Dopo avere esaminato le proiezioni dei debiti pubblici nelle principali aree del mondo e la possibilità che - se nulla si facesse di diverso dalla ortodossia del rientro con minori spese e maggiori tasse e della minore offerta di moneta a tassi dell’interesse più elevati - essi potrebbero raggiungere in molti Paesi dimensioni da due a quattro volte il Pil, ci siamo resi conto che non si potesse procedere con provvedimenti ordinari e fosse necessario pensare a interventi straordinari. Meditando sulle scelte effettuate in passato in occasioni di gravi crisi e valutando che dopo l’ottobre 2008 furono presi provvedimenti straordinari fiscali e monetari per evitare il peggio, concludemmo che l’accollo alla finanza pubblica di una quota significativa dei debiti accesi dai privati non avesse risolto il problema dell’eccesso di creazione di debito, ma solo continuato questa politica con mezzi diversi.
La crisi del debito pubblico della Grecia e i sospetti gravanti su quelli del Portogallo, Spagna e Irlanda, facendo finta che non esista un analogo grave problema per gli Stati Uniti e il Regno Unito e che l’Italia possa restarne fuori, ci è sembrato una valutazione di troppo corta veduta e che occorresse recuperare un’impostazione lungimirante che evitasse uno sbocco deflazionistico, se si procedesse (come si intende procedere con la Grecia) con politiche tradizionali deflazionistiche; oppure inflazionistiche, se nulla si facesse, come nulla si va facendo, perché non sarà il solletico di un aumento di 25 centesimi di punto a scoraggiare la speculazione. Né sarà un intervento a favore della Grecia, che consideriamo peraltro indispensabile quanto meno per l’unione Europea, a dare una risposta al problema.
Ringrazio gli illustri colleghi che hanno voluto intervenire nel dibattito aperto da questo quotidiano, ma chiedo loro d’essere più espliciti sulla possibilità che si possa uscire dall’attuale crisi. Più espliciti non tanto sulla mia proposta di parcheggiare parte dei debiti pubblici presso il Fondo monetano internazionale, quanto sulla possibilità che si possa uscire dall’attuale crisi con una exit strategy di tipo tradizionale (più tasse, meno spesa pubblica, tassi dell’interesse più elevati e meno credito); o se occorre un provvedimento più radicale sui debiti pubblici. Mi spiego meglio: ridurre la spesa pubblica, ammesso che sia possibile, o aumentare le tasse, come andrà a finire, come pure diminuire l’offerta di moneta e innalzarne il costo sono tutti provvedimenti che avranno effetti deflazionistici e aumenteranno, attraverso una caduta delle entrate fiscali e maggiori oneri finanziari sul debito, i deficit pubblici, la disoccupazione e l’iniqua distribuzione del reddito. In breve si avrà il definitivo fallimento della politica intesa in senso moderno.
Se si fosse d’accordo sulla necessità di un intervento straordinario e sull’impossibilità di procedere in modo tradizionale sarebbe possibile individuare una soluzione che superi le obiezioni “tecniche” alle diversità dei punti di partenza nel debito, come in altre variabili. E’ovvio che chi ha un debito più elevato e necessiterà di tempi più lunghi per assolvere ai suoi impegni avrà oneri maggiori, ma non l’assillo di rientrare entro il 2012 o giù di lì con caduta dell’occupazione e inevitabili disordini sociali. Le soluzioni tecniche esistono per non premiare i viziosi e penalizzare i virtuosi. Ma occorre soprattutto tenere presente che parcheggiare i debiti equivale a creare le condizioni per un rientro nelle politiche monetarie e fiscali “convenzionali”, che resta l’unico modo per far funzionare bene il mercato globale. Se le politiche attuali restassero vincolate dai timori di creare deflazione o ignorassero i rischi di inflazione potremmo trovarci tra breve in condizioni peggiori di quelle che stiamo affrontando.
da Il Messaggero del 22 febbraio 2010
Paolo Savona, già Ministro dell'industria nel Governo Ciampi, è Presidente della FULM, Professore ordinario di Politica ...
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