Debito, nessuno si chiami fuori

di Paolo Savona - 13/12/2009 - Economia
Debito, nessuno si chiami fuori
Si moltiplicano gli avvertimenti sui pericoli insiti nei modi in cui la crisi globale è stata superata: la moneta immessa nell’economia è stata abbondante e la spesa pubblica coperta esclusivamente da indebitamento degli Stati lo è stata altrettanto. Troppa moneta induce alla speculazione, come testimonia la vertiginosa crescita del prezzo dell’oro e il significativo aumento dei valori di borsa delle azioni ancor prima di una ripresa dei profitti; ai primi segni di una domanda di beni più sostenuta, che tutti i paesi ricercano, l’inflazione potrebbe rifare capolino un po’ dappertutto. Troppa spesa non coperta da tasse aumenta il debito pubblico, restringe il credito ai privati e aumenta i rischi di una caduta del suo valore di mercato, se non proprio di non essere rimborsato, come sta accadendo alla Grecia.

Tutto ciò è senz’altro nel novero delle cose possibili. Non si capisce però perché siano le autorità a insistere sui rischi della situazione che hanno creato per fronteggiare con politiche “non convenzionali” la grave crisi iniziata nel 2007 con la “scoperta” delle insolvenze sui mutui accesi dagli americani per acquistare abitazioni (noti come crediti subprime) che hanno intossicato una fascia rilevante di titoli anche buoni, incorporati in titoli compositi noti come “derivati”. Il quesito che sorge spontaneo è perché ce lo ripetano in continuazione. La spiegazione può essere rinvenuta in un recente articolo del Bollettino mensile della Banca centrale europea che sottolinea l’importanza della comunicazione nella formazione delle aspettative di mercato. Già da tempo gli economisti erano giunti a queste conclusioni ed è giusto che la nostra banca centrale lo spieghi in linguaggio comune. Ciò che non si capisce è l’uso della comunicazione preventiva in materia di ritorno alla normalità monetaria e fiscale, nota come exit strategy, la quale concorre ad aumentare le già elevate incertezze sul futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno noi poveri mortali e, più specificatamente, gli operatori di mercato non è che ci dicano che esiste un rischio di inflazione o deflazione se non si provvede a tempo a riassorbire la troppa moneta o la troppa spesa pubblica in disavanzo, ma come riusciranno a risolvere il busillis.

Sempre nel Bollettino citato, la Bce afferma che non ci sono rischi di inflazione, anche perché la sua politica rimane “saldamente ancorata all’obiettivo del Consiglio direttivo di mantenere i tassi di inflazione su livelli inferiori ma prossimi al 2 per cento nel medio periodo”. Tuttavia “i governi di molti dei Paesi dell’area dell’euro devono far fronte a squilibri di bilancio ampi e in netta ascesa. In assenza di una strategia di uscita chiara e credibile delle misure adottate, questa situazione potrebbe rischiare seriamente di compromettere la fiducia dei cittadini nella sostenibilità delle finanze pubbliche e nella ripresa economica.” Vi è quindi coincidenza tra le vedute qui espresse di una comunicazione adeguata alle necessità di una exit strategy che non vada contro le aspettative di ripresa e quelle avanzate dalla Bce nel suo Bollettino. Riteniamo tuttavia che la lucida diagnosi sui bisogni della finanza pubblica (che si spinge fino a ipotizzare un’influenza sull’inflazione degli “incrementi dell’imposizione indiretta e dei prezzi amministrati … data la necessità di risanare i conti pubblici” e suggerire che gli sgravi fiscali vengano considerati solo per il medio periodo) non si accompagni con un’altrettanto lucida analisi sui bisogni della politica monetaria, non solo se intende fronteggiare le spinte inflazionistiche, ma anche se non intende innestare spinte deflazionistiche che metterebbero in crisi definitiva le banche e il mercato del credito.

Ci riferiamo in particolare alla politica dei tassi dell’interesse ufficiali e del cambio. Sempre nel Bollettino si sottolinea, senza commentarne gli effetti, che l’euro si è rivalutato rispetto al dollaro e che ciò sia dovuto all’esistenza di un differenziale tra il tasso dell’1% praticato sull’euro e lo 0,25% praticato sul dollaro. Eppure la Bce continua a considerare adeguato il suo tasso. La rivalutazione dell’euro agevola il controllo dell’inflazione perché le importazioni costano meno; ma se la caduta delle esportazioni comporta un costo maggiore in termini di sviluppo, causando un gettito tributario inferiore, ostacola il necessario risanamento della finanza pubblica. Ne consegue che la politica monetaria è parte del problema da risolvere e la Bce non si può ergere a giudice delle altrui politiche, come costantemente sostenuto su queste colonne. Né può trincerarsi dietro il mandato deciso a Maastricht, perché i tassi dell’interesse e la creazione monetaria hanno influenza sul valore esterno dell’euro e non può quindi affermare che il controllo del cambio non sia anche di sua competenza.

E’ quindi necessario un coordinamento tra politiche fiscali e monetarie da affidare alla saggezza dei governanti, se non si è persa la traccia, più che ai Trattati. In questo quadro, operazioni straordinarie sul debito pubblico si rendono necessarie e devono essere fatte in modo coordinato tra i Paesi europei. Lasciare la Grecia alle sue sorti implica che la metastasi del debito greco si estenderà ai Paesi europei che hanno le stesse difficoltà sul fronte della finanza pubblica. L’Unione Europea ha bisogno di crescita, e non solo economica. Ben ha fatto la Merkel a ricordare che la moneta unica impone la condivisione dei problemi e delle soluzioni da parte dei Paesi membri.

da Il Messaggero 12 dicembre 2009
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