Economia del Mezzogiorno verso il ventunesimo secolo

di Massimo Lo Cicero - 10/12/2008 - Economia
Economia del Mezzogiorno verso il ventunesimo secolo
Negli ultimi dieci anni - dal 1997 al 2008 - la gerarchia del reddito procapite dei principali paesi europei ha subito una inversione preoccupante per lo stato di salute dell’economia italiana.
 
Fatta pari a 100 la media del reddito procapite dei 27 paesi che, oggi, partecipano all’Unione Europea, nel 1997 si poteva leggere la seguente graduatoria ascendente: Spagna 93,5; Francia 114,6; UK 118,5; Italia 119,4; Germania 124,6. Nel 2008 la graduatoria si presenta con numerose inversioni di posto: Italia 98,5; Spagna 104,4; Francia 108,6; Germania 111,7; UK 115,3. Gli Stati Uniti erano, a parità di potere di acquisto, a quota 160,7 nel 1997 e sono, nel 2008, a quota 149,7. La fonte è Eurostat. Che cosa si legge in questi dati? Tutti i grandi paesi europei si trovano più vicini alla media, seppure ancora al disopra di essa mentre l’Italia è scesa sotto la media. Anche gli Stati Uniti sono ridimensionati, nel confronto tra i due estremi del decennio, ma sono sempre largamente al disopra dei valori europei. L’unificazione allargata del vecchio continente ha modificato le distanze tra i vari protagonisti, old e new comer, ma ha anche ridotto la quota rispetto alla media dei grandi mentre l’Italia appare oggettivamente ridimensionata nella sua capacità di produrre e ridistribuire ricchezza.
 
In questi dieci anni non si è ridotto, tuttavia, il divario nel tesso di crescita tra Nord e Sud, nel nostro paese: mentre il Nord cresceva poco, il Sud era comunque al di sotto del tasso di crescita settentrionale.
 
Il ridimensionamento del tenore di vita italiano ha pesato, e pesa, con maggiore intensità psicologica sulla parte ricca del paese e non ci dobbiamo, dunque, meravigliare dell’esplosione, in questi dieci anni, di una clamorosa questione settentrionale. Questione tutta regionale ed interna al diverso posizionamento che le regioni settentrionali hanno finito per avere nel cuore dell’Europa. Resta aperta, di conseguenza una questione nazionale, condivisa con solo due altre analoghe circostanze nel vecchio continente, la Spagna e la Germania: quella di un dualismo che vede concentrare la parte più debole e fragile, economicamente, della popolazione, in una grande area del paese. Dando alla struttura sociale, dell’Italia, e delle altre due nazioni appena ricordate, la singolare peculiarità di una piramide sociale che si declina, prevalentemente, in una forma di concentrazione territoriale, simmetricamente omogenea, della povertà e della ricchezza. Questo fenomeno oggettivo genera comportamenti politici soggettivi abbastanza conseguenti, nel caso italiano. Una domanda di federalismo o, per meglio dire, di decentramento amministrativo e di riorganizzazione della politica fiscale e tributaria per ambiti locali (si pensi alla testo elaborato dal senatore Calderoli e recentemente licenziato dal Consiglio dei Ministri); una attenzione privilegiata di entrambi gli schieramenti del sistema politico, prima attraverso il Governo Prodi, ed ora attraverso il Governo Berlusconi, verso la soluzione della questione regionale, quella settentrionale, per catturare il consenso della parte ricca del paese, che subisce un progressivo impoverimento ma resta solida nelle sue basi sociali ed economiche.
 
A questa attenzione si affianca un certo disinteresse verso la soluzione della questione nazionale, il divario tra Nord e Sud, considerando, entrambi gli schieramenti, la parte meridionale del paese nulla di più che un serbatoio elettorale.
 
