Dollaro e supereuro:niente allarmismi, occorre scegliere

di Paolo Savona - 03/03/2008 - Economia
Dollaro e supereuro:niente allarmismi, occorre scegliere
Prima la crisi dei crediti subprime, poi l’aumento dei prezzi del petrolio e le previsioni di una caduta produttiva. Subito dopo la caduta dei corsi azionari e la ripresa dell’inflazione; ora la possibilità che alcune banche USA possano fallire. C’è vasta materia di allarmismo, ma non si vede ragione per alimentarlo, perché gli effetti possono essere assorbiti, pur leccandosi le ferite, e le cause possono essere individuate e affrontate. Occorre però che si discuta di queste ultime e su esse si agisca. Se si fa allarmismo si va alla catastrofe solo perché si alimentano aspettative negative. Questo quotidiano mantiene pertanto la sua linea: niente allarmismi, ma ricerchiamo diagnosi corrette e terapie sul da farsi.

Il meccanismo di sviluppo economico del mondo occidentale basato sull’economia di mercato e gli scambi regolati in dollari “costringeva” gli Stati Uniti a vivere al di sopra delle loro risorse, importando più di quanto non esportassero e cosi creando la moneta necessaria per il commercio internazionale. Il cambio del dollaro era però fisso, ancorato all’oro e i movimenti di liquidità controllati. Tutti i Paesi dell’area occidentale erano felici di contribuire al funzionamento del meccanismo perché con esso mantenevano un buon ritmo di sviluppo e un buon livello di occupazione.

Nell’agosto 1971 questo meccanismo saltò per volontà dell’amministrazione Nixon e il valore esterno del dollaro cominciò a fluttuare. La scuola monetarista di Chicago garantiva che la fluttuazione avrebbe aggiustato gli squilibri della bilancia estera americana ma ciò non è avvenuto. Infatti, il disavanzo è continuato a crescere e si è anche impennato quando i cinesi si sono messi a produrre freneticamente e le imprese americane si sono recate in Cina e hanno cominciato a esportare nel loro paese a prezzi altamente competitivi, con benefici per i consumi dei cittadini statunitensi.

L’impennata, tuttavia, non aveva preoccupato più di tanto gli Stati Uniti perché il resto del mondo continuava ad assorbire dollari e consentire ai cittadini americani di continuare a vivere al di sopra delle loro risorse, finché non si sono accorti che, da un (piccolo) lato, l’euro cominciava a erodere lo spazio di assorbimento dei dollari come riserva internazionale.
Al contempo da un altro (grande) lato, la Cina aveva accumulato un elevato ammontare di dollari (circa 1.500 mld) e cominciava a usarli per fare incetta di materie prime, prodotti alimentari e investimenti di prestigio e di potenza, erodendo l’influenza americana nel mondo.

La reazione degli Stati Uniti è stata quella di chiedere alla Cina di rivalutare la loro moneta; per svalutare il dollaro, ma ciò avrebbe schiacciato l’euro e scoraggiato le esportazioni europee sensibili ai prezzi. Per fortuna la Cina resiste a queste pressioni, ma il problema esiste. Vi è concordia anche tra gli economisti americani che una svalutazione del dollaro non porterebbe a un aggiustamento del deficit estero e inciderebbe negativamente sulle esportazioni europee e cinesi sensibili alla rivalutazione dell’euro e dello yuan-renminbi con conseguenze sociali nelle due aree.

Il problema americano ha la stessa implicazione di quello europeo nascente dalla perdita di competitività: i cittadini devono ridimensionare il loro livello di vita in attesa che quello dei cinesi si approssimi al loro, creando veramente un mercato dove gli scambi oltre a essere free (liberi) siano anche fair (corretti).

Se invece di dare adito ad allarmismi sulla stabilità delle banche e sull’inflazione il governatore della Fed Bernanke e quello della BCE Trichet si sedessero al tavolo con i colleghi e con i Capi di Stato per governare il processo di transizione da un modello trainato dagli Stati Uniti a un modello trainato dalla domanda dei paesi emergenti, a cui gli Stati Uniti comunque parteciperebbero, governando il valore del dollaro e stabilendo nuove regole per la liberalizzazione degli scambi, forse l’economia del mondo prenderebbe un’altra piega. Basterebbe stabilire che si commercia con lo stesso regime di cambio e a condizioni minime di trattamento del lavoro. L’Unione Europea decida con chi stare: se preferisce essere trainata dagli Stati Uniti spieghi ai cittadini che devono aumentare la produttività per compensare le rivalutazioni dell’euro e consentire agli americani di continuare a vivere al di sopra delle loro risorse. Se invece capisce che il nuovo modello di sviluppo è trainato dai paesi emergenti, raggiunga un accordo con questa parte del mondo e si sganci dal dollaro. Anche perché, se così facesse, probabilmente anche gli Stati Uniti si siederebbero al tavolo delle trattative.

da Il Messaggero, sabato 1 marzo 2008
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