Dietro il contrasto tra Mattioli e Cuccia: "Caro Enrico, sei troppo autonomo"

di Giorgio La Malfa - 18/07/2011 - Economia
Dietro il contrasto tra Mattioli e Cuccia: "Caro Enrico, sei troppo autonomo"

Una lettera di Raffaele Mattioli a Enrico Cuccia del novembre del 1961 rivelò l’esistenza di un contrasto fra i due maggiori banchieri italiani del ‘900, l’uno capo della Banca Commerciale (Comit), l’altro di Mediobanca di cui la Comit era, con il Credito Italiano, il maggiore azionista, ma anche, in un certo senso, il socio ‘di riferimento’, in quanto il progetto era nato dalla collaborazione dei due.

Carissimo Enrico – si legge nella lettera pubblicata in un nuovo libro di Sandro Gerbi (Mattioli e Cuccia, due banchieri del novecento, Einaudi) - ieri sera, alla fine del nostro vivace colloquio, ti dissi…che la questione non era personale. Posta in termini sereni e non brutali, essa è: nell’interesse di chi è amministrata Mediobanca?”. E a chiarimento di questo punto, Mattioli precisava seccamente che “la partecipazione [in Mediobanca] delle Bin [Banche di interesse nazionale] non è un impiego di portafoglio. Mediobanca è uno strumento delle Bin”. E infine, alla risposta che evidentemente nel colloquio Cuccia gli aveva dato e cioè che le decisioni di Mediobanca erano prese nell’interesse delle Bin, Mattioli scriveva: “Io sono felicissimo che mi si insegni qual è il mio interesse. Ma come faccio ad apprenderlo se ciò che dovrebbe insegnarmelo resta avvolto nelle tenebre del più ermetico silenzio?”.

Qual era l’origine e la natura del contrasto? Gerbi sostiene che Mediobanca, invece di concentrarsi sul credito a medio termine, avrebbe assunto “partecipazioni con altro scopo e tendeva a tenerle in portafoglio”. Lo storico Valerio Castronovo ha addirittura scritto sul Sole 24 Ore che il contrasto nasceva dal fatto che per Mattioli le banche “dovessero perseguire esclusivamente l’interesse dello Stato” (ma che cosa vuol dire?).

Io non ho mai condiviso questa lettura. Sono sempre stato convinto che il contrasto non riguardasse la partecipazione di Mediobanca ai “grandi affari”. Ritengo invece che esso nascesse dalla ferrea volontà di Cuccia di garantire l’autonomia di Mediobanca nell’istruire le pratiche di finanziamento e nel decidere se concedere il credito ai propri potenziali clienti.

Intanto, la lettera del ’61, pur essendo rivelatrice di un diverso modo di pensare fra Mattioli e Cuccia, nacque da un episodio specifico: la richiesta di Mattioli a Mediobanca di concedere un credito alla casa editrice Einaudi e il netto rifiuto opposto da Cuccia in quanto la Einaudi gli sembrava in condizioni finanziarie troppo precarie.

Gerbi non condivide questa mia tesi, anche se nel suo libro pubblica il testo di una lettera di Cuccia a Giulio Einaudi di qualche anno precedente nella quale il capo di Mediobanca lo informa di avere discusso “con i membri del Comitato [Esecutivo] …la concessione di un finanziamento a medio termine” alla casa editrice e aggiunge di ritenere “doveroso, per evitarle un ulteriore disturbo, di comunicarLe subito che…una Sua richiesta di finanziamento…avrebbe assai scarse possibilità di venire accolta” e concludeva dicendosi “spiacente che…non vi sia possibilità di venire incontro alle esigenze finanziarie del Suo interessante programma editoriale” .

Cuccia non ignorava certo i meriti culturali di Einaudi. C’è una sua bellissima lettera della fine degli anni ’80 nella quale, ricevendo da Einaudi un catalogo storico della casa editrice, gli risponde sottolineando, con gratitudine, “l’importanza che la Einaudi aveva avuto per gli uomini della mia generazione”. Dunque il suo no derivava dalla fedeltà a una certa idea del proprio mestiere, che è quella che fece sì che nei bilanci di Mediobanca negli anni di Cuccia non figurarono mai perdite sui crediti concessi.

In realtà le origini del contrasto fra Mattioli e Cuccia hanno un’origine lontana: esse vanno cercate nella depressione del ’29 che aveva messo in crisi il modello della banca mista di cui la Comit di Giuseppe Toeplitz era stata l’esempio più illustre. In uno scritto del ’44 Donato Menichella, allora direttore generale dell’Iri e poi governatore della Banca d’Italia, spiegò bene come i crediti della Comit e delle altre grandi banche si erano immobilizzati per effetto della crisi produttiva delle maggiori imprese italiane. La stessa Banca d’Italia che, per evitare problemi di liquidità delle banche, ne aveva riscontato i crediti, era stata trascinata nel gorgo della crisi, fin quasi al fallimento. Con la creazione dell’Iri, lo Stato aveva alleggerito le banche dei pacchetti azionari e dei crediti ormai inesigibili verso il sistema delle imprese, ma aveva stabilito, per evitare il ripetersi di quelle situazioni, un divieto assoluto per le banche commerciali di esercitare il credito finanziario a medio termine. All’atto del salvataggio della Comit, accompagnato dalla imposizione delle dimissioni di Toeplitz e dalla sua sostituzione proprio con Mattioli, Alberto Beneduce, che era il presidente dell’Iri, fece sottoscrivere agli amministratori delle banche un “impegno d’onore” ad astenersi dal credito finanziario, seguito tre anni dopo dalla promulgazione della legge bancaria nella quale fu formalmente sancita la separazione fra credito commerciale e credito finanziario.

