La crisi e le liberalizzazioni:quei servizi inefficienti sulle spalle dei salari

di Paolo Savona - 13/03/2008 - Economia
La crisi e le liberalizzazioni:quei servizi inefficienti sulle spalle dei salari
Vi è una riaccensione di interesse sul mercato del lavoro da parte delle due principali coalizioni elettorali. Esse concordano sulla necessità di introdurre maggiore flessibilità nelle prestazioni lavorative accompagnata da una maggiore sicurezza e migliori salari. Con grosse riserve per quanto riguarda il lavoro precario, sicurezza e salario sono certamente richieste diffuse tra i lavoratori. Il problema è se le proposte avanzate in questa campagna elettorale siano coerenti con le condizioni imposte dal mercato globale e con lo stato dell’economia italiana.

Per dare una risposta occorre partire dalla considerazione che, in Italia, l’incidenza del costo del lavoro sul costo industriale totale è profondamente mutato dal periodo in cui fu varato lo Statuto dei lavoratori e infuocavano le polemiche sulle prestazioni lavorative e salariali. Il costo del lavoro incide oggi da un minimo del 9% nel settore chimico a un massimo del 21% nell’elettronica; l’incidenza media nell’industria è del 10% contro il 16% di dieci anni orsono. La prima conclusione è che il problema del costo del lavoro pesa ormai molto poco sulla perdita di competitività dei nostri prodotti; pesano invece l’inefficienza della pubblica amministrazione e dei servizi, l’inadeguatezza degli investimenti innovativi, la carenza di infrastrutture materiali e immateriali, la struttura produttiva e la modesta dimensione di impresa.

Negli anni Sessanta e Settanta la perdita di competitività poteva essere recuperata svalutando la lira o agendo sul costo del lavoro. Oggi non è più possibile praticare questa politica, sia perché comprimere i salari non consentirebbe significativi recuperi di competitività, data la sua bassa incidenza sul costo industriale totale, sia perché non è passibile svalutare l’euro, anzi si devono assorbire le sue rivalutazioni indotte dalla debolezza cronica del dollaro, e sia, infine, perché il problema sociale si aggraverebbe a seguito di un’ulteriore perdita del potere di acquisto salariale.

Ogni componente dell’economia è sempre suscettibile di miglioramento e, quindi, anche l’uso del lavoro e il suo costo possono esserlo; ma se le scelte non vengono accompagnate, se non proprio precedute, da altri miglioramenti non si può né ricostituire la competitività perduta, né proteggere la rete di welfare, che restano pur sempre due facce di una stessa medaglia.

Alcuni si domandano se i Sindacati sono pronti a discutere e a raggiungere un accordo sulla flessibilità, come se questo fosse il principale problema da affrontare per recuperare competitività e non quello di “flessibilizzare” le prestazioni dei servizi e di garantire standard valutari e di welfare per tutti i Paesi che partecipano al commercio mondiale.
I servizi hanno oggi un peso dominante nel Pil (circa il 70%) e nel costo della vita e la loro inefficienza grava sul potere di acquisto salariale e sul costo industriale e finale dei prodotti. Non si può sperare di competere con Paesi che non hanno una rete di welfare o che non consentono ai “fondamentali” di esprimere le parità di cambio (parliamo ovviamente sia degli Stati Uniti, che svalutano per vivere al di sopra delle loro risorse, sia della Cina, che persegue disegni di potenza). Il quesito corretto è se i Sindacati sono favorevoli alla liberalizzazione di tutti i servizi (non solo di alcuni, creando ulteriori ingiustizie distributive) e se il Governo è pronto a risolvere o solo attenuare i vincoli globali valutari e sociali prima ancora di pensare, sapendo che conta poco, di premere sul mondo del lavoro per uscire dalla crisi.

La soluzione è stata più volte indicata su queste stesse colonne: introdurre anche nei servizi una piena liberalizzazione come accaduto nell’industria (le cui importazioni incorporano il costo del lavoro del Paese di origine); rinegoziare gli accordi di liberalizzazione globale per parificare il regime di cambio e attribuire a un’organizzazione sovranazionale – ad esempio la Commissione di Bruxelles per l’Unione Europea – il compito di imporre un dazio sui prodotti dei Paesi che non hanno un livello minimo di welfare allo scopo di indurli a introdurlo.

Oppure offrendo di farlo in loro vece o, se non accettano, di attuarlo con i proventi del gettito in altri Paesi che ne sono sprovvisti. Ne guadagnerebbe il livello di civiltà del mondo e la pace nel Pianeta.

Da Il Messaggero, martedì 11 marzo 2008
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