Lo sciamano ed il villaggio isolato: una metafora del capitalismo
Il trilemma di Bretton Woods, cioè la circostanza che solo due opzioni su tre fossero compatibili, nell’architettura di quegli accordi, è stato uno dei provocatori racconti, che descrivevano la logica di un sistema creato per superare la frammentazione ed i limiti della depressione mondiale prima e della seconda guerra mondiale poi. Una descrizione che ha molto stimolato la discussione sugli effetti del Gold Exchange Standard negli anni alle nostre spalle. Il trilemma nasceva, nell’impianto originario di Rodrik, dal fatto che solo due delle tre gambe degli accordi di Bretton Woods potevano essere compatibili tra loro. Dati i tre pilastri ( tassi di cambio fissi; autonomia della politica monetaria nazionale per ogni paese; mobilità dei capitali finanziari) bisognava catturare solo due delle tre opzioni. Se si accettavano tassi di cambio fissi e mobilità dei capitali finanziari si riduceva l’autonomia monetaria della banca centrale nazionale. Bisognava ridurre od aumentare la quantità di moneta in ragione del saldo emergente dalla bilancia dei pagamenti e si ritornava al regime del Gold Standard che aveva preceduto gli accordi di Bretton Woods.
Se si accettava l’autonomia della politica monetaria, e si lasciava mobilità dei capitali, venivano meno i tassi di cambio fissi. Se si limitava la mobilità dei capitali si facevano convivere i tassi cambio fissi e l’autonomia nazionale delle banche centrali, come accadeva nel compromesso di Bretton Woods, che ancorò le valute al dollaro ed il dollaro all’oro: consentendo l’espansione del commercio internazionale ma riconducendo agli accordi intergovernativi i movimenti di capitale alla scala mondiale.
Rodrik ripropone questo impianto analitico per affrontare il tema della globalizzazione oggi. Ci sono tre punti fermi, anche in questo caso: la continuità dello Stato nazionale come Stato sovrano; un regime di piena democrazia in ogni Stato sovrano; la sferzata competitiva che il mondo riceva da una estesa globalizzazione degli scambi economici. Di nuovo, però, puoi assumere i tre punti fermi solo in coppie di due. Una democrazia globale per una economia mondiale significa azzerare gli Stati nazionali. Se gli Stati nazionali restano al centro della rete delle norme e delle regole e si vuole, parallelamente, una economia globale, si riducono, in alcuni Stati rispetto ad altri, gli spazi democratici nei quali possano agire interessi diffusi ed azioni collettive. Se vuoi democrazia diffusa e Stato nazionale non avrai una compiuta globalizzazione e perderai i vantaggi per la crescita che essa offre.
Una gustosa “storia della buonanotte per adulti” si propone, infine, nella postfazione, come una brillante metafora del paradosso che lega le tre gambe del problema: un regime democratico, una economia globale ed ordinamenti nazionali degli Stati, e delle norme da essi emanati. In questa postfazione Rodrik ambienta la scena in un piccolo villaggio di pescatori, sorto sulle rive di un lago ed isolato da una fitta boscaglia che lo circonda, rendendo difficili le comunicazioni ed i trasporti con altri villaggi e con il mare.
Pescatori, artigiani, politici ed uno sciamano rappresentano la struttura sociale della economia in questione.
In una serie di dialoghi tra gli attori sociali nascono azioni collettive che, progressivamente, generano la divisione del lavoro, la regolamentazione dei beni naturali, la costruzione di infrastrutture, la nascita di una economia dei vantaggi comparati alla scala internazionale, l’esigenza di una regolamentazione della globalizzazione cui si perviene grazie ai vantaggi comparati.
Si tratta di un sintetico breviario della politica economica, e delle trappole che essa può generare interagendo con l’azione collettiva e la politica, in meno di quattro pagine: vale davvero la pena di leggerlo.
Lo sciamano, l’avrete capito, è un economista che suggerisce le politiche economiche ai politici ed alle forze sociali, che lo consultano dopo che sono esplose le crisi del sistema. Dalle domande delle forze sociali allo sciamano nascono le indicazioni su come ridefinire il perimetro del sistema, che genera nuove e successive crisi.
Le volpi ed i ricci: gli economisti tra Shakespeare e Dante Alighieri
Uno degli obiettivi di Rodrik, in questo volume, è parlare degli economisti, della loro formazione scientifica, della percezione che essi hanno dell’economia e del criterio con cui essi indicano le terapie: cioè le politiche economiche possibili per ribaltare le diagnosi, di crisi od inadeguatezza, dei sistemi economici analizzati.
Rodrik ricorre, per separare in due tipologie gli economisti, ad un criterio proposto da Isaiah Berlin, che a sua volta si fondava su una frase attribuita ad un poeta lirico greco, Acrhiloco (VII secolo a.C.): “La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”. Le volpi erano individui simpatici a Berlin, perché “le volpi nutrono scetticismo verso le teorie grandiose, giacché intuiscono che nel mondo, a causa della sua complessità, sia impossibile generalizzarle. Berlin riteneva Dante un riccio e Shakespeare una volpe” scrive Rodrik.