Beneduce, che aveva conosciuto Cuccia quando questi lavorava a Londra nella rappresentanza della Banca d’Italia e che poi lo aveva chiamato all’Iri nel 1934 (Cuccia, a differenza di quanto scrive Castronovo, non ha mai lavorato all’Istituto per le Esportazioni), aveva una visione fermissima della necessità di separare il credito commerciale dal credito finanziario. Mattioli, che seppe risollevare la Comit nel giro di pochi anni dall’abisso in cui “la fratellanza siamese” fra banca e impresa l’aveva fatta precipitare, accettò la separazione del credito, ma non ne fu mai del tutto persuaso. ritenendo che far venire meno questo settore di attività bancaria avrebbe costituito una seria difficoltà per lo sviluppo del Paese.

Nelle discussioni sulla legge bancaria molti chiesero di non sancire formalmente il divieto alle banche di concedere credito a medio termine. In una lettera del ’37 al Governatore della banca d’Italia, Azzolini, Mattioli scrive che pur trattandosi di proposte “sulle quali ebbi a manifestare il mio netto dissenso” (in esse) “vi era l’eco di un malcontento reale e di un’esigenza che non si può negare” (l’esigenza che qualcuno si desse carico del finanziamento delle nuove iniziative industriali). Aggiungeva che bisognava studiare “in qual modo si possa più efficacemente e con minore rischio esplicare la collaborazione delle aziende di credito all’esercizio del cosiddetto credito a medio termine”.

Mediobanca fu fondata il 10 aprile 1946 sotto l’impulso di Mattioli e di Cuccia. Ma probabilmente fin dall’inizio ci fu una differenza nella concezione dell’istituto fra i due suoi promotori. Per Cuccia Mediobanca era la realizzazione del modello Beneduce della banca specializzata nel credito industriale, indipendente e guidata con assoluta severità di criteri gestionali. Per Mattioli era lo strumento con il quale le banche commerciali potevano, in condizioni di sicurezza, contribuire all’esercizio del credito a medio termine.

La creazione di Mediobanca incontrò vari ostacoli, il più rilevante dei quali fu l’opposizione di Luigi Einaudi, governatore della banca d’Italia, che non nascondeva il timore che essa fosse un mascheramento del ritorno della Comit “ai suoi vecchi amori” del credito industriale. Una conferma di questo sospetto venne, in quello stesso periodo, da un articolo dell’Economist che parlando del progetto scrisse che si stava preparando il “dustbin della Comit”, cioè il cestino della carta straccia in cui essa avrebbe messo le operazioni cattive e i crediti “inaciditi”.

Il problema di Cuccia fu sempre quello di evitare che i sospetti di Einaudi e dell’Economist potessero materializzarsi. Sapeva bene che le possibilità operative di Mediobanca dipendevano dalle Bin e dalla Comit in particolare attraverso le quali Mediobanca raccoglieva i fondi necessari per operare. Sapeva anche che le imprese che chiedevano a Mediobanca di finanziarne gli investimenti erano in genere clienti delle Bin e della Comit in particolare. Ma proprio per questo pretese sempre che il management di Mediobanca fosse del tutto autonomo nelle decisioni di finanziamento. Le carte pubblicate da Gerbi confermano questa dialettica. Mattioli scrive senza mezzi termini che la Comit è costretta a “prendere a balia” certe operazioni perché Mediobanca non fa il suo mestiere. Cuccia insiste che il credito agli investimenti è un mestiere difficile perchè la banca che li dà condivide con l’imprenditore il rischio insito in queste operazioni. Aggiunge che spesso Mediobanca deve intervenire per correggere le conseguenze negative di investimenti sbagliati.

In sostanza la discussione, civilissima, fra queste due straordinarie personalità non nacque dal rilievo che Mediobanca facesse “troppo”, bensì, agli occhi di Mattioli, troppo poco e soprattutto con troppa indipendenza di giudizio dalla Comit.

Chi aveva ragione: Mattioli o Cuccia? - si domanda Gerbi. E tende a concludere che avesse ragione il primo. Io penso esattamente l’opposto: proprio questa ferrea volontà di indipendenza è stata la chiave del contributo che Mediobanca ha dato ad assicurare una buona qualità degli investimenti industriali in Italia. Semmai c’è da lamentare che essa, specialmente all’inizio, fosse troppo piccola e troppo sola. Ma quello che ha fatto lo ha fatto assai bene.

da L'Espresso del 21 luglio 2011

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