Partiamo da questa percezione delle differenze agli estremi dell’ultimo decennio, quello che fa transitare il mondo, ma anche l’Italia, dal ventesimo al ventunesimo secolo ma dobbiamo integrare questa descrizione con una breve panorama dinamica dei fenomeni che si sono svolti in questo medesimo arco di tempo. Negli anni novanta cedono le basi dell’impero sovietico, cade il muro di Berlino ed implodono l’economia e la politica di quel sistema. Gli Stati Uniti, grazie alla combinazione virtuosa della information and communication tecnology con le nuove frontiere della finanza, accelerano il proprio tasso di crescita e diffondono, alla scala del pianeta, una progressiva integrazione dei mercati reali e finanziari che genera, a sua volta, una globalizzazione dell’economia. Era già avvenuto in altre occasioni, alcune remote come la stagione dell’impero romano, ed altre più recenti, come nel trapasso tra ottocento e novecento ma, in questo caso, l’intensità del fenomeno, oltre che degli interessi e delle forze che mette in movimento, rappresentano davvero una modificazione strutturale degli equilibri esistenti. La musica cambia con il transito nel ventunesimo secolo. Non esistono pasti gratis ma non esistono neanche grandi cambiamenti che non espongano il sistema a rischi altrettanto grandi. Cresce la tensione tra le culture e cresce la minaccia del terrorismo.
 
Cresce la distanza tra chi detiene conoscenze sofisticate nel campo tecnologico, ed il quello finanziario, e chi non le detiene: questo gap aumenta i rischi di azzardo morale da parte del management delle grandi banche ed il potere di monopolio dei grandi gruppi economici mentre si indebolisce la qualità della vigilanza sui sistemi di regolazione e controllo dell’economia. Nell’ultimo decennio del ventunesimo secolo la forza espansiva degli scambi sul mercato internazionale include nel processo di crescita molti nuovi paesi ed una grande parte della popolazione mondiale; nel primo decennio del ventunesimo secolo una vulgata liberista confonde pericolosamente l’esigenza di riscrivere regole ed istituzioni alla scala di un mercato che tracima oltre i perimetri amministrativi dei singoli Stati nazionali con la banale soluzione di ridurre i controlli, ormai impotenti, degli Stati nazionali stessi su una economia che essi non sono più in grado di dominare e di capire nelle sue nuove dinamiche.
 
Sono gli anni dell’attacco alle torri gemelle, del progressivo deterioramento nella percezione del rischio generato dalla combinazione tra tecnologie finanziarie e crescita dei volumi di risparmio, che si accompagna alla moltiplicazione dei paesi che si integrano nel mercato mondiale. L’Europa, sedotta dalla necessaria creazione della moneta unica, ritiene che, nel ristretto intorno del suo perimetro amministrativo, si possa e si debba creare e regolare un mercato unico e competitivo. Affascinata dalla forza espansiva della conoscenza, che la rivoluzione della ICT ha scatenato negli Stati Uniti, proclama a Lisbona di volere creare la più forte economia fondata sulla conoscenza nell’ambito del mercato globale. L’esperimento della moneta unica impone, tuttavia, un patto condiviso di politica fiscale tra coloro che aderiscono all’euro mentre, nel 2004, si afferma prepotente, anche la necessità di allargare la dimensione della forza inclusiva dell’Unione Europea verso una serie di paesi che, esaurita la funzione di satelliti della Russia nell’ambito dell’Unione Sovietica, cercano una identità autonoma sul terreno della democrazia e della economia di mercato. Nascono due club europei: un club commerciale ed un club monetario. E, nonostante le buone pratiche, e le regole stringenti, per dare al mercato unico un regime competitivo, si crea un potente vantaggio, in termini di ridotta dimensione dei regimi di welfare e di contenuta pressione tributaria, tra i componenti il club commerciale rispetto a quelli inclusi nel club monetario. Francia e Germania difendono la propria posizione competitiva grazie alla forza della burocrazia nazionale e della tecnologia disponibile. La Spagna utilizza al meglio il supporto delle politiche di coesione. L’Italia, nel mondo dell’euro forte, perde i vantaggi della svalutazione per competere; stretta dalla crisi della finanza pubblica perde la leva fiscale della politica economica; indebolita dalla progressiva riduzione della produttività di sistema, anche per la fragilità delle sue infrastrutture e la dimensione del suo dualismo interno, arretra in termini di reddito pro capite rispetto alla media europea.
 
