Contro la crisi subito una nuova architettura globale

di Paolo Savona - 25/03/2009 - Economia
Contro la crisi subito una nuova architettura globale
La novità del discorso di Obama che ha accompagnato i provvedimenti presi dal suo ministro del Tesoro per alleviare la ripresa economica dal “macigno” dei titoli tossici si trova solo verso la fine dove, quasi di sfuggita, afferma: «So benissimo che l’America ha le sue responsabilità per il caos in cui ci dibattiamo. Ma so anche che la scelta non è tra un capitalismo caotico e spietato, da un lato, e un’economia statale oppressiva, dall’altro. Questa è una falsa alternativa che non produrrà alcun beneficio per il nostro Paese, né per gli altri». Parole certamente chiare, ma i fatti lo sono?
 
Gli Stati Uniti sono il Paese che ha affrontato con più energia la caduta produttiva. Ci auguriamo che abbia successo perché, al di là di quello che va ben facendo la Cina (che pesa però ancora poco nella sviluppo globale), l’Unione europea ha inseguito gli effetti sul sociale per lenirli e il resto del mondo non è stato all’altezza del suo pur piccolo compito. Le nostre speranze di non cadere nel baratro di una recessione che, sempre a detta di Obama, oltre ad aver bruciato trilioni di dollari, può condurre a decine di milioni di disoccupati, dipendono quindi dalle scelte americane; infatti «la crisi del credito e della fiducia ha travolto i confini nazionali e fa sentire le sue ripercussioni in ogni angolo del Pianeta». Chi si illude di starne fuori, si illude e illude.
 
Tuttavia, la strada intrapresa dagli Stati Uniti è esattamente quella che ha portato la crisi “in ogni angolo del mondo”. Non provengono infatti segnali politici di un mutamento di architettura del loro sviluppo interno e di quello degli scambi globali. Anche l’amministrazione Obama punta alla ripresa della domanda aggregata via la riattivazione del credito nonostante il persistente disavanzo corrente con l’estero, che staziona sui 700 miliardi di dollari. Se avrà successo, il fabbisogno crescerà e il resto del mondo non sarà più in condizione di finanziarlo a causa della recessione.

Non basta quindi il riconoscimento dell’indispensabilità di un coordinamento globale per sconfiggere una crisi di pari estensione, se i contenuti di un eventuale accordo non affrontassero le debolezze dell’architettura dei rapporti di cambio e degli scambi mondiali. In estrema sintesi, queste riguardano: 1) il mancato coordinamento delle politiche economiche nazionali per contenere i disavanzi delle bilance correnti estere, con la conseguente necessità di assorbire risparmio estero per consentire soprattutto ai Paesi ricchi di vivere al di sopra delle loro risorse; 2) la diversità nei regimi di cambio che consente alla Cina e ad altri Paesi in surplus di accumulare ingenti riserve in dollari; 3) il libero utilizzo di queste riserve (a) per finanziare i Paesi in deficit (Stati Uniti in testa) e così perpetuare gli squilibri, (b) per acquisire euro a riserva (causandone la rivalutazione e svantaggiando le esportazioni europee) o (c) per finanziare il ritorno sui mercati liberi degli Stati-padroni attraverso i fondi sovrani di ricchezza; 4) la libertà lasciata agli Stati (caso Argentina) e ai privati (caso Madoff) di depredare il risparmio estero per l’assenza di ogni tutela che si estenda al contesto globale. Queste che, con un generoso eufemismo, abbiamo chiamato debolezze possono essere rimosse obbligando i Paesi partecipanti agli scambi globali di avere, da un lato, lo stesso regime di cambio, preferibilmente quello flessibile (che arresterebbe l’accumulo di riserve ufficiali, frenandone le conseguenze); e, dall’altro, un sistema di protezione minimo (ad esempio, 150 milioni di dollari) di risparmiatori sprovveduti, del tipo ideato dall’Unione europea. Per impedire che questo accordo sfoci in una grave crisi del dollaro, inducendo i Paesi possessori di riserve in questa moneta ad opporsi fermamente, occorre accompagnare il processo di parificazione dei regimi di cambio finanziando un riassorbimento non traumatico dei deficit esteri con la creazione di Diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale. Non è un caso che il Governatore della Banca centrale cinese abbia chiesto ciò, senza però indicare come inquadrarlo in una nuova architettura dei cambi e degli scambi globali. Il quadro delle riforme o è completo o riprende a far acqua da qualche parte. L’Italia ha sempre esercitato un leadership culturale e diplomatica in questo campo. Nello squallore delle proposte che si leggono, basta poco per riattivarla facendo leva sulla presidenza di turno del G8 e chiamando a consulto chi queste cose ben conosce.

da Il Messaggero del 25 marzo 2009
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