- Finanza e Comunicazione, 30 gennaio 2012 -
Esce nelle librerie italiane un volume di Paolo Savona che analizza in termini non convenzionali le origini della crisi italiana. Diciamo termini non convenzionali per tre motivi: di ordine temporale, di ordine lessicale e di ordine analitico, in senso stretto.
La crisi, secondo Savona, inizia con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, nei primi anni sessanta, quando la formazione di un equilibrio politico spostato a sinistra, dall’alleanza tra socialisti e democristiani, indica nella creazione di un nuovo monopolio statale, quello elettrico, la soluzione dei problemi della crescita.
“La nazionalizzazione fu attuata rimborsando i proprietari a valori elevati ed accendendo debito pubblico in forme non direttamente statali; si passò infatti attraverso l’indebitamento di due istituti di credito speciale (Crediop ed Icipu) come se la nazionalizzazione fosse un investimento rispondente alle caratteristiche moderne di mercato. Anche questa sistemazione era quindi una novità, che di seguito ci siamo abituati a chiamare finanza creativa. Questa fu la prima vera eresia come qui intesa”.
Questa citazione spiega anche la dimensione lessicale – la seconda attribuzione – del modo non convenzionale con cui Savona svolge le proprie considerazioni. Le eresie sono errori politici che conducono a fallimenti strategici. Gli esorcismi sono le modalità con cui, avvertito il mancato successo, che è la conseguenza dell’errore politico, si aggredisce l’effetto e non la causa dell’errore. Come gli esorcisti aggredivano gli indemoniati, per scacciare il diavolo che lo possedeva, invece di svelare e ridimensionare la causa dei sintomi che l’indemoniato, presunto, suggeriva ai propri probabili carnefici. Basta ricordare come dall’esorcismo si passava all’esecuzione dell’indemoniato per salvare la sua anima, moritificandone il corpo.
Le scelte giuste, infine, sono i principi di fondo, della democrazia e dell’economia monetaria di mercato (alias capitalismo in una versione lessicale ideologica ma molto diffusa) che avrebbero dovuto essere il faro, il punto di riferimento, dal quale far discendere non eresie ma scelte coerenti con lo sviluppo del benessere e la crescita della ricchezza.
Se si ritengono quei principi di fondo migliori e preferibili rispetto ad altri. Ovviamente, ma questo lo direbbe anche Savona, la democrazia ed il capitalismo non sono la soluzione migliore ma la meno peggiore tra quello che poteva accadere nel mondo negli ultimi duecento anni. Guardando nel lungo periodo, con gli occhiali della storia, e non solo con quelli della cronaca e della comunicazione, la dinamica degli eventi passati.
Perché le eresie sono giudicate tali da Paolo Savona?
Perché spostano in direzione di una soluzione peggiore quella che non sarebbe mai stata la soluzione ottima ma poteva essere, come dicono gli economisti, una soluzione di second best. In un mondo imperfetto si deve cercare di migliorare la condizione da cui si parte senza pretendere di ottenere di colpo una soluzione utopica: che risolva tutti i mali possibili. Anche questa è una saggezza convenzionale di larga parte dell’economia contemporanea: quella che è consapevole sia dei fallimenti del Mercato che di quelli dello Stato e cerca di agire su Stato e Mercato, meglio sarebbe dire Governo e scambi sui mercati, e non solo di predicare “Stato o Mercato”.
Perché nazionalizzare la produzione di energia elettrica in quelle modalità è stata un eresia? Savona lo spiega dicendo che “Il risultato fu, dal lato del capitale, un’ingente fuga di risorse finanziarie, il crollo dei valori di Borsa e la caduta degli investimenti; e, dal lato del lavoro, il raggiungimento di un riconoscimento dei suoi diritti fuori tempo e fuori misura: sfociò infatti in un innalzamento del suo costo per unità di prodotto quando i margini di profitto erano già calanti”. In altre parole, quella modalità della politica economica fu un eresia perché generò un doppio effetto negativo: il capitalismo perdeva risorse finanziarie che espatriavano mentre i lavoratori guadagnavano reddito e diritti insostenibili nel medio termine, perdendo essi stessi la possibilità di avere un miglioramento duraturo delle proprie condizioni.
Perdeva la società italiana, insomma , e si avviava la spirale che avrebbe condotto alla fine del miracolo economico ed al tracollo della prima Repubblica sotto la pressione di “Mani pulite”. Meglio i liberisti, come Einaudi e De Gasperi, che traghettarono dalla sconfitta militare al miracolo economico il paese, che il mancato appuntamento con politiche liberali in cui si risolse il centrosinistra e la sua ambizione per il cambiamento. In ogni conflitto potenziale ci sono tre esiti: ottenere un vantaggio per entrambi i contendenti; vincere sottraendo risorse all’altro; perdere entrambi.
