L’economia ed i mercati: guardare le parti per capire l’insieme

di Massimo Lo Cicero - 18/01/2009 - Economia
L’economia ed i mercati: guardare le parti per capire l’insieme

I consumi tengono. Calano meno delle grida allarmate di molti osservatori che hanno accompagnato la seconda onda della crisi: dopo la instabilità finanziaria la minaccia della recessione economica. Ci sono molte ragioni puntuali per spiegare come e perché, su mercati molto diversi tra loro – i gioielli od i beni di lusso ma anche l’abbigliamento di fascia media e bassa, gli alimentari o i beni elettronici del grande sistema dei media e delle comunicazioni – una domanda di consumo, fiaccata ma non piegata del tutto, si manifesta ed alimenta le vendite. Generando un impatto macroeconomico meno negativo di quello annunciato. La crisi segmenta la società ed  alimentando la disuguaglianza, perché aumenta la distanza tra ricchi e poveri. In parallelo, previsioni, diffuse ed amplificate ma troppo spesso poco approfondite, aumentano anche la percezione di una diffusa incertezza sul futuro. Ed in presenza dell’incertezza la mente umana si aggrappa alla certezza del denaro. Lo conserva come fonte di valore, per affrontare un domani oscuro almeno con la risorsa della capacità di spendere: per fronteggiare i danni o catturare le occasioni appena essi escano dalla nuvola dell’incertezza. Sia coloro che sono ancora ricchi, come quelli che si sono impoveriti, conservano, secondo le rispettive capacità, scorte liquide per fronteggiare il futuro e diventano molto più attenti al modo in cui spendere i residui soldi disponibili, pochi o molti che siano. I venditori percepiscono questo razionamento della capacità di spesa ed avvertono il giudizio selettivo di compratori che spendono con maggiore attenzione. Tutti i venditori, quale che sia il loro mercato.

Perché, dunque, seppure in mondi e situazioni diverse tra loro, i consumi tengono? Perché funzionano meglio i mercati. Sia i compratori che i venditori ragionano sulle proprie possibilità e le proprie aspirazioni e generano un sistema di prezzi più adatto a rappresentare una dimensione economica adeguata delle transazioni da realizzare. Questo avviene nei mercati dove i prezzi sono decrescenti, grazie all’innovazione tecnologica ed al grado di monopolio relativo, che gli standard offrono nel mercato dei media e della comunicazione. Ma la medesima fenomenologia, una contrazione dei prezzi, avviene nei mercati dei beni alimentari o dell’abbigliamento di larga scala, per la maggiore competizione generata dalla selettiva attenzione dei consumatori. Chi ha il potere di “fare i prezzi” si adegua, con prezzi minori, alle somme disponibili da parte dei consumatori, E chi consuma, affinando le proprie scelte, aiuta la competizione tra i produttori a limare versi il basso il prezzo dei beni offerti. Funzionano i mercati e, dunque, funziona meno peggio l’economia italiana nel suo complesso. Nel mondo manicheo, di chi considera solo la finanza e la macroeconomia le determinati del sistema, dimenticano che i prezzi si fanno sul mercato e che il mercato è il risultato di milioni di scelte individuali. Ma alla notizia che i prezzi contano, e la loro dinamica attenua la caduta troppo ripida dei consumi, si affianca anche la notizia che gli italiani siano troppo pessimisti, rispetto alle altre economie avanzate, sul proprio futuro.

Perché rispondiamo in maniera negativa ai sondaggi sul futuro? Per molte ragioni. Certamente perché siamo stati martellati da previsioni troppo negative, che oggi sono smentite. La propria risposta non ha conseguenze su chi risponde alle sollecitazione dei sondaggi mentre il loro risultato aggregato colpisce l’immaginario collettivo. Ma quando ognuno, ancorché colpito dal sondaggio, agisce per uno scopo personale, con una controparte puntuale e con un risultato che giudica positivo, non rispetta certo le decisioni collettive annunciate dai sondaggi. Questa è la psicologia del comportamento individuale e collettivo. Ci sono anche due ulteriori spiegazioni, di ordine generale, che spiegano il pessimismo italiano. Ci è stato detto che la crisi finanziaria ci ha solo sfiorato: perché eravamo poco contemporanei, lontani dagli standard di altri paesi avanzati. Siamo in ritardo certamente ed in cima alle ragioni della nostra fragilità si devono ricordare tre problemi clamorosi. La dimensione del debito pubblico e la inefficienza della nostra pubblica amministrazione; la carenza di infrastrutture; il marcato dualismo tra nord e sud. Tutti abbiamo letto che i Governi dovranno fronteggiare la crisi economica aumentando la spesa pubblica con intelligenza, per creare infrastrutture e maggiore equità sociale. Noi abbiamo i due problemi da risolvere, il gap infrastrutturale ed il dualismo tra nord e sud, tra ricchi e poveri. Ma il nostro strumento, lo Stato, è fragile per il debito accumulato e poco capace di utilizzare le risorse umane di cui dispone. Dunque, è naturale essere pessimisti quando vediamo quanto difficile ed improbabile sia l’azione virtuosa dello Stato mentre ognuno di noi agisce singolarmente sui mercati, migliorandone il funzionamento e l’efficacia. E’ una vecchia storia questa che gli italiani, presi uno per uno, siano meglio dell’Italia ma, forse, è proprio la incapacità di governare l’azione collettiva che ci aveva condannato ad arretrare, anche prima della crisi, e che rischia di frenare gli slanci che singolarmente, ognuno di noi, trasferisce ai mercati, durante la crisi.