Cosa direbbe oggi Cuccia ai nuovi vertici di Mediobanca e Generali

di Giorgio La Malfa - 07/04/2010 - Economia
Cosa direbbe oggi Cuccia ai nuovi vertici di Mediobanca e Generali

Le decisioni di questi giorni circa il vertice delle Assicurazioni Generali hanno nuovamente attirato l’attenzione su Mediobanca, che oltre ad essere il principale azionista delle Generali, è stata ed è al centro dei maggiori affari del Paese. Ci si è chiesti se e quanto a lungo Mediobanca potrà conservare questo ruolo nelle mutate condizioni economiche interne ed internazionali. Sul Foglio di mercoledì Giandomenico Piluso, che ha scritto di recente un libro sulla storia di Mediobanca, si è chiesto se essa “possa continuare indefinitamente in autonomia”. È un interrogativo legittimo, la risposta al quale verrà solo con il tempo. Del resto, lo stesso Enrico Cuccia, che aveva costruito passo dopo passo un istituto di credito che ha avuto un ruolo essenziale nella crescita dell’economia italiana nel dopoguerra, si poneva spesso, negli ultimi anni della sua vita, la stessa domanda. Temeva che all’indomani della sua scomparsa si sarebbe creata una bagarre per impadronirsi di Mediobanca e dividersene le spoglie e aggiungeva, scherzando, che se era caduto l’impero romano non si poteva escludere che Mediobanca avrebbe fatto la stessa fine.

In effetti, poco tempo dopo la morte di Cuccia, avvenuta il 23 giugno del 2000, sono cominciati i problemi. A metà del 2003 l’Amministratore Delegato dell’Istituto, Vincenzo Maranghi, subì il brutale allontanamento dalla banca. Sembrava l’inizio di una resa dei conti che avrebbe quanto meno compromesso l’autonomia di Mediobanca. In realtà non è stato così perché, almeno finora, la banca ha mantenuto la sua fisionomia e la sua identità. Il merito di questo risultato va attribuito da un lato agli standard severi fissati a suo tempo da Cuccia che hanno prodotto un gruppo di dirigenti molto attento alla difesa della propria autonomia e dall’altro alla lungimiranza con la quale Vincenzo Maranghi, che di Cuccia è stato il degno successore, riuscì nell’estremo tentativo di garantire, quando fu costretto a lasciare la banca, la posizione di indipendenza del management dell’istituto.

In realtà il problema dell’autonomia di Mediobanca si pose fin dalla sua fondazione ed è stato il leit-motif della sua storia. Per questo conviene ripercorrere le tappe salienti di questa vicenda.

Come è noto Mediobanca venne costituita a Milano il 10 aprile del 1946, “per soddisfare –come scrisse Mattioli in una relazione al Consiglio di Amministrazione della Comit - le esigenze a media scadenza delle imprese produttrici” e per stabilire “un rapporto diretto fra il mercato del risparmio e il fabbisogno per il riassetto produttivo delle imprese”. Il capitale sociale di 1 miliardo di lire era suddiviso fra le 3 banche di interesse nazionale, nella misura del 35% ciascuno per la Banca Commerciale ed il Credito Italiano e del 30% per il Banco di Roma. Il progetto era nato a Roma, in seno alla Comit, nell’estate del 1944, quando, dopo la liberazione della capitale, profilandosi la fine della guerra, Raffaele Mattioli e lo stesso Cuccia avevano cominciato a riflettere sul problema della ricostruzione postbellica.

L’esigenza di creare un istituto di credito specializzato nel credito a medio termine aveva però radici più lontane nel tempo: essa risaliva essenzialmente agli anni ‘30 quando, sotto l’impulso di Alberto Beneduce, era stata posta fine all’esperienza della banca mista, di cui la Banca Commerciale di Toeplitz era stato l’esempio più significativo, ed era stato sancito, prima de facto poi con la legge bancaria del ‘36, che le banche commerciali dovessero limitarsi al credito corrente, mentre il credito a medio termine doveva essere affidato a istituti con questo compito specifico. Nel procedere al salvataggio della Comit ormai sull’orlo del fallimento, sia per i crediti industriali concessi a imprese a loro volta investite dalla grande crisi del ’29, sia per il crollo dei valori azionari delle società di cui la Comit era azionista, Beneduce aveva preteso le dimissioni di Toeplitz e la sua sostituzione con il giovane Mattioli. Questi aveva accettato la nuova divisione del lavoro ma aveva osservato in varie occasioni che, restringendo l’attività delle banche ai solo crediti a breve termine, si poneva il problema di chi avrebbe potuto concorrere al finanziamento dei programmi di investimento delle imprese manifatturiere. L’avvicinarsi della fine della guerra, ponendo il problema della ricostruzione degli impianti industriali e del riavvio dell’attività produttiva, rendeva urgente provvedere a questo problema, evitando che a farlo fossero costrette, nonostante il divieto contenuto nella legge bancaria, le banche di credito ordinario.