Ovviamente, Keynes e Stiglitz sono volpi. I ricci sono quelli che difendono la “grande idea”, cioè la “liberalizzazione dei mercati” ma, “così facendo sono caduti nella trappola di dare eccessivo risalto ad un unico modello a scapito degli altri e, mostrandosi eccessivamente fiduciosi, e sottovalutando i rischi di diagnosi non precise, spesso hanno condotto fuori strada sé stessi e gli altri” conclude Rodrik.
Ovviamente le volpi sono comunque economisti e, come tali, sanno che la “grande idea” contiene una verità irrinunciabile: il valore del mercato come sistema iperadditivo di aggregazione delle scelte. Ma sanno anche che quel sistema è pur sempre formato da individui, uomini e donne, e dai limiti, cognitivi e comportamentali, che ognuno di essi porta dentro di se. Sono gli individui il problema e non i mercati, che possono invece migliorare i danni dei fallimenti di mercato se organizzazioni ed azioni collettive interagiscono con la formazione delle decisioni che attivano i mercati.
Cercare soluzioni puntuali per fenomenologie problematiche identificate, nel tempo e nello spazio, è il modo con il quale le volpi interpretano la propria professione di economisti.
Un modo che ti porta a scoprire, ad esempio, che , come scriveva Lewis nel dicembre del 2008 su una rivista (The Portfolio) “There was an umbilical cord running from the belly of the exploded beast back to the financial 1980s. A friend of mine created the first mortgage derivative in 1986, a year after we left the Salomon Brothers trading program. (“The problem isn’t the tools,” he likes to say. “It’s who is using the tools. Derivatives are like guns.”). Che mutatis mutandis si potrebbe dire di ogni strumento e del modo in cui viene utilizzato: una grande lama ancorata ad un telaio può essere usata come un aratro, se la fate trascinare dai buoi, o come una ghigliottina se la utilizza un boia. Le tecnologie sono versatili; gli uomini decidono come utilizzarle.
Il problema non è lo strumento ma chi usa lo strumento ed è sulle sue scelte, prima che sul suo comportamento, che bisogna agire. Con incentivi e sanzioni, premi e punizioni, “il bastone e la carota”, come recita spesso Rodrik quando discute delle politiche per correggere gli errori dei mercati quando le conoscenze sono distribuite in modo asimmetrico o quando la competizione è assai flebile.
La compagnia dei mercanti avventurieri della Baia di Hudson
Rodrik non è solo un metodologo ed una grande narratore, di storie e metafore. Portentosa quella delle imprese come foresta e degli imprenditori come scimmie che saltano tra gli alberi per raggiungere posizioni e tecnologie migliori. Una ironica descrizione del rapporto tra scelte tecnologiche e politiche industriali, esposta in un saggio dal titolo quasi religioso: “Doomed to Choose: Industrial Policy as Predicament”, condannati a scegliere, senza sapere come formulare la scelta, ovviamente. Perché la consapevolezza che esternalità ed asimmetrie deformano le soluzioni di mercato verso fallimenti dei risultati deve anche misurarsi con i fallimenti, ancora peggiori, che le scelte dei Governi potrebbero generare.
Sta di fatto che,secondo Rodrik, il problema non si può e non si deve ridurre alla scelta convenzionale, la “grande idea”: il Mercato o lo Stato? Il fatto è che servono entrambi e che quindi si dovrebbe dire che le politiche non possono che essere lo Stato ed il Mercato insieme, ed un numero adeguato, (un branco?), di volpi capaci di scegliere, volta per volta, sia la diagnosi che la terapia più idonea per la soluzione puntuale di un problema che, in un dato tempo ed in uno spazio specifico, sia stato analizzato.
Il libro sulla globalizzazione intelligente inizia, non a caso, con una storia affascinante: quella della compagnia dei mercanti avventurieri che esercitava il commercio nella baia di Hudson.
È la storia della concessione dei diritti e dei privilegi che il 2 maggio del 1670 Carlo II attribuisce, a Londra, ad una compagnia per azioni creata da due mercanti avventurieri e da un parente del Re, il principe Rupert di Boemia, che ne diventa il Governatore.
Si tratta della possibilità di trattare con gli indiani Cree per ottenere pelli di castoro, in cambio di armi da fuoco e liquori, da esportare in Inghilterra ed in Europa, aggirando i territori controllati dai francesi, che impedivano l’accesso alla regione della baia. I mercanti dovevano creare, a loro spese, infrastrutture e condizioni per accedere a quelle terre, e controllarne la dinamica demografica ed economica.
Dovevano fare tutto quello che lo Stato moderno avrebbe poi chiamato preindustrializzazione e creazione di capitale fisso sociale. In cambio potevano generare flussi di esportazione verso l’Inghilterra di preziose materie prime, pagate con una ragione di scambio molto vantaggiosa. La Hudson ‘s Bay Company (HBC) esiste ancora oggi ma ha liquidato larga parte del territorio, la terra di Rupert, nome del principe Governatore della Compagnia, che aveva una estensione pari a sei volte quella della Francia. Ed è un esempio di come sia molto difficile tracciare “muraglie cinesi” tra la crescita e lo sviluppo economico, tra la dinamica del Mercato e la formazione di regole e diritti che vengono creati dallo Stato perché il Mercato possa funzionare al meglio.