Il Mezzogiorno, giocata molto male la carta del terzo ciclo delle politiche di coesione (la mitica “Agenda 2000” che si realizza tra il 2000 ed il 2006, con una coda che terminerà al 2008) si trova di fronte, negli anni successivi al 2004, la capacità di competere dei new comers entrati nel club europeo del mercato unico, quello commerciale, ma non in quello della moneta ed in un contesto dove il motore della crescita si sposta lontano dal suo territorio. Si sposta verso la Cina e l’India o verso il far east Asia ed il sud america. Mentre le linee di forza che sorreggono il mercato europeo ruotano di novanta gradi e si dispongono lungo un asse est ovest, non più lungo la direzione nord sud. Milano diventa, per esplicita definizione delle analisi elaborate Bruxelles, l’area metropolitana europea più meridionale, il vertice più a Sud del pentagono tra le grandi città europee: che include anche Parigi, Londra, Berlino e Francoforte. Avrebbero perso efficacia e significato, in questo contesto turbolento e mutevole, gli stessi supporti finanziari di Agenda 2000: anche se non avessero subito i limiti soggettivi della loro applicazione in termini di estrema polverizzazione dei singoli interventi. Una grande crisi finanziaria - generata dall’azzardo morale e dalla incapacità di dare un equilibrio, tra cambi, monete e finanza, ma anche tra i flussi commerciali che rappresentano l’altra faccia dell’integrazione tra paesi ed economie sul mercato mondiale - si apre nel trapasso tra il 2006 2007 e precipita nel 2008, aprendo la porta ad una caduta della dinamica dei flussi reali nei prossimi anni. La crescita mondiale riduce il suo ritmo e, per l’Italia, che deve recuperare un lungo e mediocre periodo consumato male, questa circostanza propone nuovi ed ancora più stringenti interrogativi in tema di politica economica.
 
L’ipotesi di federalismo, proposta nel paese, è molto diversa dalla denuncia con la quale era iniziata la progressiva espansione della lega nelle regioni settentrionali: la richiesta demolizione di ”Roma ladrona”, lo stato centrale che assorbe le imposte e le tasse e le consuma in maniera improduttiva e clientelare, si ribalta in altre aspettative. Alle regioni ed agli enti locali, viene trasferito un potere di imposizione fiscale, che li renda responsabili della copertura delle spese e non solo della loro erogazione. In sostanza si propone un piano per il decentramento della produzione di beni pubblici e la responsabilizzazione degli amministratori locali nei confronti della popolazione. Chi paga un costo eccessivo per un cattivo servizio dovrebbe scegliere meglio, quindi, i propri interlocutori e sanzionare, o premiare, i loro comportamenti nella tornata elettorale. Molto utile, infine ma non è la cosa meno importante, aver recuperato in questo progetto anche la creazione di una rete di città metropolitane, e di un regime speciale per la capitale, che la sottragga alle normali procedure amministrative.
 
L'insieme di queste misure, anche questa è una novità nella storia amministrativa del paese, è accompagnato da un meccanismo di affiancamento – una commissione paritetica per l'attuazione del federalismo fiscale ed una conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica – per mettere in campo una nuova e diversa organizzazione della produzione di beni pubblici e, parallelamente, ridimensionare e sciogliere altre organizzazioni che risulterebbero, a quel punto ridondanti. Questo insieme di ipotesi non ha nulla a che vedere con il federalismo nella sua accezione realizzata. Quella costruita aggiungendo, ad entità esistenti, un nucleo forte identitario, statuale, per comunità e culture che condividevano la scelta di assumere proprio quella identità. I cittadini di ognuno degli stati esistenti si dissero onorati e pronti a diventare cittadini degli stati Uniti. Il federalismo italiano servirà, se sarà progettato e realizzato adeguatamente, per decentrare la produzione di beni pubblici, riordinare compiti e funzioni delle regioni e degli enti locali; per dare una forma adeguata di governo alle città metropolitane ed alla capitale. Non è più una sorta di vendetta contro lo stato centrale ma un processo per governare meglio lo stato: non divide, ma riunisce in regole più efficaci e condivise, l'obiettivo di governare e dirigere il paese verso un futuro migliore. Questa forma di federalismo, ancorché la parola sia utilizzata in una modalità abbastanza impropria, è una opportunità, o meglio, uno strumento potente per il Sud. Perché riordina e responsabilizza il sistema dei governi locali e crea le condizioni per la scomparsa di governanti abili solo nel mendicare a Roma le poche risorse che lesinano, o spendono male, in periferia. Perché eccita la responsabilità personale come leva profonda nella formazione e nel ricambio delle classi dirigenti. Nel Sud abbiamo visto nascere, negli ultimi quindici anni, partiti personali, che hanno spesso degenerato nella figura del “puparo” siciliano. Togliendo autonomia e responsabilità ai singoli esponenti delle organizzazioni pubbliche. Ma, oggi, nel sud non servono nuovi leader, che possano diventare “pupari” anche in assenza della intenzione malevola di volerlo fare. Servono, al contrario, molte persone disposte a mettersi in gioco per migliorare e trasformare la qualità della società attraverso una piena e personale assunzione di responsabilità: nel proprio mestiere come nella vita pubblica.
 
