La crisi e la pietra miliare d'europa

di Paolo Savona - 08/02/2009 - Economia
La crisi e la pietra miliare d'europa
Sommando le sagge considerazioni e gli altrettanto saggi suggerimenti di Carlo Azeglio Ciampi con i contenuti di ampio respiro del discorso di Barack Obama si può affermare che gli abitanti del Pianeta, non solo quelli degli Stati Uniti, sono di fronte all’invito autorevole di deporre i sanpietrini (d’italiana memoria) e caricarsi una pietra ciascuno per costruire un mondo dove “tutti gli esseri umani sono uguali e liberi, e a tutti sia concessa la possibilità di realizzare la propria felicità”. Ciampi vede realizzarsi questo sogno a tre condizioni: che Obama coinvolga “la gente, facendola sentire soggetto attivo”; conduca politiche che rompano con il passato e portino al “bene comune con un’azione comune”; e infine propiziare “una nuova Bretton Woods”, con un’Europa che esca “dal tran tran di Bruxelles” e si doti “di un vero governo unitario”.

C
he Obama tenda una mano aperta e ferma al resto del mondo traspare dall’intero discorso, ma l’impostazione di politica economica è fortemente centrata sull’offerta di nuove opportunità al suo popolo, senza riferimenti alle cause che hanno portato alla profonda crisi. Esse non sono solo l’”azzardo morale” di larghi strati della finanza, ma anche politiche di sostegno della domanda interna spinte molto oltre la disponibilità di risorse e la facoltà concessa ai paesi partecipanti agli scambi mondiali di scegliere il regime di cambio desiderato. La Cina e molti altri paesi hanno scelto di intervenire sui cambi, accumulando riserve ufficiali in dollari con le quali hanno finora finanziato gli Stati Uniti. Parte di queste riserve si sono riversate sull’euro, rivalutandolo e scoraggiando le esportazioni europee, e altra parte sono confluite nei Fondi sovrani di ricchezza con i quali alcuni Paesi hanno condotto e vanno conducendo politiche di potenza, che hanno implicazioni conflittuali.

L’invocazione di una nuova Bretton Woods pare avere un effetto terapeutico sulle aspettative della politica e della società ma, al di fuori della concordanza di vedute sulla necessità di regole più efficaci per il controllo dell’attività finanziaria mondiale, esse non vanno al cuore del problema, che resta quello del coordinamento delle politiche economiche nazionali e dell’introduzione di regimi di cambio comuni a tutti i paesi, come condizione per partecipare agli scambi globali.

Il programma economico di Barack Obama, anche se ancora non espresso nei dettagli, prevede una maggiore spesa e un maggiore debito pubblico degli Stati Uniti. Se esso verrà collocato all’interno, gli americani dovranno risparmiare di più e consumare di meno, portando al fallimento la manovra reflattiva della domanda interna. Verosimilmente essi aumenteranno i consumi e il maggior debito pubblico verrà collocato in tutto o in parte all’estero, con conseguenze negative sul già grave disavanzo della bilancia estera corrente (circa 850 mld di dollari). I grandi finanziatori degli Stati Uniti dispongono di minori risorse e programmano, come la Cina, di spenderle all’interno. I risparmi dei paesi produttori di petrolio, notoriamente grandi finanziatori del deficit americano, sono nettamente inferiori rispetto al passato a causa della caduta del prezzo del greggio.

Ha ragione Ciampi, quando afferma che Obama ha bisogno dell’Europa, anche perché l’euroarea ha i conti con l’estero in regola e può sostituirsi agli Stati Uniti nel traino della domanda mondiale. Ma nel suo discorso il nuovo presidente non rivolge alcun invito in tal senso all’Unione Europea, che evidentemente non considera un asse portante della sua strategia.

 Spetta quindi a noi europei sensibilizzare la nuova amministrazione su questa possibilità-necessità, magari alleandosi ai paesi sudamericani che hanno un surplus dei conti con l’estero e potrebbero far di più dal lato delle importazioni.

 Bretton Woods sarebbe l’occasione per fare tutto ciò, rendendo meno urgente il rilancio della domanda interna americana, più stabile il dollaro e più efficace la cooperazione internazionale. Sarebbe la structure d’accueil economica della politica estera americana, che senza una ripresa mondiale e un dollaro stabile verrebbe comunque male accolta.

da il Messaggero del 22 gennaio 2009
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