L'economia e la politica economica nel Mezzogiorno Dalla questione meridionale alla questione settentrionale

di Massimo Lo Cicero - 19/05/2010 - Economia
L'economia e la politica economica nel Mezzogiorno Dalla questione meridionale alla questione settentrionale

1. Il ciclo lungo: la mancata unificazione economica a centocinquanta anni dalla unificazione politica

Ogni società è figlia della sua storia. Baroni, troppo pochi e troppo incapaci, e contadini - troppi, troppo ignoranti e male utilizzati - furono il lascito del feudalesimo normanno al Sud. Mentre le città del Nord producevano banchieri,artigiani, imprenditori e strutture sociali più dinamiche1. Nella seconda metà del novecento, in un crescendo rovinoso, la politica del Governo per trasformare il Sud diventò una inondazione di soldi pubblici per finanziare la incapacità di quei meridionali che erano versati nell’appropriazioni delle risorse pubbliche e nel loro uso dissennato2.

Mentre il mondo tornava verso un ragionevole uso del mercato il Sud si tuffava in una parodia dell’economia sovietica: il trionfo dei soldi pubblici e del controllo politico e della loro utilizzazione con amministrazioni mediocri. La nascita delle Regioni e la legislazione del dopo terremoto sono state l’inizio di un progressivo degrado delle politiche meridionali. Come, nel crollo della ex Unione Sovietica, prosperarono mafie ed opportunismi dei protagonisti del vecchio regime, anche nel Sud si imposero i medesimi processi.

La prospettiva di un nuovo centralismo locale, fondato sul federalismo fiscale a base regionale, non può ribaltare lo squilibrio tra demografia e reddito nel Sud (un terzo della popolazione ed un quarto del reddito nazionale) e non potrà garantire una qualità migliore della finanza e dei servizi pubblici. Perché le regioni sono troppe e troppo piccole per gestire un problema nazionale come quello meridionale: rendere un paese con la popolazione pari a due volte la Lombardia, ma solcato da montagne ed orfano di infrastrutture, un mercato ragionevolmente ampio per far crescere le imprese che sono ancora troppo poche, e troppo piccole, ed attirare nuovi investimenti.

Cavour aveva capito perfettamente che, dopo l’unificazione, il Governo nazionale avrebbe dovuto realizzare le infrastrutture e le istituzioni che, nella pianura padana, avevano preparato la nascita di una società industriale. Morì troppo presto e troppo presto iniziò la lunga stagione del trasformismo e del Giolittismo: una politica che aumentava le tasse e non sapeva utilizzare la spesa pubblica in termini efficienti e razionali3. I benefici della legge nascono dalla capacità del legislatore ma anche dal comportamento degli individui: che è il frutto della storia della quale essi sono il risultato. Il problema che l’Italia deve fronteggiare oggi è molto difficile da risolvere. Risolvere la questione regionale, come sostiene larga parte della popolazione settentrionale, potrebbe essere utile, sul piano locale, ma non basta perché riprenda la crescita e con essa lo sviluppo del benessere per l’intero paese. Superare il dualismo è una questione nazionale. Ma solo un Parlamento ed un Governo molto autorevoli potrebbero gestire questo processo, motivando il costo del superamento del dualismo con la ripresa della crescita nazionale. Si otterrebbe un beneficio per tutto il paese e non solo per il Sud. Al contrario, il federalismo fiscale, ed il potenziamento che ne riceverebbero le regioni meridionali, alimenterebbe solo ed ancora una illusione: quella che il Sud possa migliorare da solo. Mentre il federalismo fiscale sarebbe anche un rischio per l’intero paese: il rischio di una frattura finale dello stesso in due parti, entrambe, e per motivi diversi, impotenti sulla scena del mondo contemporaneo e fuori del nostro modesto ed angusto perimetro nazionale.