Stato o Mercato vs Stato e Mercato
Mettere insieme soluzioni capaci di conciliare, di volta in volta, le situazioni puntuali in cui si deve agire richiede sia la forza del diritto, e quindi dello Stato nazionale, che quella dell’economia, cioè del Mercato e della sua straordinaria capacità di essere una macchina che produce conoscenza e, per certi aspetti, risultati efficaci ed efficienti come nessun individuo da solo, e nessuna organizzazione gerarchica, sarebbero capaci di fare. Certo non esisterebbe lo scambio se non ci fosse il diritto di proprietà. Certo se le merci non fossero scarse ed utili non verrebbero scambiate secondo i bisogni di chi le cede e chi le ritira. Se non ci fossero la moneta e la finanza, le scuole e la sanità, le strade e le infrastrutture non ci sarebbero le opportunità che offre una economia che sia anche regolamentata e supportata dallo Stato.
Il suggerimento di Rodrik è sempre quello di confrontare i costi, della gerarchia che deve regolamentare un processo, necessario per espandere la dimensione delle transazioni e delle produzioni che devono alimentarle, con i risultati economici del processo che si svolge sul mercato successivamente. Se i costi delle gerarchie amministrative sono inferiori ai vantaggi della crescita il mercato e lo Stato hanno interagito positivamente. Se i costi superano i vantaggi si preparano anni di declino e di crisi per lo Stato che fagocita un parte dei risultati della sua economia senza alcuna contropartita, neanche sul terreno dei benefici sociali netti. Nel 1998 Rodrik pubblica una prima versione di questo modo di concepire la correlazione positiva possibile tra Stato e Mercato, un paper sul Journal of Political Economy dal titolo “ Why do more open economies have bigger government?”. Nel quale dice chiaramente che “There is a positive and robust partial correlation between openness, as measured by the share of trade in GDP, and the scope of government, as measured by the share of government expenditure in GDP. The correlation is robust in the sense that: (a) it is unaffected by the inclusion of other control variables; (b) it exists for measures of government spending drawn from all available datasets; (c) it prevails for both low- and high-income countries; and (d) it is not an artifact created by outliers. In addition, openness in the earl 1960s is a statistically significant predictor of the expansion of government consumption over the subsequent three decades. The explanation that best fits the evidence is one that focuses on the role of external risk. Societies seem to demand (and receive) an expanded government role as the price for accepting larger doses of external risk. In other words, government spending appears to provide social insurance in economies subject to external shocks”.
Tra le tante ricette non convenzionali che nel libro si trovano, come conseguenze di questo approccio formulato nel lontano 1998, ne citiamo solo un’ultima. La battaglia per il libero commercio internazionale ha dato già i suoi risultati. Lo sforzo di affinare l’ennesimo protocollo per la libera circolazione di merci e servizi non riuscirebbe a generare un beneficio corrispettivo significativo. La regolamentazione globale dei mercati finanziari deve ritrovare un equilibrio tra tecnocrazie e rappresentanza politica espressa dalle istituzioni nazionali. Che non vuol dire tornare alla segmentazione nazionale degli ordinamenti giuridici ma solo trovare un maggiore equilibrio tra l’autoreferenzialità dei banchieri e la capacità del personale politico di arginare il proprio opportunismo e di affinare la propria capacità di capire cosa sia la finanza e perché sia necessaria ed utile per la crescita quando riduce i costi di trasformazione del risparmio in investimento e dilata le opportunità per facilitare le transazioni monetarie e garantire il futuro ai sistemi di welfare e previdenza sociale. La grande frontiera del futuro per le politiche economiche, cioè i mercati dai quali si potrà avere la migliore performance, sta, secondo Rodrik nei mercati del lavoro e nel governo delle migrazioni tra nazioni dei lavoratori e delle conoscenze, che essi trasferiscono ad altri od apprendono da altri. Il peso relativo dell’attenzione della politica economica, deve spostarsi dal commercio e dalla finanza all’educazione ed al mercato del lavoro e delle migrazioni. Ma sempre rimanendo nel perimetro mentale delle volpi, sapendo che i fenomeni sono più numerosi delle categorie esclusive e salvifiche e che di ogni fenomeno devi continuare ad occuparti se vuoi che sistemi complessi possano funzionare davvero. Non c’è proprio da meravigliarsi, insomma, se, dopo molti anni, Rodrik abbia prodotto questo volume, che vi invitiamo a leggere, per ottenere una globalizzazione intelligente della economia mondiale. E che questo risultato si possa ottenere navigando nella scia del suo lungo e fruttuoso lavoro di economista.
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
- De Rita mediatore tra élite e popolo
- La diagnosi di Paolo Savona sulla crisi italiana tra eresie, esorcismi e scelte giuste.
- Mario Draghi indica ma non svela i tratti di una politica monetaria amica della crescita
- La crescita e le organizzazioni. Originate to distribute vs. Originate to hold