Le conseguenze economiche del consolato Franco-Tedesco in Europa

di Massimo Lo Cicero - 06/12/2011 - Economia
Le conseguenze economiche del consolato Franco-Tedesco in Europa

- Finanza e Comunicazione, domenica 4 dicembre 2011 -
 

Sei economisti americani, fra molti altri, ma tutti abbastanza autorevoli, hanno indicato una soluzione per i problemi della crisi europea, del debito sovrano, della fragilità delle banche e della moneta unica, radicalmente diversa dal Sarkozy & Merkel Consensus che rappresenta, da quasi un anno, una sorta di mantra fondato sul rigore fiscale e sul rimando delle scelte da attuare per contrastare questa crisi. Nel mese di novembre, mentre queste diagnosi apparivano sulle pagine dei magazine internazionali, si è formato in Italia un nuovo Governo, al quale è stato concesso un ampio sostegno parlamentare al suo insediamento.

Il 4 dicembre, in presenza di una prima manovra anticrisi, che il Governo italiano avrebbe varato nel pomeriggio, due economisti italiani hanno presentato una critica molto puntuale di un insieme di provvedimenti, ventilati ed annunciati, che si collocavano piuttosto nel solco del Sarkozy & Merkel Consensus, e forse anche nella scia di un approccio riconducibile al precedente ministro dell’economia, Giulio Tremonti: un approccio che si ritrova, ovviamente, anche nei tentativi del Governo, precedentemente in carica, per arginare i problemi della crisi europea.

Il Governo Monti, insomma, avrebbe scelto di continuare su una strada che larga parte dell’opinione economica e politica degli Stati Uniti, ritiene sbagliata e controproducente rispetto alle esigenze necessarie per uscire dal clima recessivo nel quale sono precipitate le economie avanzate del mondo, ed in particolare USA ed Unione Europea, dopo la prima crisi finanziaria globale accusata negli anni alle nostre spalle. Ma procediamo con ordine.

Gli economisti americani, le opinioni dei quali possono essere lette nei link allegati a questo testo, sono sei, in ordine sparso: Krugman, Rogoff, Roubini, Frankel, Shiller ed Eichengreen.

Gli economisti italiani, assai critici sulla manovra del Governo Monti, sono Alesina e Giavazzi, che hanno presentato le proprie opinioni sul Corriere della Sera del 4 dicembre 2011.

Anche di questo articolo offriamo il link.

Il minimo comun denominatore delle critiche americane alle opinioni della coppia Sarkozy – Merkel è il rifiuto di una opzione fondata solo sul rigore fiscale ed una politica monetaria restrittiva per arginare la crisi europea: questa politica conduce ad una deflazione generalizzata, ed inutile, del mercato nel vecchio continente. Questa deflazione riduce le prospettive di crescita a medio termine e rende ancora più pericoloso, di conseguenza, sia il divario di produttività – un dato che si legge tra i paesi europei del nord est e quelli del sud ovest – che la dimensione del quoziente tra debito e prodotto interno lordo nei paesi più fragili, sotto il profilo della produttività.

Le ampie dimensioni dei loro debiti pubblici, che non possono essere ridotte solo con avanzi progressivi di bilancio, rapportate a volumi decrescenti o stazionari del reddito prodotto, saranno considerate una conferma e non una smentita della fragilità del debito sovrano di quei paesi e dell’intera Unione Europea. Perché quella fragilità si combinerà con la necessità di ricapitalizzare le banche europee, le quali, nelle more di questa eventualità, dovranno rallentare e forse ridurre la dimensione del credito in essere alle imprese. Allargando la spirale recessiva avviata dalla riduzione delle spese pubbliche e dei consumi, alimentata dall’incremento di tassazione, e dalla restrizione della base monetaria europea che si combinerebbe con un razionamento del credito generato dal ripiegamento imposto alle banche.

Un simile scenario, sostengono gli economisti americani, comprometterebbe la stessa possibilità di ridare uno slancio espansivo all’insieme delle economie avanzate: sarebbe un ostacolo agli sforzi che l’economia americana, e la sua classe dirigente, stanno ponendo in essere per rimettere in moto la crescita e lo sviluppo economico. Stiglitz, prima di novembre, aveva annunciato chiaramente che le politiche europee stavano generando un contagio negativo sull’opinione pubblica americana che comprometteva, come le idee di economisti morti da tempo spesso avevano condizionato negativamente i governi in carica, gli sforzi di ridare una prospettiva espansiva al reddito ed all’occupazione.     (http://www.projectsyndicate.org/commentary/stiglitz141/English).