Esiste, insomma, una dimensione comune, tanto ricorrente da apparire come un costante che non si possa modificare, della dimensione economica e sociale del Mezzogiorno d'Italia. Una dimensione di illegalità diffusa, ignoranza e povertà di massa, incapacità ed opportunismo della classe dirigente, che viene proposta dai tempi della unificazione del paese e fino ai nostri giorni come il tratto identitario di questa grande regione italiana. La presunta esistenza di questa identità permanente, e non modificabile, alimenta periodicamente la credenza che sia assolutamente inutile proporre e gestire politiche capaci di rimuovere questa combinazione di ignoranza, povertà, illegalità ed opportunismo e che, di conseguenza, si debba considerare la fragilità sociale del Sud e le sue conseguenze economiche come una sorta di logica conseguenza di una antropologia deviante intrinseca alla popolazione, una sorta di condanna “etnica”. Ovviamente questo giudizio improprio diventa un alibi per coprire la mala gestio di molte e diverse politiche economiche, tentate negli ultimi due secoli, per ribaltare lo stato delle cose. La storia delle politiche economiche diventa, in questo modo, una notte in cui tutte le vacche sono nere e nella quale non si può neanche imparare dai propri errori. Perché non esiste la possibilità di capire e correggere gli errori se essi stessi, gli errori non sono visibili e, dunque, non esistono. E se tutti i fallimenti vengono risolti nella unica spiegazione dell'antropologia meridionale come condizione maligna in se: ostile al progresso ed immodificabile per definizione. Un approccio storico alla natura ed al cambiamento dell'economia e della società meridionale spiega, al contrario, sia gli errori soggettivi, quelli che derivano dai comportamenti e dalle scelte della classe dirigente, che quelli oggettivi, dovuti alla mancata identificazione degli obiettivi da conseguire od alla inadeguatezza degli obiettivi, qualitativa e quantitativa, rispetto agli strumenti.

Nel solco della medesima tradizione della destra storica, e nell’impianto che lo stesso Cavour proponeva all’indomani dell’unità, ridare a Napoli un ruolo economico avendo essa perso il proprio ruolo di capitale politica, Francesco Saverio Nitti, nella stagione antecedente la prima guerra mondiale, combinò una legislazione intelligente con il manifestarsi di un interesse diffuso verso la metropoli partenopea da parte di imprese ed imprenditori europei. La stagione delle grandi scoperte applicate alla creazione di reti di servizio, dalle ferrovie alla energia elettrica, proseguendo fino alla progressiva diffusione delle comunicazioni a distanza, combinata con la dimensione demografica della città - una ex capitale che fino al 1911 sarà, per dimensione della popolazione, la prima città italiana - rappresentava il primo appuntamento di una globalizzazione dell'economia che si manifestò pienamente e che venne assecondata dalle politiche nittiane4.

E sono sempre i nittiani, gli eredi dello statista lucano, in primis Beneduce ed il gruppo dirigente dell'Iri, che promuovono, dopo la guerra e negli anni cinquanta, l'esperimento della Cassa per il Mezzogiorno. Un vero e proprio sistema di intervento, che prevede un laboratorio intellettuale, la Svimez, ed una agenzia operativa, uno shuttle dedicato allo sviluppo delle infrastrutture per l'industria, che possa utilizzare fondi dedicati allo scopo e non confusi nella gestione finanziaria ordinaria dello Stato. Ancora una volta, come nel caso di Nitti agli inizi del novecento, queste politiche sono procicliche nel lungo periodo: sono il risultato di una combinazione tra istituzioni, estranee alla pubblica amministrazione, e logiche di mercato. Non sono state immaginate come una sostituzione del mercato ma come una integrazione delle forze deboli del mercato o come una supplenza che, in ogni caso, non debba degenerare in una sorta di economia burocratizzata, condizionata pesantemente dalla pubblica amministrazione e dagli apparati dello Stato. La stagione felice, il “paradiso perduto” che ancora oggi una parte della cultura meridionale rimpiange, si chiude purtroppo con gli anni settanta: per tre motivi. Si manifestano due focolai che generano una significativa frattura nel ritmo e nella natura dello sviluppo economico italiano: la crisi dei rapporti sociali, che si apre con l'autunno caldo, e degenera successivamente nella stagione del terrorismo; la crisi delle materie prime e dell'energia, che apre la stagione delle profezie sui limiti dello sviluppo, e condurrà ad un ripensamento radicale delle politiche per la crescita e la ricerca di un equilibrio sostenibile, tra la dimensione delle risorse assorbite e consumate e quella delle risorse necessarie per reintegrare la dimensione dei patrimoni disponibili per le generazioni future. Il terzo motivo presenta un tratto paradossale ed è di natura soggettiva. Esso riguarda le strategie della maggioranza della classe dirigente, nazionale e meridionale. In un mondo che, dagli anni ottanta, ed in rapida progressione, sceglie il governo dei fallimenti del mercato ma all'interno di una opzione fondamentale per una economia di mercato, la politica economica per il Mezzogiorno diventa sempre più una politica orientata esclusivamente dalla spesa pubblica e, grazie anche alla progressiva affermazione delle Regioni, e delle istanze di decentramento amministrativo, da complicati, e spesso inestricabili, percorsi burocratici5. Il mondo sceglie intelligenti politiche liberali, e qualche volta si avventura anche verso feroci traumi di marca strettamente liberista, ma la politica economica per il Mezzogiorno si insabbia, progressivamente, in una macchina dirigista e di stampo tardo sovietico6. La dilatazione della spesa pubblica è la spinta che condurrà non solo il Sud ma la intera Italia alla crisi finanziaria del 1992, dalla quale si esce con il trauma politico e sociale di mani pulite e la difficile e lenta ripresa economica degli anni novanta. Nella seconda parte di questo scritto torneremo analiticamente sugli ultimi due decenni del rapporto tra economia italiana e Mezzogiorno. Per ora basta ricordare che con singolare regolarità, dal dopoguerra ad oggi, il Mezzogiorno, nella sua dimensione complessiva che include la parte continentale, la Sicilia e la Sardegna, registra una singolare regolarità: nel Mezzogiorno si produce solo un quarto del reddito nazionale ma vive un terzo della popolazione. Ne segue che nel Mezzogiorno si manifestano circa la metà della disoccupazione, ed un basso tasso di attività, ma anche significative aree di economia illegale, mercato nero, e per contiguità di attività criminale ed esplicitamente delinquenziale. Esso, insomma, e come avveniva nel 1860, alla data dell'unificazione7, si presenta come una singolare combinazione di illegalità, ignoranza diffusa ed incapacità di governo da parte della classe dirigente, nazionale e locale. Essendo l'esistenza del dualismo economico e sociale tra Nord e Sud, come è stato già detto, una questione nazionale e non un problema regionale.