In un convegno tenutosi nel 1986 in ricordo di Mattioli, nell’unica occasione in tutto il dopoguerra in cui egli abbia accettato di prendere la parola in pubblico, Enrico Cuccia descrisse con precisione le difficoltà incontrate nella realizzazione del progetto. Esso aveva richiesto oltre 18 mesi di laboriose trattative, sia per trovare dei partners che accettassero di entrare nel capitale del nuovo istituto sia per superare le obiezioni di chi, come il governatore della Banca d’Italia Einaudi, temeva che dietro questo progetto vi fosse di fatto il ritorno della Comit ai vecchi amori della banca mista. Un articolo dell’Economist (che, come è noto, Einaudi leggeva religiosamente da capo a fondo) apparso mentre il progetto era in via di definizione, osservava che quello che si stava mettendo in cantiere era null’altro che il dustbin - il cestino dei rifiuti - in cui sarebbero stati riversati i cattivi affari della Comit. L’articolo dava corpo alle preoccupazioni del Governatore.

Queste premesse sono necessarie per comprendere il modo nel quale Cuccia organizzò il lavoro dell’Istituto che gli venne affidato e che governò con mano ferrea dal 1946 praticamente fino alla sua scomparsa avvenuta nel luglio del 2000. Da un lato Mediobanca non poteva fare a meno delle BIN sia per la raccolta del risparmio, sia anche per essere messa in contatto, specialmente quando essa era ancora piccola e relativamente poco conosciuta, con le imprese che avessero bisogno di finanziamenti a medio termine. Ma nello stesso tempo egli era fermamente deciso ad evitare che il sospetto dell’Economist potesse materializzarsi. Per questo motivo gli azionisti vennero tenuti largamente all’oscuro delle decisioni che la banca stava per prendere, apprendendole generalmente a cose fatte.


Questa impostazione fu all’origine di alcuni contrasti con lo stesso Mattioli, al quale Cuccia era peraltro legato da un rapporto molto profondo, che emersero nel corso degli anni. Una volta, replicando a Cuccia che aveva detto che talvolta le banche azioniste di Mediobanca concedevano crediti a medio termine sotto forma di crediti a breve regolarmente rinnovati nel tempo, sottraendo quindi il lavoro alla loro partecipata, Mattioli dettò una nota al verbale del Consiglio di amministrazione di Mediobanca sostenendo che non era vero che la Comit facesse questo tipo di crediti, ma che in qualche caso le BIN erano costrette a intervenire perche Mediobanca adottava criteri troppo rigidi e finiva per negava il credito a imprese che le Bin consideravano meritevoli di sostegno.

In un’altra occasione Mattioli scrisse a Cuccia una lettera di una certa durezza in cui ricordava che Mediobanca non era un semplice investimento finanziario delle BIN, intendendo con cio’ dire che Cuccia avrebbe dovuto tener conto delle indicazioni che provenivano dagli azionisti. L’episodio nasceva da una questione minore: uno scontro fra Mattioli che insisteva perche Mediobanca desse un finanziamento alla casa editrice Einaudi e Cuccia che rifiutava perché convinto che la Einaudi fosse destinata al fallimento, come poi puntualmente avvenne. E tuttavia è anche evidente che, con il crescere della banca e soprattutto con il ruolo che, a partire dagli anni sessanta, essa cominciava ad avere nella vita e negli equilibri delle grandi imprese, vi potesse essere qualche elemento di contrasto di vedute piu’ sostanziale. Ma Cuccia, su questo fu sempre inflessibile, nel bloccare ogni pretesa degli azionisti di ingerirsi nelle scelte del management della Banca.

In quegli stessi anni Mediobanca cambiò un pò natura: da un lato divenendo il luogo di decisione delle questione degli equilibri proprietari delle grandi inustrie - Olivetti, Fiati, Montedison etc. - dall’altra avviando l’acquisizione diretta di pacchetti azionari importanti, il principale dei quali furono le Generali di cui progressivamente Mediobanca giunse a detenere il 13% divenendone, come è tuttora, il socio di controllo.


Un altro, serio, motivo di preoccupazione di Cuccia che lo indusse a per cosi dire a rafforzare i presidi e le difesa dell’autonomia e dell’indipendenza di Mediobanca fu la progressiva presa di influenza della politica sulle partecipazioni statali. Cominciato con l’avvento alla segreteria della DC di Amintore Fanfani a meta degli anni ‘50, il fenomeno crebbe si consolidò con l’avvento del centrosinistra all’inizio degli anni ‘60 e, naturalmente, portò alla fatale distruzione di quello che era stato il lascito positivo per l’economia italiana della gestione IRI di Beneduce e Menichella.