Vediamo in dettaglio i sei punti sollevati dagli economisti americani che conducono a questa diagnosi che, coerentemente, dovrebbe assolutamente indurre anche ad un radicale ridimensionamento ed ad una riformulazione delle prime terapie proposte dal Governo Monti.

Nouriel Roubini individua due gruppi distinti e diversi di economie nell’ambito dell’eurozona: la periferia ed il cuore della stessa. Da una parte i piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) e dall’altra il core dell’eurozona (Germania, Austria, Olanda e Francia). La periferia, a bassa produttività, consuma più di quanto produca e produce deficit nella bilancia corrente dei pagamenti.

Il cuore produce più di quanto consuma e risulta esportatore netto, sia sul mercato domestico dell’Unione Europea che su quello internazionale. La periferia, i piigs, si divide a sua volta nella scelta della copertura finanziaria per i propri eccessi di consumo: Spagna ed Irlanda hanno esagerato nel debito privato, gli altri hanno fatto un cattivo ricorso al debito pubblico: hanno finanziato spesa correnti e progetti il cui rendimento netto sociale era inferiore al costo del debito emesso dagli Stati per finanziare quelle spese e quegli investimenti.

Nel core europeo, che esporta e cresce, c’è una moderata tensione sui prezzi e, di conseguenza, il Sarkozy&Merkel Consensus non prevede né politiche di quantitative easing monetario né una funzione di prestatore di ultima istanza per la banca centrale europea, capace di assorbire le tensioni sul debito, pubblico e privato, generate dalla periferia.

Roubini aggiunge anche una singolare considerazione che riguarda il nostro paese, indirettamente. Ricordando la compensazione tra sud sussidiato e nord esportatore negli anni del miracolo italiano e ricordando, anche, che lo squilibrio tra Germania e Grecia, od altri paesi piigs, non si può chiudere se non nel perimetro di un medesimo Stato nazionale e di una medesima banca centrale.

Condizione non osservabile nel caso dell’eurozona.

Krugman riprende e rilancia le tesi di Roubini. Ed arriva ad una conclusione drastica, dopo aver chiarito che, nell’aprile del 2011, si sia verificato un salto di qualità nella dinamica della crisi. Quando la Banca Centrale Europea aumentò i tassi di interesse per ridurre l’inflazione in tutta la eurozona. Ma la Grecia sta all’Europa come Miami agli Stati Uniti. Dunque i mercati finanziari, secondo Krugman, hanno perso la fiducia nell’euro come moneta unica e condivisa ed hanno pensato che i tassi debbano essere riportati in alto in tutta l’eurozona.

“Non è difficile vedere perché. – dice letteralmente Krugman -  la combinazione di austerità per tutti ed una banca centrale morbosamente ossessionata dall’inflazione renda impossibile per paesi indebitati sottrarsi alla trappola del debito e sia, di conseguenza, una ricetta per allargare sia il default del debito, che la fuga dai depositi ed un collasso finanziario generale”. Krugman conclude, rivolgendosi agli americani, di rispondere – a chi crede che le politiche espansive cambieranno l’economia americana in quella greca – che, se si taglia la spesa durante una recessione, allora, gli Stati Uniti diventeranno come l’Europa. Fin qui, come si vede, le ragioni macroeconomiche delle critiche americane al Sarkozy&Merkel Consensus. Ma ci sono altre quattro dimensioni, oltre la macroeconomia, che vanno prese in esame.

La prima riguarda la sostenibilità del capitalismo, dell’economia monetaria di produzione, nella quale da alcuni secoli si è venuta configurando, secondo modalità alternative e differenziate, l’insieme delle relazioni economiche. Il tema è affrontato da Kenneth Rogoff. Per una volta non ricorrendo al trito parallelo tra capitalismo renano e capitalismo americano. Qui la questione si pone tra il darwiniano, ed autoritario, modello cinese del capitalismo in uno Stato autoritario, e non in una democrazia, ed il capitalismo europeo, che combina benefici sociali e tutela della salute con un ragionevole orario di lavoro ed una larga disponibilità di tempo libero. Ma si pone anche, come una incognita, il destino della straordinaria corsa che, dalla rivoluzione industriale in poi, e fino agli sviluppi della rivoluzione digitale e delle bolle finanziarie seguite alla sua comparsa, ha allargato la ricchezza ma anche la diseguaglianza. In due diverse dimensioni.