Dice il professore Giuseppe Galasso che il Sud si deve guardare in una prospettiva strabica8. Si deve leggere nei suoi dati ricorrenti ma anche nei cambiamenti che, nonostante tutto, si manifestano nel corso del tempo che passa. E' quello che faremo nella seconda parte di questo scritto. Leggendo con attenzione l'evoluzione dei tratti economici, e delle politiche che li hanno determinati, per capire come e perché la questione meridionale sia stata cancellata dall'agenda politica e sostituita dalla questione settentrionale negli ultimi quindici anni.


2. Dalla questione meridionale alla questione settentrionale

La figura 1 mostra i numeri indici, in base 1995 = 1, del reddito prodotto nelle principali macroregioni italiane: nord ovest, nord est, centro, sud ed isole. La somma delle prime tre, e delle ultime due, ci restituisce una versione sincopata del nostro dualismo interno: quella tra Centronord e Mezzogiorno. E' una falsa immagine, se la vogliamo leggere come l'eterno ritorno della sempre uguale questione meridionale. Per capire la natura dinamica e non ripetere solo la percezione statica del dualismo italiano nella stagione della così detta seconda, ed assai inconcludente, Repubblica, bisogna partire dalla cinque macroregioni che abbiamo elencato e delle quali abbiamo misurato sia il tasso di crescita che la dimensione relativa rispetto all'Italia. Come si vede dalla figura 1 la stabilità relativa è notevole.

Ed è misurata dalla media della quota sul totale Italia e dalla deviazione standard di quella media, normalizzata dividendola per la media stessa. Il Nord Ovest si presenta stabilmente con un prodotto interno lordo pari al 32,2 % del totale nazionale. Il Nord Est è al 22,5%, il Centro al 21,3%. Se esistesse, in termini di dinamica economica parallela, un Centronord omogeneo avremmo da un parte un sistema sociale ed economico che, in termini di prodotto interno lordo, vale il 76% del paese ed un Mezzogiorno, sud ed isole, attestato al 24%.

Come accadeva subito dopo la seconda guerra mondiale.

Le cose stanno diversamente se si leggono i percorsi che il prodotto lordo interno delle cinque macroregioni segue dal 1995 al 2008, l'ultimo anno per il quale disponiamo di dati istat omogenei9.

Ma nel 2009, anno di crisi per definizione, il prodotto lordo interno diminuisce in Italia ed in tutte e cinque le macroregioni: confermando, con molta probabilità, la tendenza di lungo periodo descritta dalla figura 1. Grazie alla tecnica dei numeri indici, la figura 1 restituisce una misura relativa, e comparabile tra le diverse macroregioni, della lenta dinamica dell'economia italiana nel periodo tra il 1995 ed il 200810. Possiamo, in altre parole, elaborare un confronto tra le graduatorie di crescita, relativamente alle date in cui il profilo della crescita subisce un flesso, cioè un cambio di direzione. Ed alla data finale del 2008.