In una prima fase, le BIN e Mediobanca furono abbastanza protette dalla tradizione di indipendenza di cui godevano, ma a un certo punto venne anche per loro la resa dei conti. Negli anni 70 l’IRI impose in Comit la nomina di Gaetano Stammati, un grand commis assai legato alla politica andreottiana. Poco tempo dopo cominciarono i tentativi di mettere le mani sulla stessa Mediobanca che nel frattempo era cresciuta divenendo lo snodo di tutti i maggiori affari del paese. Nell’82, quando Cuccia aveva 75 anni ed era alla testa di una banca che godeva di un prestigio straordinario non solo in Italia, ma in tutto il mondo, l’IRI gli impose le dimissioni e non volle neppure mantenerlo in Consiglio di amministrazione. Doveva essere l’inizio della presa di possesso da parte della DC della cosiddetta finanza laica (finanche un uomo assai intelligente come Nino Andreatta pensava che fosse indispensabile per la DC mettere le mani su questo settore). Cuccia si difese organizzando la privatizzazione della banca che avvenne nel 1988.

Il problema del rapporto con l’azionariato pur se difficile e complesso fu gestito abilmente da Cuccia, grazie anche al suo indiscusso prestigio ed anche alla capacita di sapere per tempo tutto quello che si agitava nel mondo politico e in quello finanziario e di prendere rapidamente le decisioni necessarie. Proprio per erigere ulteriori barriere alle inframmettenze politiche, quando la grande crisi finanziaria del ‘92 costrinse lo Stato a vendere tutto il vendibile, Cuccia organizzò tre gruppi di intervento per la privatizzazione delle BIN sottraendole definitivamente al controllo dell’IRI e agli appetiti della politica.


Il problema di Mediobanca si complicò ulteriormente a meta degli anni ‘90 quando venne modificata la legge bancaria e fu abolito il principio della separazione fra le diverse forme del credito. Le banche commerciali furono autorizzate a operare nel credito a medio termine. A partire da quel momento il conflitto di interessi fra le banche azioniste e Mediobanca, che era emerso solo in via sporadica ed eccezionale, diventò un problema quotidiano: Mediobanca divenne il concorrente dei suoi azionisti bancari nelle operazioni per certi aspetti piu’ importanti sia come possibile profittabilità sia come evidenza pubblica. Dopo la morte di Cuccia fu esattamente un conflitto di questo genere che provocò lo scoppio delle ostilita nei confronti di Vincenzo Maranghi. Vi era (e forse vi è tuttora) il rischio che gli azionisti potessero essere interessati a entrare in possesso o a dettare il comportamento delle imprese partecipate da Mediobanca, a cominciare dalle Assicurazioni Generali.

Maranghi, che era un uomo molto notevole ed aveva assorbito profondamente gli insegnamenti di Cuccia, quando fu chiaro che la politica, la Banca d’Italia e le maggiori banche, avevano deciso di mandarlo via, ebbe la forza di negoziare una posizione di speciale tutela per il management di Mediobanca. Questa estrema difesa ha funzionato in questi anni, aiutata da un revirement del Credito Italiano che della esclusione di Maranghi era stato uno dei protagonisti. Questo sistema ha retto sia per quanto riguarda la governance di Mediobanca in questi anni, in cui non si direbbe si siano manifestate ingerenze nelle decisioni operative del management, sia nell’assetto che è ora previsto per le Generali e per la stessa Mediobanca.

 Pur nelle sue linee generali questa storia di Mediobanca indica i punti di forza e di debolezza dell'istituto. In una lettera autografa indirizzata da Raffaele Mattioli a Enrico Cuccia il 10 aprile 1956 nel decennale della costituzione dell’Istituto si ricorda che l’idea era nata in “quella lunga vigilia che fu l’inverno 1943-44, quando si conversava e si discuteva più per tener desta e insieme distratta la mente che nella fiducia di potersi tosto far qualcosa; e quando, pur in tanta incertezza di prospettive  e persino di sopravvivenza, nacque l’idea di Mediobanca e delle sue funzioni, possibilità e significato: significato, certo, e non solo sul piano pratico degli affari, ma per quello di una visione più ampia e fiduciosa dello sviluppo del nostro Paese.” In fondo questa immagine bellissima di Mattioli sul significato dell’idea di Mediobanca rimane ancora oggi il senso e la ragione di questo istituto.

da Il Foglio del 2 aprile 2010

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