Da un parte l’assoluta incapacità di gestire beni naturali, come l’acqua ed il clima, e dall’altra il costo, insostenibile, di regimi puntuali e circoscritti di welfare e protezione sociale, nel perimetro dei paesi di antica industrializzazione. Dall’altra la diseguaglianza dei redditi tra esclusi ed inclusi in questo regime mondiale di new comers ed old members. Anche nel mondo della finanza, infine, esiste un problema: lo straordinario cambiamento delle tecnologie utilizzate non ha permeasi una riduzione dei rischi specifici di quel mondo, l’industria della finanza, ed anzi, e per certi versi, li ha ingigantiti.

Anche per le dimensioni che assume l’azzardo morale in un mondo dove si dilata la percezione, prima ancora della conoscenza, su quello che rappresentano i prodotti ed i servizi offerti ai propri clienti. Rogoff, di fronte a questi problemi, conclude che, in presenza di una crescente disuguaglianza, di inquinamento ambientale e costo della salute, ma anche di instabilità finanziaria e di una paralisi operativa – per motivi autoritari o per sfilacciamento della democrazia – dei regimi politici, il futuro del capitalismo non sembra così sicuro nei prossimi decenni di quanto non appaia ora. A questo giudizio di Rogoff si possono collegare le ultime tre lezioni.

La prima delle quali riguarda le neuroscienze e la finanza. Dice Shiller che oggi le neuroscienze ci hanno spiegato meglio come si formano i nostri comportamenti. E che oggi l’economia somiglia al nostro cervello: un network di persone che comunicano l’uno con l’altro con molti e diversi canali. “Il cervello, il computer e l’economia: tutti e tre sono strumenti (piattaforme?) il cui scopo è risolvere il fondamentale problema informativo di coordinare le attività di numerose entità – i neuroni, i transistor o le singole persone”.

Keynes, ricorda Shiller, riteneva che molte delle decisioni economiche vengono assunte in condizioni in cui non sono note le probabilità del rischio in esse implicito. Ed ancora oggi “il problema dell’economia, sostiene Shiller, è che ci siano spesso tante interpretazioni quante sono gli economisti che descrivono la crisi”. Insomma, per chiudere le contraddizioni del capitalismo, dobbiamo prima ritrovare le capacità di comunicazione, e di coordinamento, che rendono i mercati, qualche volta, capaci di funzionare come se ci fosse una mano invisibile che li guida.

Ma anche evitare che qualcuno, più autoritario e meno democratico, di quanto sia accaduto nei secoli alle nostre spalle, pensi di guidare davvero e con una unica mano visibile le scelte dello sviluppo e della crescita.

Si arriva, di conseguenza, alla lezione di Frankel, che commenta i nuovi governi tecnocratici con i quali si cerca di arginare la deriva della crisi europea negli ultimi mesi. Non siamo di fonte ad un punto di politica economica ma ad un punto che riguarda la natura e la capacità della classe dirigente, in generale.

Dice Frankel che è arrivata l’ora dei tecnocrati ma  anche che “molti economisti hanno compreso i rischi sottostanti l’unione monetaria in Europa. Sono i politici che hanno sottostimato le difficoltà quando essi hanno optato per la integrazione monetaria”. Si torna quindi al problema dei linguaggi e dei comportamenti, della conoscenza delle conseguenze, e della capacità di guidare l’azione collettiva. Frankel non parla solo di problemi generali ma anche di questioni attuali e conclude dicendo che”né Papandreu né Monti potranno realizzare miracoli tecnocratici se non creano strumenti politici per rendere realizzabili politiche che (ritengono ndt) giuste”.

Anche l’ultima lezione ci riporta all’attualità, a partire dal titolo dell’articolo di Eichengreen: l’oscurità europea in pieno giorno.

Se Sarkozy e la Merkel intendono difendere davvero l’euro devono capire che la sola istituzione che possa farlo è una banca centrale europea che abbia la copertura politica necessaria per preservare il sistema dell’eurozona che è stato creato nel tempo. “Se l’euro deve diventare una moneta normale, l’Europa deve avere una banca centrale normale”. Anche sull’Italia le sue opinioni sono nette: “L’Italia ha bisogno di tempo per mettere in atto le proprie politiche per la crescita”. E’ vero ma, allora, è altrettanto vero - e questo lo diciamo noi per concludere questa rassegna – che allora non si può mantenere una incertezza di contorno alle terapie che, di volta in volta, ed in una frammentata successione temporale vengono annunciate.