Il Nord Ovest è sempre, dal 1995 al 2008 la macroregione più lenta. Si tratta della macroregione che restituisce al paese la maggioranza del prodotto lordo interno ma che presenta anche la più bassa deviazione standard normalizzata di quella media del 32,2% del totale, che ne misura la consistenza comunque decisiva. Dunque quella più lenta di un insieme di macroregioni comunque assai poco mobili nella modificazione della media rappresentata da ogni regione. Anche il reddito procapite del Nord Ovest appare elevato, rispetto agli stessi standard europei, ma è innegabile che esso, il Nord Ovest, rappresenti la vittima principale dell'esaurimento del modello fordista e della dimensione dominante della grande impresa nel nostro paese.

Dal 1995 al 2001 si nota un profilo ascendente del reddito in tutte le macroregioni. Ai primi due posti, e sopra la media nazionale, si collocano il Sud ed il Nord Est. Seguono le isole, che completano la dimensione meridionale, ma sempre sopra la media italiana. Sotto la media italiana il Centro e, lo abbiamo già detto, il Nord Ovest.

Una spiegazione della performance meridionale può essere offerta in tre direzioni. Il sud è un economia dipendente dalla spesa pubblica e dalla inerzia dei flussi di spesa pubblica. In parte aveva un abbrivio che si è progressivamente esaurito. Quell'abbrivio era stato sostituito dagli esperimenti dei patti e contratti territoriali, promossi da Giuseppe De Rita, allora presidente del Cnel, e dagli esperimenti del secondo ciclo delle politiche di coesione, i patti ed i contratti territoriali di seconda generazione, realizzati da Ciampi. La terza ragione è meramente complementare: se gli altri vanno ancora più piano, il Sud non è il più veloce ma solo il meno lento. Ed infatti, in sei anni cresce, a prezzi concatenati, di 15 punti base contro una media italiana che arriva a 12 punti base. Il flesso vero e proprio del Sud si osserva nel 2002 e si conferma nella successiva caduta del 2003. Ma qui consideriamo la svolta come avvenuta nel 2001 per due motivi. Si cambia regime degli aiuti, dal secondo si passa al terzo ciclo delle politiche di coesione, la così detta “Agenda 2000”: un esperimento nel quale si collegano l'esperienza dei patti e dei contratti territoriali, promossa da De Rita e dal Censis, e quello del secondo ciclo delle politiche di coesione, con l'utilizzo diffuso e diffusivo dei fondi europei in una logica place based, bottom up. La politica per il Sud viene insomma orientata, in altre parole, alla diffusione della formazione nelle scelte, ed alla gestione delle stesse, in una dimensione microterritoriale, che si dovrebbe successivamente ricondurre ad una convergenza razionale e condivisa, grazie all'intervento di coordinamento delle regioni, come soggetti intermedi tra centro ed estrema periferia dei livelli di governo per la crescita11. Dal 2001 al 2003 si nota una pausa di stagnazione per l'intera economia nazionale mentre, fino al 2007, si leggono con chiarezza due fenomeni: una crescita media, dell'economia italiana, meno intensa di quella relativa al ciclo 1995/2001. La media nazionale passa da quota 1,12 nel 2001 a quota 1,19 nel 2007. Con un incremento di 12 punti base nel primo ciclo ed un successivo incremento di soli 7 punti base nel secondo, rispetto al primo ciclo considerato. Il secondo ciclo comprende anche una pausa di stagnazione tra il 2001 ed il 2003, che ne riduce la performance complessiva di periodo. Ma non si tratta solo di una riduzione dell’incremento della media italiana del prodotto interno lordo.

Questo secondo ciclo genera anche un vero e proprio ribaltamento delle posizioni relative tra le cinque macroregioni che stiamo considerando. Ferma restando la posizione del Nord Ovest, che si conferma l'ultimo in graduatoria stabilmente, si ribaltano le posizioni del gruppo di testa. Sopra la media nazionale si vedono Nord Est e Centro. Con il Nord Est che scala la prima posizione a partire dal 2006. Sotto la media italiana, invece, si collocano il Sud e le Isole, ma anche, lo si è già detto, il Nord Ovest.