Per giocare questa carta fino in fondo, sarebbe necessario un passo ulteriore da parte del ceto politico meridionale. Favorire la nascita di un accordo cooperativo tra le regioni meridionali che sono, come si è detto spesso, troppe e ciascuna di loro troppo piccola per garantire la formazione di una politica coerente alla scala dell'intero Mezzogiorno. Lavorando in questi termini, e nello spazio politico che si apre con l’opzione federalista di cui si sta parlando, potrebbe emergere una nuova identità meridionale effettivamente autonoma e separata, ma non contrapposta malamente ed opportunisticamente, a quella del Nord del nostro paese. Rafforzando e non travolgendo la identità nazionale dello stesso. E contribuendo alla formazione di una classe dirigente locale effettivamente diversa da quella che esce, oggi, da una lunga stagione di vero e proprio fallimento del mercato politico. Combinare questa ricerca di un nuovo equilibrio tra amministrazione locale e politiche per la crescita, e finanziando quelle politiche con la quarta, ed ultima stagione, dei fondi resi disponibili dalla Unione Europea, si otterrebbe un ulteriore effetto convergente con gli obiettivi di medio termine che il Mezzogiorno dovrebbe raggiungere. L’obiettivo di dare una finalizzazione espansiva, ma non solo keynesiana, alla loro utilizzazione. Non si avrebbe, se mai quei fondi fossero effettivamente impiegati per creare capitale umano e capitale fisso sociale - le infrastrutture - solo un effetto moltiplicativo della spesa per investimenti pubblici sulla dimensione della domanda effettiva. Si avrebbe anche un effetto di accelerazione sull’offerta aggregata endogena, grazie proprio alla formazione di nuovo capitale. La parallela espansione di domanda ed offerta aggregata attenuerebbe l’effetto “pentola bucata”: la sproporzione sistematica tra spesa ed aumento delle importazioni nel mercato meridionale e la persistente e sistemica presenza di importazioni nette nella contabilità economica dell’area debole del paese. Avviando la effettiva riduzione del dualismo tra le due italie.
 
La conclusione di questa analisi può essere sintetizzata in due elementi di giudizio. I radicali cambiamenti maturati negli ultimi quindici anni, alla scala mondiale, europea ed italiana, rappresentano una parte importante delle difficoltà che oggi l’Italia attraversa per liberarsi della fragilità che deriva dalla struttura dualistica della propria economia.
 
Molti sono stati i limiti della classe dirigente nazionale, su entrambi i fronti dello schieramento politico, nei modi e nelle forme con cui essa ha cercato di opporsi agli effetti negativi di queste derive internazionali. Ma molti sono stati anche i limiti della classe dirigente meridionale nell’esercizio delle proprie responsabilità e nella formulazione delle proprie scelte.
 
Nel Sud si sono manifestati un deficit di democrazia ed un fallimento del mercato politico. Seppure malamente, alla scala nazionale operava il ricambio di un bipolarismo squilibrato ed incompiuto, il regime di governo meridionale rimaneva invece a lungo monocorde, anche in presenza di risultati assolutamente inconsistenti. E questo accadeva in presenza di un ulteriore fenomeno assai singolare: la notevole inconsistenza dei contenuti di merito delle singole operazioni di politica economica, riducendosi larga parte delle stesse alla mera riproposizione di schemi metodologici piuttosto che di scelte esplicite e compiute, sul successo, od il fallimento, delle quali si giocassero la reputazione, e la responsabilità, di chi aveva sostenuto ed ideato quelle scelte. Il fallimento della democrazia meridionale è, per certi versi, una responsabilità collettiva: perché non solo sono mancate significative forme di ricambio elettorale ma anche una ragionevole e comprensibile competizione sulle idee per affrontare una stagione complicata e difficile, nella quale si sovrapponevano arretratezze consolidate ed ostacoli generati dalle trasformazioni, che hanno attraversato, e modificato, larga parte delle economie mondiali e non solo la dimensione locale di quella meridionale.

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