L’Italia, con le sue molte eresie si è collocata sempre sul terzo esito. “Il problema della crisi dell’Italia sta tutto qui – scrive Savona alla pagina 44 del suo libro – grandi dissertazioni su ciò che si deve fare, quando la frittata è fatta. Mai quando le uova sono ancora intatte”. Una entropia crescente ed inarrestabile, si direbbe nel lessico della termodinamica. Così facendo abbiamo liquidato a prezzi stracciati istituzioni, ormai malandate, come le partecipazioni statali e l’IRI: mentre ne avremmo avuto bisogno nel gioco della geopolitica, essendo quelle istituzioni – nate negli anni di Beneduce e Menichella – potenzialmente fondi sovrani, come quelli che oggi supportano la crescita dei paesi emergenti sulla scena del mercato globale. Il lettore potrà attraversare la relazione tra eresie ed esorcismi ed arrivare alle quattro scelte giuste leggendo un libro di cento pagine: essenziale e molto diretto.
Le scelte giuste sono principi di riferimento, come abbiamo già detto.
La creazione di una Camera Alta, un governo dei saggi, sulla intuizione di Hayek. Un ritorno all’ordoliberismo della Scuola di Friburgo, facendo agire sia la convivenza civile che la concorrenza globale, insieme, come le lame delle forbici, per fare sviluppare un regime di equità. Chiedere ed ottenere un accordo sulla riforma del Fondo Monetario Internazionale e sul WTO come pilastri, entrambi necessari, dell’equilibrio economico internazionale. Chiedere ed ottenere la trasformazione dell’Europa in una entità politica; la nascita di una politica fiscale comune; la trasformazione della BCE in una banca centrale, che sia anche un lender of last resort; la piena liberalizzazione, per persone, capitali, beni e servizi, del mercato europeo. In questo modo avremo una eurozona fondata e governata da un patto democratico tra i paesi membri dell’Unione Europea anche se non presenta, quella eurozona, i tratti di un’area valutaria ottimale.
Non si meravigli, infine, il lettore di una quarta scelta ottimale che Savona indica con un numero aleatorio: la quattro bis. Questa quarta scelta bis, eventuale ed alternativa alla quattro in senso stretto, “è la opzione di uscire dagli accordi europei ed affrontare il mare aperto della speculazione, recuperando però l’uso degli strumenti propri della politica economica – quantità di moneta, tassi di interesse, rapporto di cambio, entrate e spese dello Stato – restando però nel contesto degli accordi globali, come quelli che reggono l’ONU, il FMI ed il WTO e, se possibile, negli accordi di libero scambio europei”.
Non deve sorprendere il fatto che la quarta scelta giusta sia formulata in termini di opzioni: antitetiche perché antitetico sarebbe e dovrebbe essere il loro esito. Savona intende dire che si debbano evidenziare i tratti due percorsi possibili: dentro lo spazio economico e politico di un euro che diventa una vera moneta e si dota, dopo oltre un decennio, delle istituzioni che sono necessarie perché quel regime possa funzionare; ovvero tornando alla dimensione, ed ai poteri, di uno Stato nazionale che sia capace di cooperare con altri Stati e di agire, tuttavia, con tutti i gradi di libertà che gli vengono concessi dalla spada, dalla feluca e dalla moneta. Per cooperare nell’interesse comune dall’alto della propria sovranità che è uguale a quella di ogni altra autorità statuale.
Questo bisogno di immaginare un futuro, e di perseguirlo con determinazione, una volta che ne siano stati valutati i costi ed i vantaggi, è la sfida che Savona propone alla classe dirigente del suo paese. Conoscere il problema per scegliere una soluzione ma seguire la soluzione fino in fondo e dopo averla esplicitata nelle sue effettive conseguenze. Perché la scelta in questione ha la natura di uan decisione collettiva, riguarda gli italiani e non solo le elite del paese. Riguarda anche i mercati, che devono credere, o meno, alla reputazione di chi propone ad un popolo, che consapevolmente lo accetta, la opzione di un futuro diverso dal presente.
Non a caso Savona paragona questa procedura al dilemma del prigioniero, una delle proposizioni formulate da John Nash, matematico illustre del novecento, che ha rivoluzionato la teoria dei giochi e vinto un clamoroso Nobel per l’economia, aprendo la strada alla creazione del futuro attraverso la negoziazione e l’informazione condivisa tra le parti in causa e non attraverso previsioni deterministiche fondate sul passato. Nel dilemma del prigioniero l’isolamento cui viene costretto gli impedisce di parlare con un complice che potrebbe denunciarlo, per evitare egli la pena, o tacere generando la possibilità per entrambi di sottrarsi alla pena. Isolati i due prigionieri, e senza avere la possibilità di interagire tra loro, scelgono entrambi di collaborare con il giudice, ottenendo comunque un danno per entrambi.
Fuori della metafora del prigioniero, e tornando alla possibilità di un dialogo tra Stati – che sappiano valutare le conseguenze delle proprie scelte e realizzare quelle che ritengono preferibili, in termini di danni e di vantaggi, in un regime di piena e consapevole condivisione delle informazioni disponibili – si apre almeno la prospettiva di un rischio comune che conduca ad un risultato espansivo per tutti i partecipanti alla decisione. Una svolta ad u per un paese che da anni, nella ricostruzione di Savona, ha scelto sempre eresie ed esorcismi che generavano la condivisione dei danni e non certo quella dei vantaggi attesi.
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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