Il dualismo italiano, che conferma questa distribuzione dei posti relativi in termini di dinamica macroeconomica anche dopo il 2007, resta definito da una contrapposizione che vede il Centro - Nord Est, da una parte, ed il Mezzogiorno - Nord Ovest dall'altra12. Ovviamente parliamo di un dualismo dinamico, non definito dalla consistenza assoluta del pil prodotto annualmente ma dalla capacità di aumentare la dimensione del pil secondo una accelerazione crescente. Non deve stupire il flesso del 2007: la crisi mondiale deflagra in quell'anno, secondo la rappresentazione emblematica che ne fornisce il fallimento della Lehman Brothers, ma si apre come parentesi deflattiva nel 2008 e si chiuderà, per il nostro paese, solo dopo il 2010, probabilmente13.

3. Il ciclo della politica e gli strumenti della politica economica

Le politiche economiche che sono state realizzate per chiudere il dualismo tra le due Italie, negli anni compresi tra il 1995 ed il 2009, hanno avuto contenuti oggettivi, un stabile assetto organizzativo ed istituzionale, una guida politica divisa tra maggioranze di centrodestra e maggioranze di centrosinistra. Esaminiamo, in prima battuta, il ciclo delle maggioranze che si sono alternate nel quindicennio preso in esame. Dal giugno del 1992 al maggio del 1994 si alternano il primo governo Amato ed il governo Ciampi. Impegnati entrambi nel superamento della crisi finanziaria e valutaria, apertasi nel 1992, e proiettati verso il risanamento dei conti pubblici e la riconquista di una complessiva stabilità interna. Il primo governo Berlusconi agisce dal maggio 1994 al gennaio del 1995. Subentra un Governo di transizione, guidato da Lamberto Dini, che si conclude nel maggio del 1996.

Nasce il primo Governo Prodi che si concluderà nell'ottobre del 1998. Seguito dal primo e dal secondo governo D'Alema e dal secondo governo Amato, fino al giugno del 2001.

Da allora, e fino al maggio del 2006, seguono il secondo ed il terzo governo Berlusconi. Dal maggio 2006 al maggio 2008, guida la politica, e la politica economica, il secondo governo Prodi ed, infine, dal maggio 2008 si insedia il quarto governo Berlusconi.

Ci sono, insomma, due lunghi cicli, politicamente omogenei al proprio interno, che si leggono chiaramente negli anni che stiamo osservando: il ciclo 1996/2001, diretto da una maggioranza di centrosinistra; il ciclo 2001/2006, diretto da una maggioranza di centrodestra.

L'esperienza del secondo governo Prodi, che dura meno di due anni, e quella del quarto governo Berlusconi, più o meno di uguale durata, alla data di oggi, non presentano i caratteri di un ciclo omogeneo. Non si può stabilire una relazione di causa ed effetto tra il primo ciclo lungo, quello del centrosinistra, ed il secondo, quello del centrodestra, nei confronti della politica economica dedicata al superamento del dualismo tra Nord e Sud per due motivi. Esiste una sostanziale continuità istituzionale e strategica tra i due cicli. Il metodo di fondo è quello bottom up promosso da Ciampi e Barca nel convegno di Catania del 199814. Uno strappo, nei contenuti e negli assetti organizzativi viene introdotto dal secondo governo Prodi e viene confermato dal quarto governo Berlusconi. Frammentando gli strumenti dedicati al superamento del dualismo tra un ministero di gestione, quello dello Sviluppo Economico, ed il ministero dell'Economia.

Quasi che la questione da aggredire avesse una dimensione regionale e non nazionale, come di fatto è.

La pausa nel ritmo della crescita che abbiamo incontrato, nei dati sul pil compresi tra il 2001 ed il 2003, trova invece la sua motivazione principale nella discontinuità che si crea, tra il secondo ed il terzo ciclo delle politiche europee di coesione, i quali rappresentano nei fatti il driver ed il maggior volume di finanziamenti per i progetti destinati al superamento del dualismo tra Nord e Sud.

Il rallentamento, necessario per chiudere i conti del secondo ciclo ed aprire la stagione di Agenda 2000, si sovrappone alla crisi di “september eleven” e determina la pausa già ricordata.

