Perché il deficit non è un tabù

di Giorgio La Malfa - 23/03/2012 - Economia
Perché il deficit non è un tabù

L'Espresso - 29 marzo 2012

 

“Nella seconda metà del 2011 l’Italia è nuovamente entrata in recessione.”  Così ha autorevolmente testimoniato Marco Buti, Direttore Generale della Commissione Europea, in una audizione in Parlamento qualche giorno fa. Per il 2012, attualmente le previsioni indicano una flessione del reddito nazionale di un punto e mezzo circa, seguita da una modestissima ripresa nel 2013.

Su questo concordano il Governo, la Commissione Europea e  molti centri di ricerca. Il Fondo Monetario è ancora più pessimista. I dati recenti sulla produzione industriale e quelli sulle ore di cassa integrazione guadagni confermano che la situazione sta peggiorando rapidamente. La disoccupazione viaggia  verso il 10% con punte elevatissime per i giovani nel Mezzogiorno. E ancora non si sono manifestati gli effetti dell’aumento della pressione fiscale sui consumi delle famiglie.

L’aggravamento della crisi non è certo colpa del Governo Monti, che ha dovuto far fronte in fretta e furia a una situazione finanziaria compromessa da anni di inerzia. Ma proprio l’acuirsi della crisi pone il problema di correggere da subito l’andamento tendenziale dell’economia. Anche perché una forte flessione del reddito metterebbe a rischio anche l’obiettivo del pareggio del bilancio nel 2013.

A questo proposito, bisogna evitare l’equivoco di ritenere che la politica delle liberalizzazioni su cui il Governo sta concentrando i propri sforzi sia la risposta al problema. Le liberalizzazioni sono necessarie, sia in sede nazionale che in sede europea, e avranno sicuramente effetti positivi di lungo termine, che la Commissione Europea stima in un 1% in più di crescita all’anno per almeno 10 anni.

E, tuttavia, esse non possono avere e non hanno un’efficacia immediata. Del resto, se l’avessero, il Governo dovrebbe rivedere in senso più favorevole le previsioni sul reddito nazionale nel prossimo biennio. Cosa che ovviamente non sta facendo.

E’, dunque, necessario un provvedimento tempestivo, per cambiare il profilo della congiuntura già a partire dalla seconda metà dell’anno. Lo stimolo potrebbe venire dalla domanda estera, se il tasso di cambio dell’euro rispetto alle principali valute mondiali dovesse scendere e tornare a valori più realistici di quelli toccati in questi anni.

Ma questo argomento fa parte dei tabu dell’Unione Monetaria Europea e quindi si tratta di una strada che non può essere percorsa. Tolte le esportazioni, il solo intervento possibile richiede di usare la finanza pubblica per stimolare la domanda.

Bisognerebbe pensare a un intervento fra il 2012 e il 2013 dell’ordine dell’1% del PIL, cioè pari a circa 15 miliardi di euro. Una cifra che potrebbe essere indirizzata verso una nuova legge Tremonti che preveda sgravi fiscali sulle imprese che avviano investimenti nei 12 mesi successivi alla deliberazione della misura e verso agevolazioni contributive per le imprese che assumano lavoratori nel periodo di riferimento.

A queste misure fiscali si potrebbe aggiungere, se vi fossero progetti di investimento pubblico bloccati dalla mancanza di fondi, uno stanziamento per finanziare queste opere.

Ovviamente, a questa proposta si muoverà l’obiezione che le misure del Governo sono state prese per ridurre il deficit e questa spese andrebbero nella direzione opposta. La risposta è che si tratterebbe di misure una tantum che non contraddicono – anzi agevolano – il percorso di aggiustamento ‘strutturale’ dei conti.

Esse potrebbero essere finanziate con i proventi delle cessioni patrimoniali di cui si parla - ma sulle quali il Governo si muove con eccessiva cautela - oppure facendo ricorso al deficit ordinario, chiedendo alla Commissione Europea di autorizzare questa deviazione dal cammino concordato, considerate le difficili condizioni congiunturali del nostro Paese.

E’ una questione urgentissima da affrontare prima che l’economia italiana si avviti in una recessione senza fine.

 

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