Crisi globale e Italia: segnali di speranza, il dovere di coglierli

di Paolo Savona - 09/09/2008 - Economia
Crisi globale e Italia: segnali di speranza, il dovere di coglierli
A Cernobbio, nel corso dei due giorni e mezzo del consueto incontro autunnale dello Studio Ambrosetti, si è registrato un netto progresso dei modi in cui la crisi finanziaria e la recessione produttiva globale è stata presentata a un’udienza composta da persone abituate a pensare concreto: le autorità hanno avanzato valutazioni positive sul futuro dell’economia, mentre gli economisti hanno mantenuto una qualche riserva. Questo mutamento segue un periodo in cui le autorità manifestavano in continuazione timori e lanciavano avvertimenti di possibili peggioramenti che si riversavano sulle quotazioni di borsa, colpendo soprattutto le banche, causando un peggioramento del “clima di fiducia” più di quanto la realtà già non provvedesse a fare. I consumi hanno preso a cadere, il credito alla produzione si è contratto e l’intrapresa produttiva ha preso a ristagnare.

Quando Guido Carli sentiva esprimere timori e auspici di soluzione da parte delle autorità di governo era solito reagire affermando: si mettano di fronte allo specchio e si impartiscano “con suoni gutturali” (il termine è suo) l’ordine di fare, tenendosi dentro di loro i timori. I governanti cioè hanno il dovere di esprimere solo soluzioni.

L’inversione di umori deve molto al sollievo derivante da un duplice evento: il prezzo del petrolio si è drasticamente ridotto e il dollaro si è rafforzato. È giusto riconoscere che ha anche contato la capacità di tenuta delle economie emergenti, Cina in testa, che hanno perso circa due punti percentuali di Pil, ma continuano a crescere a livelli nell’ordine del 10 percento in termini reali. Il loro, motore si è affiancato a quello americano nel trainare la macchina dello sviluppo globale. Ma lo svolgimento di questo ruolo ha un costo politico per i Paesi che ne beneficiano: chiedono di contare di più e, se ricevono rifiuti, reagisco.

L’interpretazione prevalente degli scenaristi è che la leadership americana è ancora indispensabile, ma che il peso assunto dalle economie emergenti impone un suo diverso esercizio, orientato verso una più stretta cooperazione internazionale piuttosto che attraverso la manifestazione dei propri muscoli.

Gli Stati Uniti continuano invece a rafforzare la Nato sul piano degli armamenti, collocando missili in Polonia, e su quello degli aderenti al Patto militare, come il caso della Georgia; e se la Russia protesta, magari eccedendo, ritengono che la strada migliore sia quella di tuonare contro, ignorare le loro ragioni. Evidentemente valutano che questo sia il modo più adatto per non mettere in discussione la loro leadership globale. L’unica speranza che la situazione non degeneri è affidata all’indicazione unanime emersa di non escludere la Russia dai G8. Gli analisti, tuttavia, insistono che i rapporti tra “i grandi” e i Paesi a economia emergente non saranno più quelli osservati in passato e qualche sacrificio debba essere fatto, anche perché i pericoli veri non vengono dai Paesi a economia emergente, ma da quelli arretrati.

L’esame dell’Italia presenta note a parte. Tra maggioranza e opposizione si è manifestata a Cernobbio molta concordanza, come pure tra entrambe queste forze e l’imprenditoria in sala. Veltroni ha ricevuto applausi quando ha rivendicato il suo ruolo di semplificatore dello scenario politico; spero abbia tratto una preziosa informazione. Una minore convergenza di interpretazione delle necessità del Paese, ma fa parte del gioco, si è registrata fra Sindacati e Confindustria. Sui temi delle infrastrutture, della giustizia, della sicurezza, come su quelli dell’istruzione e della riforma della pubblica amministrazione (con ovazioni per Brunetta) si sono mostrati spazi di convergenza promettenti. L’interpretazione è stata data da Tremonti che ha parlato di clima deideologicizzato, ossia fuori da contrapposizioni legate a pregiudizi e ha invocato il “metodo dei giudizi” su ciò che è stato e verrà fatto. In conclusione “se son rose fioriranno”.

da Il Messaggero dell'8 settembre 2008
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