Ma è innegabile l'esistenza di un trend ascendente che lega il 1996 al 2007 in un regime di sostanziale continuità di obiettivi e di strumenti istituzionali. Singolare che la rottura si ottenga con la comparsa, nell'agenda del secondo governo Prodi della questione settentrionale come priorità, confermata dal successivo quarto governo Berlusconi e dal successo della opzione “nordista” nelle recenti elezioni regionali. Proprio quando, come dicono le graduatorie sul prodotto interno lordo, è ormai evidente la natura intrinsecamente dinamica del nord est e del centro Italia e la natura intrinsecamente critica, con una marcata vocazione alla bassa crescita del Nord Ovest, che era stato il mitico “triangolo industriale”, e del Mezzogiorno. I due corni del medesimo dilemma, il dualismo tra Nord e Sud, sono i protagonisti di una storia di declino economico che diventa, a sua volta, una questione nazionale: visto che, sommate le quote di pil tra queste due macroregioni, si ottiene il 56,2% del totale italiano. Mentre appare chiaramente ridondante il numero delle regioni italiane: manifestamente troppe, e ciascuna troppo piccola, per dare un respiro strategico alle proprie politiche per la crescita. Condannate, infine, nel Mezzogiorno dalla asimmetria tra gettito fiscale, compresso dal basso reddito procapite, e spesa necessaria alla soddisfazione dei bisogni primari della popolazione, ad un pericoloso equilibrio finanziario imposto dalle regole del federalismo fiscale. Una soluzione che diventa uno strumento utile per adeguare risorse ed obiettivi nella sfera delle questioni regionali del Nord est e del centro Italia, ma che si riduce ad una pericolosa scommessa nella speranza che esso, il federalismo, rappresenti almeno una opportunità per migliorare la selezione della classe dirigente nel Mezzogiorno. Fermo restando che, come abbiamo già detto, la soluzione del dualismo non si costruisce nel Sud ma attraverso la creazione di una politica capace di restituire un adeguato tasso di crescita al Mezzogiorno ed al triangolo industriale in una chiave cooperativa e contestuale. Nel suo intervento al convegno di Bari, richiamato alla prima nota di questo scritto, diceva Cristiana Coppola, vicepresidente della Confindustria, “Parlare di Sud che aiuta il Sud non significa pensare ad un Meridione auto sussistente, ma piuttosto immaginare un processo di sviluppo che parta dal Sud. Vuole dire assumersi la logica di una nuova responsabilità; significa diventare protagonisti del proprio destino, sapere che per cambiare le cose occorre prima di tutto cambiare se stessi”.


4. Una nota conclusiva

Nei fatti, la questione settentrionale appare come una questione regionale, un'isola di eccellenza in un paese largamente incapace di crescere. Mentre la vera questione italiana diventa quella di riavviare la crescita ipotizzando una politica nella quale possano, e debbano, convivere, il “triangolo industriale” ed il Mezzogiorno.

La interpretazione dei deludenti effetti oggettivi, rispetto al superamento del dualismo tra nord e sud, del lungo ciclo 1996/2006 è stata considerata un effetto della circostanza che l'intera economia italiana sia stata, e sia ancora, una economia frenata: e non solo dal dualismo ma anche dalla ridotta produttività di sistema, dal deficit di infrastrutture e capitale umano e dalla qualità scadente della sua pubblica amministrazione15. Ma, parallelamente, anche l'approccio place based, largamente utilizzato nel terzo ciclo delle politiche europee di coesione, è stato oggetto di critiche significative e richiederà, in futuro, radicali aggiustamenti16.

Esiste un interessante volume di Luca Ricolfi che propone una interpretazione distributiva del dualismo tra Nord e Sud, fondata sulla ricostruzione della contabilità nazionale condotta in chiave di lavoro produttivo ed improduttivo17. In questa ridefinizione della contabilità è il Sud, secondo l’autore, che preleva una quota del reddito effettivamente prodotto dal Nord ma, complessivamente, il volume in questione non può contraddire l’evidenza di una comune e condivisa bassa crescita del “triangolo industriale” e del Mezzogiorno e la necessità di formulare una politica che sia adeguata a questo traguardo. Anche la versione del “sacco del Nord”, in definitiva rappresenta una riproposizione della medesima diagnosi: l’esigenza di una ripresa della crescita per l’intera economia italiana, riducendo la quota improduttiva dei redditi distribuiti, e non contraddice la conclusione cui si arriva in questo testo analizzando il ciclo 1995/200918.

Lo stesso Governatore della Banca d’Italia ha riproposto l’esigenza di superare il dualismo tra Nord e Sud come condizione per la ripresa della crescita economica del nostro paese ed il superamento della latente tendenza al declino, manifestatasi negli ultimi quindici anni19.

