Il coraggio che serve per ridurre la spesa e il debito

di Paolo Savona - 10/10/2007 - Economia
Il coraggio che serve per ridurre la spesa e il debito

 Ancora una volta la Commissione di Bruxelles ha manifestato la sua insoddisfazione per quanto l’Italia va facendo per stabilizzare la finanza pubblica, ma non in che modo essa intenda operare per agevolarci nel perseguimento del compito di risanarla definitivamente. Quando ciò avverrà i cittadini si sentiranno più vicini all’Europa e non solamente da essa giudicati e rimproverati, ma non aiutati. Ben sappiamo che il compito attribuito alla Commissione dai Trattati europei non è quello qui auspicato, ma il problema incontrato dal processo di unificazione europea è proprio questo e, almeno per ora, non si avverte il senso di una presa di coscienza della necessità di rimuoverlo.

L’esistenza di questa lacuna europea non attenua le nostra responsabilità ad agire nella direzione del risanamento, ma la condizione necessaria è raggiungere una maggioranza di consensi politici sulla via da seguire alternativa a quella di aumentare le tasse “per rientrare nei parametri di Maastricht”; questa è la soluzione finora seguita che ha però come controindicazione un freno allo sviluppo oltre quelli che ci pongono l’arretratezza tecnologica e istituzionale interna e la competizione globale. Sono due le possibili soluzioni: ridurre le spese o abbattere il debito pubblico. La prima, oltre a essere tecnicamente difficile da perseguire e politicamente costosa, ha quasi le stesse controindicazioni sullo sviluppo di una maggiore imposizione fiscale. Appare un pessimo sostituto impegnare la pubblica opinione sui “costi della politica” che, pur essendo obiettivo doveroso da perseguire, ha poco a che fare con il risanamento e allontana ancor più l’elettore dall’acquisire coscienza che esso riguarda in qualche modo anche lui; ossia riduce le chance di ottenere il consenso perché vengano approvati i sacrifici necessari.

L’abbattimento del debito in essere, indicato giustamente come un obiettivo prioritario, offre vantaggi da molti punti di vista. Consente un rapido rientro nei parametri di Maastricht, la cessazione dei poco graditi rimbrotti internazionali e la liberazione di risorse per la riduzione degli ingenti oneri finanziari attualmente pagati, i quali possono essere ancorati sia a una simultanea detassazione o stanziati per effettuare quegli investimenti infrastrutturali la cui carenza grava sulla competitività delle nostre merci. Oggi, politicamente e anche economicamente, è meglio la prima destinazione che la seconda. Per far ciò lo Stato deve però cedere il suo patrimonio mobiliare e immobiliare, come è costretto a fare qualsiasi debitore a corto di reddito. La stima più attendibile è che il loro valore di realizzo possa essere di circa 450 miliardi di euro. Se non è disposto a farlo, le proposte sono solo chiacchiere, molto di più di quanto non sia l’invocazione a ridurre le spese. Esistono tecniche finanziarie di pronta liquidabilità del patrimonio pubblico con effetti positivi immediati sullo sviluppo. Il problema non è questo, ma quello che aggrappati a questo patrimonio vi sono interessi privati il cui onere è ancora maggiore dei costi della politica e le cui conseguenze sono nefaste per lo sviluppo e la giustizia sociale.

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