alti, evidentemente.
Dunque la macroeconomia ci dice che la spesa pubblica, un incremento di quella spesa, non genera effetti keynesiani di tipo moltiplicativo.
Veniamo alle banche. Draghi ha spiegato, alle prime avvisaglie della crisi finanziaria, che ora domina sui mercati del credito un nuovo modello di gestione: OTC – originate(risk) to distribute (risk). In pratica, concedere finanziamenti e generare crediti che possano essere cartolarizzati, trasformati in titoli, e ceduti sui mercati finanziari a risparmiatori od ad investitori istituzionali, che poi li cedono ai risparmiatori, che affidano i propri risparmi monetari a quegli investitori.
Questo modo di fare accorcia, nei bilanci delle banche, la lunghezza degli stati patrimoniali, della misura di quanto credito si cartolarizza, e genera liquidità che le banche usano per fare investimenti o per distribuire profitti e compensi ai manager. Quando le cose vanno bene. Cambia anche la struttura del conto economico, che non si alimenta prevalentemente di margini sugli interessi nelle operazioni creditizie, ma di commissioni, meno rischiose, sulla gestione dei pagamenti o la gestione dei patrimoni.
Le banche diventano, con la crisi, anche meno liquide perché i risparmi vengono, dalla gestione dei patrimoni che esse suggeriscono ai clienti, trasformati in titoli ed i crediti, residui e non cartolarizzati, diventano difficili da gestire quando alle imprese, debitrici, viene rallentato l’incasso dei ricavi da una minore domanda o viene diminuito il volume dei ricavi per una caduta della domanda per beni di consumo.
Insomma, le banche non trasformano intensamente in investimento (spese per impianti e attrezzature, tecnologie know how) il risparmio monetario che esse raccolgono. Lo trasformano con una intensità minore rispetto a quello che accadeva negli anni ottanta e prima di quegli anni. Il credito non è, paradossalmente, il loro core business: in termini di reddito, ovviamente, e non di volume dei prestiti concessi. D’altra parte l’OTC sposta la strategia della banche verso la gestione del conto economico e non verso la utilizzazione dello stato patrimoniale come ammortizzatore di sistema tra settori in avanzo, i risparmiatori, e settori in disavanzo le imprese.
I mercati, dei titoli, contano più degli intermediari finanziari e questo in gradisce la dimensione delle transazioni sulla LM piuttosto che la massimizzazione di quelle relative alla IS. Gli stock, di moneta e di titoli, contano più dei flussi, di risparmio ed investimento.
Per concludere: meno spinte macroeconomiche ad espandere la domanda e meno opportunità di trasferire risparmio agli investimenti, da parte del sistema bancario sono due possibili determinanti della caduta degli investimenti e, di conseguenza, di una produzione che risulta inferiore al consumo; mentre le importazioni nette comprimono gli effetti espansivi della spesa pubblica; in una spirale che si autoalimenta nel tempo grazie ai fenomeni che abbiamo descritto.
Continueremo a lavorare su queste due congetture, per trasformarle in fatti accertati, o per rifiutarle, se la realtà ci dovesse smentire.
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Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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