Meno credito e riforme se si cede il patrimonio

di Paolo Savona - 16/04/2010 - Economia
Meno credito e riforme se si cede il patrimonio
Si susseguono le richieste di riduzioni fiscali. Ciascuna organizzazione di interessi propone di ridurre il proprio carico tributario. In questi giorni il debito pubblico è ulteriormente cresciuto e ha raggiunto il peso di 30 mila euro a persona. L’unica proposta coerente con le due realtà è quella di ridurre la spesa pubblica, ma la specificazione che debba essere quella improduttiva aggira il problema. Alla recente riunione della Confindustria a Parma il ministro dell’Economia è stato chiaro: l’entità del debito pubblico non consente grandi riduzioni di imposte; ha però aggiunto che non si sottrarrà al compito e avanzerà una proposta “ad alta intensità politica” che terrà conto degli aspetti sociali e del welfare. Vi sono motivi per ritenere che questo suo impegno passi dall’attuazione del federalismo, di cui una parte non piccola sarà l’attribuzione alle Regioni di incisivi poteri fiscali.

C
onsiderato lo stato delle provvidenze sociali da tutelare, una politica che intenda ridurre la pressione fiscale senza indicare quali spese tagliare riuscirà solo a trasferire le responsabilità di attuazione dal centro alle Regioni, oggi caricate interamente sul Governo centrale.

Una riforma fiscale che sposti il peso dell’imposizione dai redditi delle persone fisiche e giuridiche, ai beni fisici, soprattutto consumi, senza una simultanea riduzione del fabbisogno complessivo dello Stato centrale e delle Regioni, può essere anche confezionata per dare sollievo alle imprese, ma finirebbe con il gravare sui redditi da lavoro e da pensione attraverso la traslazione delle imposte che comporta una maggiore inflazione. Il Governo centrale si potrà vantare di avere ridotto le imposte ma, a parità di prestazioni sociali, le Regioni dovranno aumentarle.

A giusto titolo, il Governo potrà affermare d’aver assolto al suo impegno, ma avrà spostato sulle Regioni la responsabilità di attuare la riforma fiscale. Il problema resta quindi quello di ridurre la spesa pubblica e sull’argomento si sono fatte affermazioni solo generiche. Una siffatta riforma può avere effetti controproducenti se le Regioni benestanti riusciranno a ridurre l’onere fiscale, mentre le altre non saranno in condizione di farlo; e dovendo fare fronte agli impegni, aumenteranno la pressione fiscale, deflazionando le loro economie. Poiché la domanda aggregata delle Regioni economicamente arretrate contiene importazioni da quelle benestanti in dimensioni che superano un quinto del totale, una caduta dei trasferimenti pubblici si rifletterebbe negativamente sullo sviluppo delle Regioni avvantaggiate da questa domanda. Nel decidere la riforma dei tributi si dovrà tenere in debito conto tutte queste spinte e controspinte.

Una crisi ha sempre effetti salutari e, quindi, una riforma fiscale che sposti le responsabilità delle scelte dal centro alla periferia potrebbe indurre a riesaminare finalmente il funzionamento della pubblica amministrazione, laddove questa è meno efficiente. Ma questo percorso, ancorché necessario, è ancora più accidentato della riforma fiscale; ma il rischio può essere corso se si è certi di potere controllare entro limiti fisiologici la reazione delle popolazioni svantaggiate. Si spera che le proposte di riforma che il Governo vorrà avanzare in attuazione del federalismo tengano conto di questo aspetto molto delicato del problema. Noi riteniamo che le politiche di riforma debbano essere precedute da un alleggerimento delle pressioni che l’Unione Europea porrà sulla nostra domanda aggregata per rientrare dal disavanzo di bilancio pubblico nelle dimensioni prescritte dal Patto di stabilità.

E’ lecito attendersi che ciò accadrà entro breve tempo, inducendo un’ulteriore spinta deflazionistica a quella tuttora esistente, che porterebbe la situazione occupazionale fuori controllo. Non resta che riproporre la via indicata ripetutamente da questo giornale: recuperare margini di azione interna cedendo il patrimonio pubblico per annullare una parte significativa del debito statale e degli oneri finanziari che gravano sul bilancio pubblico, prevenendo le inevitabili pressioni deflazionistiche in un momento delicato per l’economia come sarebbe quello dell’avvio della riforme fiscale, federale e della pubblica amministrazione.


da Il Messaggero del 15 aprile 2010
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