Critiche di Alesina al Governo: Keynes è una minestra riscaldata?

di Massimo Lo Cicero - 12/09/2011 - Economia
Critiche di Alesina al Governo: Keynes è una minestra riscaldata?

Il giorno dopo la manovra Alberto Alesina ricorda al Governo tre errori: non servono tagli una tantum; tagliare le spese (inutili e clientelari) genera una recessione di intensità minore a quella che si genera aumentando le imposte; bisogna affiancare le manovre di stabilizzazione della finanza pubblica con politiche capaci di ridare fiducia a banche ed imprese e di sostenere aumenti di produttività di sistema. Il Governo italiano ha varato una manovra ridondante di una tantum, centrata sull’aumento della pressione fiscale, priva di ogni riferimento ad una strategia per la crescita ed al ripristino di un clima di fiducia. Tre errori in parallelo ma anche in sequenza, rispetto alla lezione che avrebbe potuto imparare, sempre il governo italiano, dalle manovre che altri governi, nei paesi europei, hanno varato per reagire alla tenaglia tra la crisi dei bilanci pubblici e la necessità di riavviare e sostenere la crescita economica.


Mentre Alesina consegna la pagella insufficiente al Governo italiano dalle colonne del corriere della sera, sulla prima pagina de Il Foglio campeggiano le repliche degli economisti ultraliberisti della cultura repubblicana negli Stati Uniti: Foster e DeHaven. Sul libro dei cattivi, in questo caso, sono scritti i nomi di Obama e di Krugman mentre il cattivo maestro, ça va sans dire, sarebbe Keynes. Ma, francamente, le opinioni dei due economisti repubblicani sembrano troppo banali per essere prese in considerazione. Sia perché è fragile la loro critica a Keynes. Sia perché è poco fondato l’argomento contro Obama e Krugman.


Keynes non ha mai detto che bisognava “aumentare il deficit per stimolare la crescita”. Se non altro perché Keynes riteneva che la sua politica servisse per superare una depressione congiunturale e non certo per attivare la crescita. Certamente, negli anni precedenti la crisi del sistema di Bretton Woods, cioè prima degli anni settanta e delle crisi, petrolifere e delle materie prime, molti governi di centrosinistra, anche in Italia, hanno ritenuto che una intelligente politica keynesiana nel breve periodo avrebbe potuto superare le pause imposte da congiunture negative. Un esempio per tutti è il rapporto che presentarono in Italia, alla fine degli anni sessanta, Spaventa, Volpi, Pedone ed Izzo: “Il controllo dell’economia nel breve periodo, Franco Angeli, 1970”.


L’impianto della politica keynesiana, ridotto al minimo, dice che la finaza pubblica può contrastare una spirale recessiva. Se il flusso, che dovrebbe trasferire il rissparmio agli investimenti, si scontra con bassi tassi di rendimento per gli investimenti e tassi di interesse troppo bassi, allora la moneta si impantana in una trappola della liquidità e, simmetricamente, si crea una vasta area di disoccupati. Solo una spesa pubblica aggiuntiva, in questo caso, essendo impotente la poltica monetaria – perchè non può mandare sotto zero i tassi di interesse, genera una domanda aggregata che riporta in alto il sistema economico, ed anche i livelli di occupazione.


La medesima sequenza potrebbe essere innescata anche da una eccessiva incertezza verso il futuro e parallele modifiche di produttività di sistema tra economie tra loro concorrenti. Essendo evidente, dopo la prima crisi finanziaria globale, che siamo in presenza di un rallentamento della crescita nelle economie avanzate tradizionali, di uno squilibrio di produttività di sistema tra quelle economie e le economie emergenti, i mitici BRICs, e di un rischio recessivo generato da improvvisate manovre congiunturali di stabilizzazione, necessaria, della finanza pubblica, nessuno si meraviglia, al giorno d’oggi, dell’attualità delle terapie keynesiane per superare il rischio della recessione: impantanati come siano in una gigantesca trappola della liquidità ed in tassi di interesse prossimi allo zero.


Che a questa politica antirecessiva si debba aggiungere un miglioramento delle regole, riducendo il peso inutile delle burocrazie pubbliche e favorendo l’allargamento di capitale fisso sociale e della qualità del capitale umano, riadeguando anche le relazioni industriali, per ridurre l’incertezza ed aumentare il premio per il merito, è proprio quello che oggi dicono tutti gli osservatori internazionali della manovra varata dal Governo italiano. Son questi interventi di lungo periodo che aumentano la potenzialità della crescita, se si creano anche condizioni di coordinamento, e governo condiviso, della scena internazionale: capaci di riallineare i cambi sul mercato delle valute e le quote di importazione ed esportazione alla scala mondiale. Misure, queste, tutte condivise nelle opinioni dei banchieri centrali, come Draghi o Trichet, ma anche dal nuovo direttore generale del Fondo Monetario Internazionale,
Christine Madeleine Odette Lagarde.


Il problema, insomma, non sembra essere lo spettro di Keynes, e delle sue presunte malefatte intellettuali, ma solo una cupa visione contabile della stabilizzazione della finanza pubblica, alimentata in primis da Angela Merkel. Proprio lei, che avrebbe dovuto, avendo un saldo corrente positivo della bilancia corrente con l’estero dell’economia tedesca, rifinanziare il sistema delle economie europee in crisi di budget pubblico.

Una cupa visione che, purtroppo ha fatto breccia anche ne Parlamento italiano, che dimentica la lezione keynesiana ma dimentica anche, guarda caso, le politiche per la crescita che il Fondo Monetario Internazionale, l’Ocse ed anche il governo americano cercano di affiancare alla manovra antidepressiva.


Insomma, ancora una volta è molto chiaro che senza una ripresa del coordinamento e della cooperazione tra Stati Uniti ed Unione Europea, che propongano insieme un nuovo equilibrio mondiale espansivo, non sarà facile uscire dagli effetti recessivi della crisi finanziaria. Senza dimenticare che bisogna trovare nuove regole per i mercati e gli intermediari finanziari ma, anche su questo terreno, non mancano idee interessanti tra Basilea e Washington: di nuovo, per vere risultati efficaci, tra europei ed americani.



il commento di alberto alesina

il foglio 8 settembre ma keynes è una minestra riscaldata nella rassegna stampa del mef

il volume di izzo spaventa pedone e volpi

il volume è citato alla pagina 3 del cv del professor Antonio Pedone


da www.finanzaecomunicazione.it