Una politica che rimetta in moto oltre il 50% della quota nazionale del prodotto interno lordo, riproponendo il ruolo strategico di filiere lunghe tra Nord e Sud, avrebbe un clamoroso impatto sulla crescita italiana. fermi restando i problemi di coordinamento e supervisione necessari alla scala globale: cooperazione e coordinamento tra le politiche economiche, per superare gli squilibri nelle bilance dei pagamenti, e regolamentazione dei mercati, e degli intermediari finanziari, per evitare il riproporsi dei casi clamorosi di azzardo morale che hanno condotto alla primi crisi del mercato finanziario globale.

da Economia Italiana, GIUGNO 2010


1 Si veda Carlo Maria Cipolla, (a cura di), Storia facile dell’economia italiana dal medioevo ad oggi, Mondadori Milano 1995, ed in particolare le pagine 21 e seguenti

2 La ricostruzione del trapasso tra destra storica e sinistra nell’Itali postunitaria viene ricostruita con precisione in Pierluigi Ciocca, Ricchi per sempre, Bollati Boringhieri, Torino 2007. Si leggano i capitoli 3, 4 e 5.

3 Si veda sempre il volume di Ciocca citato nella nota precedente.

4 Si veda A. Vitale e S. de Majo, (a cura di) Napoli e l'industria, dai Borboni alla dismissione, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2008, ed in particolare A. De Benedetti, La prospettiva e i vincoli dello sviluppo, pagine 117/222.

5La spinta al decentramento amministrativo svuota i ministeri ma duplica costi e funzioni creando una struttura stratificata delle funzioni amministrative. Prefigurando, per certi versi, la successiva svolta del così detto federalismo fiscale. Che rischia oggi di risolversi in una sorta di centralismo regionale che costringe al proprio interno gli spazi di autonomia degli enti locali e non riesce ad essere una vera e propria alternativa al governo nazionale. Naturalmente questa esasperazione del decentramento sottovaluta la circostanza che ogni stato federale non si fonda solo sulle autorità decentrate am anche sulle strutture e le agenzie del governo centrale che possono, in casi estremi, sostituire o surrogarsi all’inefficienza delle amministrazioni locali.

6Troppa amministrazione e troppi fondi pubblici, unitamente ad un reddito procapite troppo basso, eccitano l’opportunismo delle classi dirigenti locali e diventano un danno per le politiche locali di sviluppo. Si vedano William Easterly , The Big Push Déjà Vu, A Review of Jeffrey Sachs, TheEnd of Poverty: Economic Possibilities for Our Time, Penguin Press: New York, 2005, in Journal of Economic Literature, Vol. 44, No. 1, March 2006 ma anche William Easterly and Tobias Pfutze, Where Does The Money Go? Best And Worst Practices In Foreign Aid, Global Economy & Development, Working Paper 21 | June 2008

7 Si veda ancora il volume di Ciocca citato nella prima parte di questo scritto.

8“Ho avuto già modo più volte, e sento sempre opportuno ripetere, che chi guarda al Mezzogiorno dev’essere fortemente strabico. Lo sguardo strabico di chi con un occhio guarda da un lato e con l’altro occhio dall’altro lato è, infatti, l’unico conveniente a chi voglia cogliere la realtà di ieri e la realtà attuale di quel mondo complesso che il Mezzogiorno è sempre stato, e tuttora è”. Così Giuseppe Galasso, Strabismo meridionalista, L’Acropoli, Anno IX, Numero 2, pagina 154, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2008

9Il grafico della Figura 1 è costruito sulle serie storiche territoriali a dati concatenati elaborate dall’Istat e disponibili sul sito web dell’istituto medesimo.

10 I dati esposti nel “World Economic Outlook October 2009, Sustaining the Recovery” mostrano chiaramente quale sia lo scarto tra la crescita italiana del prodotto interno lordo e quella del resto del mondo. Per quanto riguarda la media annuale del tasso reale di crescita del pil tra il 1991 ed il 2001, essa si attesta per l’Italia ad 1,6%; la Francia è al 2% e la Germania al 2,1%. Il dato non esiste per l’Unione Europea come entità complessiva. Gli Stati Uniti sono al 3,4& mentre l’insieme delle economie avanzate si ferma al 2,8%. Quello delle nuove economie industriali dell’Asia si adegua al 6,1%. Nel periodo successivo, tra il 2001 ed il 2009 il tasso dell’Italia, tranne per il 2001 (1,8%), è sempre sotto l’1% ed è negativo nel 2008 e nel 2009. Tra il 2001 ed il 2005 l’UE supera di poco gli USA e rimane sempre superiore all’Italia. Comunque, mentre l’Italia rimane sotto l’unità, UE ed Usa oscillano in un ordine di grandezza tra il 2% ed il 3,5%. Dopo il 2006 la gerarchia tra UE ed USA si inverte. Nel 2001 le economie industriali dell’Asia flettono ad 1,2% ma successivamente sono in media sopra il 5% per tornare ad 1,5% nel 2008 e diventare negative nel 2009.