In gioco ci sono sia il destino dell’economia mondiale che il destino dell’Europa. Europa, della quale l’Italia è una parte importante e significativa, che deve trovare, in un regime di cooperazione ed intesa con gli Stati Uniti, un ruolo attivo nel governo di un mondo dove si affacciano nuovi attori e dove si confrontano strade diverse: sia nella sfera dell’economia che in quella della democrazia politica. La crisi europea è chiaramente una crisi di democrazia prima ancora che un problema di politica economica, di scelta sulla politica economica.

Anche la crisi italiana si può ricondurre a questa tipologia.

Gli ultimi venti anni, quelli della seconda repubblica, non hanno aggiunto nulla di nuovo, ed hanno peggiorato molte delle condizioni, che si erano già presentate nella crisi del 1992.

La sterilità della politica ha ulteriormente compromesso, in questi venti anni, la nostra economia. Ora possiamo rimettere in movimento la nostra crescita solo se saremo capaci di mettere in movimento la crescita europea e di trovare una intesa tra Europa e Stati Uniti perché si dia un nuovo assetto al mercato globale: che è una opportunità e non un problema. Ma per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso il Governo Monti deve darci una prospettiva ed un percorso dentro quella prospettiva.

Lasciare incertezza sul futuro, non indicando il percorso,ed annunciando solo singole parti di un disegno generale è un errore di comunicazione politica ma anche un ostacolo al raggiungimento di politiche che si ritengono giuste.

Le lezioni americane ci dicono che dobbiamo abbandonare il Sarkozy&Merckel Consensus ma dobbiamo anche indicare la direzione in cui pensiamo di poter ritrovare la crescita.

Agire sul debito, ridimensionandone le dimensioni cedendo beni mobiliari ed immobiliari dello Stato, è una scelta necessaria per ridurre la fragilità finanziari. Agire sulla pressione fiscale, e sul deficit corrente dello Stato, impattando solo sui contribuenti che le tasse hanno già pagato nei mesi alle nostre spalle, non è una scelta accettabile. Ma anche pensare di trovare tutti gli evasori in un giorno e farli pagare di colpo è davvero incredibile prima ancora che improbabile.

Ritrovare, invece, i termini di un linguaggio che generi nuovi e diversi comportamenti collettivi, in direzione di un vantaggio comune, ci aiuterà a riordinare il Welfare ed a migliorare le strutture della finanza e la capacità di produrre nelle fabbriche. Ci aiuterà a tornare sulla scena internazionale nel ruolo e nello schieramento che meritiamo di avere: quello dell’economia monetaria di produzione, dei mercati e dei regimi democratici. Sapendo che siamo usciti dal secolo scorso ma che questo secolo non ci ha ancora consentito di navigare in acque sicure.

Ritrovare un linguaggio ed un traguardo comune tra i paesi europei e tra Unione Europea e Stati Uniti non ridurrà i nostri rischi, in un mare ancora agitato, ma ci consentirà di navigare in una flotta compatta, dove noi possiamo aiutare gli altri egli altri possono aiutare noi. Un gruppo coeso è sempre meglio di un branco di cani sciolti. Ma deve essere governato. Ed il Governo Monti deve guidare politiche coerenti con la soluzione dei problemi da affrontare  ma anche dare, ad ogni cittadino, un contesto di senso ai motivi per i quali esse devono essere realizzate.

 

Le sei lezioni americane

http://www.nytimes.com/2011/12/02/opinion/krugman-killing-the-euro.html?_r=1

krugman uccidere l’euro

http://www.project-syndicate.org/commentary/rogoff87/English

il capitalismo è sostenibile? Rogoff

http://www.project-syndicate.org/commentary/roubini44/English

roubini:  down with the eurozone

http://www.project-syndicate.org/commentary/frankel7/English

frankel: l’ora dei tecnocrati

http://www.project-syndicate.org/commentary/shiller80/English

shiller: the Neuroeconomics Revolution

http://www.project-syndicate.org/commentary/eichengreen36/English

eichengreen: Europe’s Darkness at Noon

 

I discussant italiani: Alesina & Giavazzi

http://www.corriere.it/editoriali/11_dicembre_04/alesina_giavazzi-presidente-cosi-non-va_0205d1da-1e50-11e1-b26c-4b15387dad1c.shtml