Crescita negletta

di Paolo Savona - 24/05/2011 - Economia
Crescita negletta
Dopo un anno dall'inizio della crisi, la Grecia è ancora in serie difficoltà. Ieri pomeriggio il primo ministro greco, George Papandreou, ha presieduto una riunione del Consiglio dei ministri che, in particolare attraverso la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale, serviva a ottenere il via libera alla concessione della quinta tranche dell'aiuto di 110 miliardi concesso ad Atene un anno fa. Eppure il mercato, affiancato dalle società di rating, non crede che i provvedimenti decisi dall'Unione europea in collaborazione con il Fondo monetario internazionale siano sufficienti a rovesciare la situazione. Questa valutazione negativa non poggia sull'entità degli interventi decisi a sostegno del debito pubblico greco, ma sul fatto che essi vengono concessi in contropartita di politiche deflazionistiche, che sono certamente necessarie, ma accrescono la probabilità di non rimborso dei titoli di stato. La stessa interpretazione viene ora data da una società di rating per il debito pubblico italiano.

Come può una bassa crescita – ancor più nel caso della Grecia, dove il reddito nazionale cala di livello – produrre le risorse necessarie per rimborsare i debiti? Questo è il dilemma in cui si dibattono i governanti europei, ma essi danno l'impressione di procedere a senso unico, ossia stringere la corda al collo dei paesi in difficoltà per sventare una crisi irreversibile dell'euro e per non perdere gli investimenti effettuati nei titoli candidati al non rimborso. L'Unione intende uscire dal dilemma garantendo in un modo o nell'altro il rifinanziamento dei titoli in scadenza, ma entrando in un circolo vizioso in cui la deflazione aggrava il problema che si vuole evitare. Appare chiaro che la gestione di questa contraddizione non può essere affidata a coloro che l'hanno generata a causa di una concezione miope dei modi in cui il problema va affrontato. Occorre pertanto un cambio di regia e un nuovo spartito, altrimenti prima o dopo arriverà il peggio.

Nelle attuali circostanze il cambio di regia è improbabile, per il prevalere degli egoismi nazionali originati da incomprensioni e la perdita di cognizione del perché l'Europa deve stare unita. Sul primo fattore è possibile operare, se colleghi e stampa si daranno da fare per spiegare i termini della questione. Sulla seconda questione si deve operare aumentando la crescita e non scoraggiandola in nome di un'ortodossia che andava imposta prima attraverso l'indispensabile unione politica. Di fronte a un debito pubblico o privato che non sia rimborsabile con il reddito prodotto, la crisi in atto non troverà mai soluzione. Come la Grecia dimostra, condizionare l'assistenza finanziaria a politiche deflazionistiche – che, lo ripetiamo, sarebbero necessarie, ma hanno effetti controproducenti – sollecita nuovi interventi a sostegno e nuove clausole deflazionistiche fino a rendere inevitabile il default. E' ciò che il mercato ha ben capito e che la speculazione cavalca per fare lauti guadagni.
 
Una possibile soluzione
La soluzione è quella che banche e imprese ben sanno si deve dare in queste circostanze: tracciare un programma produttivo capace di rilanciare l'attività economica e i profitti con una buona probabilità di successo; solo così ha un significato rifinanziare il debito in essere, altrimenti si deve dichiarare l'insolvenza.

Tra gli strumenti che possono contribuire al rilancio vi è quello della cessione dei beni aziendali (o di quelli statali, se il debito è pubblico), nonché la ristrutturazione delle condizioni di indebitamento. Se, come nel caso della Grecia, si chiede di attivare la ristrutturazione del debito senza un programma di rilancio produttivo, anzi con uno tendente a renderlo ancora più problematico, il problema non trova soluzione. Fa bene la Banca centrale europea a essere contraria a mettere mano alla ristrutturazione proposta. Meglio farebbe se indicasse quanto già sostenuto fin dall'inizio della crisi greca su queste stesse colonne: collocare quote di debito pubblico presso un fondo di stabilizzazione europeo, offrendo le sue quote a rimborso garantito agli investitori di mercato o rimborsando il debito creando base monetaria alternativa ai canali finora usati. Questa soluzione non è nuova, essendo stata seguita dall'Italia con successo per uscire dalla crisi del 1929-33. Ripartendo da un rapporto debito pubblico/pil nell'ordine del 60-70 per cento si può chiedere ai paesi di praticare politiche ortodosse fiscali e monetarie. Ciò è però possibile se l'Unione europea decidesse di essere veramente tale, messaggio che manda con troppi "ma" e troppi "se", nonostante non abbia alternative.


da Il Foglio del 24 maggio 2011
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