11Purtroppo le Regioni italiane sono troppe e ciascuna di esse è troppo piccola per essere davvero una dimensione “federalizzata” di aree economiche e sociali davvero consistenti e capaci di essere concluse in se stesse. Sorge, in queste circostanze, l’esigenza di individuare delle aree territoriali ottimali per le politiche di sviluppo mentre un moro criterio amministrativo, come quello che condusse alla formazione delle Regioni italiane, non può essere adeguato allo scopo.

12 In termini di consistenza della base produttiva la distribuzione territoriale delle imprese italiane presenta un quadro diverso, ovviamente. Dal 1996 Mediobanca ed Unioncamere effettuano una rilevazione annuale sui caratteri e la numerosità delle medie imprese italiane di successo. L’ultima rilevazione si può consultare at http://www.mbres.it/ita/download/mi.pdf.

Si tratta del volume Mediobanca – Unioncamere, LE MEDIE IMPRESE INDUSTRIALI ITALIANE, (1998-2007). La concentrazione di questo genere di imprese, il così detto quarto capitalismo italiano, quello successivo e sostitutivo della stagione fordista dominata dalle grandi, ma non sempre efficienti, imprese italiane pubbliche e private, si presenta massicciamente concentrato nella pianura padana ed assolutamente inesistente nella parte meridionale del paese. Ecco un tratto ricorrente, l’asimmetria territoriale nella presenza delle imprese dinamiche, assolutamente analogo a quello che si poteva leggere alla data dell’unificazione politica del paese, come ricorda anche il più volte citato volume di Ciocca. Si veda, in proposito, la figura 2 allegata a questo testo.

13Si veda il Bollettino numero 60 della Banca d’Italia, edito nell’aprile del 2010.

14 Se ne legge l’impianto complessivo in AA. VV., La nuova programmazione e il Mezzogiorno, orientamenti per l’azione di Governo redatti dal Ministero del Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica, premessa di Carlo Azeglio Ciampi ed introduzione di Fabrizio Barca, Donzelli Editore, Roma 1998

15Si veda Fabrizio Barca, Italia frenata, Saggine, Donzelli Editore, Roma 2006

16Una valutazione critica dell’esperienza del terzo ciclo delle politiche di coesione, in vista anche della seconda parte del quarto ed ultimo ciclo delle stesse si può leggere in “An agenda for a reformed cohesion policy, A place-based approach to meeting European Union challenges and expectations”, Independent Report prepared at the request of Danuta Hübner, Commissioner for Regional Policy by Fabrizio Barca, April 2009, download at http://ec.europa.eu/regional_policy/policy/future/pdf/report_barca_v0605.pdf

17 L. Ricolfi, Il sacco del Nord, Saggio sulla giustizia sociale, Guerini e Associati, Milano 2010

18Per una compiuta esposizione delle caratteristiche di una politica integrata tra Nord Ovest e Mezzogiorno, fondata su filiere lunghe e condivise sia consentito rimandare a Massimo Lo Cicero, Sud a perdere? Rimorsi, Rimpianti e Premonizioni, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ) 2010. ma anche alle ricerche su “La Virgola di Ponente”, sempre a cura di Massimo Lo Cicero, pubblicate nel sito web della Fondazione Ansaldo.

19Si veda, nel sito web della banca centrale, l’intervento tenuto il 26 agosto in occasione dell'incontro "Una strada per l'Italia" promosso dall' Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, dal Governatore Mario Draghi al convegno di Comunione e Liberazione tenutosi a Rimini. Si veda anche l’intervento inaugurale del Governatore Mario Draghi al Convegno "Il Mezzogiorno e la politica economica dell'Italia" tenutosi nella sede della Banca Centrale il 26 novembre 2009. Gli atti del convegno rappresentano una robusta descrizione analitica dello stato attuale del dualismo, della differenza strutturale, tra Nord e Sud.