Enrico Cuccia, il grande banchiere dimenticato troppo in fretta

di Giorgio La Malfa - 23/06/2010 - Economia
Enrico Cuccia, il grande banchiere dimenticato troppo in fretta

Mediobanca fu costituita il 10 aprile del 1946. Il capitale di 1 miliardo di lire fu sottoscritto per il 35% dalla Banca Commerciale Italiana e dal Credito Italiano e per il restante 30% dal Banco di Roma. Enrico Cuccia venne nominato direttore generale e, dopo qualche tempo, Amministratore Delegato del nuovo Istituto. Nato a Roma il 24 novembre 1907, all’atto della creazione di Mediobanca aveva 39 anni, ma già molte e varie esperienze di lavoro. Aveva iniziato nel ‘26 come redattore del Messaggero; nel ‘30 era stato assunto a Parigi nella Banca Sud-Ameris, nel ‘31 era passato in Banca d’Italia, presso la rappresentanza di Londra; nel ‘34 era stato chiamato all’IRI alla cui testa vi erano due personalità formidabili come Alberto Beneduce e Donato Menichella; nel ’36 , inviato dal Sottosegretariato per I Cambi e le Valute in Africa orientale, aveva avuto un memorabile scontro con il Maresciallo Graziani di cui aveva bloccato I traffici illeciti. Infine, nel ’38, era stato assunto nella Comit di Raffaele Mattioli, divenendo direttore centrale per il settore estero. Anche se non ne parlava mai, aveva svolto alcune missioni importanti per il Partito d’Azione.

Nell’84, raggiunta l’eta’ di 75 anni, l’IRI ne impose le dimissioni dalle cariche in Mediobanca. Ma dall’’88, dopo la privatizzazione dell’Istituto, venne nominato Presidente onorario. Nel lungo periodo che va dal 1984 alla sua scomparsa, avvenuta a Milano il 23 giugno del 2000, esattamente 10 anni fa, Cuccia ebbe la fortuna di poter contare su due collaboratori straordinari, Salteri prima e poi Vincenzo Maranghi che erano cresciuti con lui e ne avevano assorbito gli insegnamenti, per cui, pur cessando dalla cura quotidiana di Mediobanca, rimase pienamente inserito praticamente fino alla morte nei meccanismi decisionali della banca che aveva modellato con assoluta determinazione e di cui aveva fatto uno perno centrale nella vita economica italiana.

Il senso del progetto di Mediobanca è descritto in una bellissima lettera autografa indirizzata da Raffaele Mattioli a Enrico Cuccia il 10 aprile 1956 nel decennale della costituzione dell’Istituto. L’idea era nata – si legge - in “quella lunga vigilia che fu l’inverno 1943-44, quando si conversava e si discuteva più per tener desta e insieme distratta la mente che nella fiducia di potersi tosto far qualcosa; e quando, pur in tanta incertezza di prospettive  e persino di sopravvivenza, nacque l’idea di Mediobanca e delle sue funzioni, possibilità e significato: significato, certo, e non solo sul piano pratico degli affari, ma per quello di una visione più ampia e fiduciosa dello sviluppo del nostro Paese.” Nella relazione di Cuccia alla prima assemblea di Mediobanca del 29 ottobre 1947 si legge: “In un momento in cui il nostro Paese muoveva i primi passi per uscire dal labirinto delle sue rovine era sembrato essenziale per la ripresa economica italiana la creazione di un organismo che promuovesse la formazione di nuovo risparmio a media scadenza necessario a mettere  le aziende produttive in condizioni finanziarie di equilibrio e che contribuisse a contenere le richieste delle aziende stesse all’impoverito settore creditizio  ordinario entro i limiti delle effettive esigenze a breve termine”.

Nella conduzione di Mediobanca Cuccia aveva alcune idee di fondo dalla quale non si discostò mai. La prima, probabilmente maturata a Londra negli anni ’30 attraverso la lettura degli scritti di Keynes, era che gli investimenti delle imprese hanno un ruolo cruciale nell’assicurare la creazione di posti di lavoro stabili. Compito di un Istituto come Mediobanca doveva essere quello di aiutare le imprese a investire, esercitando però un severo controllo sulle scelte imprenditoriali per evitare errori di valutazione tali da mettere in pericolo l’esistenza stessa di quelle imprese. La seconda, collegata strettamente alla prima, era che se la banca doveva rischiare in proprio, altrettanto dovevano fare i gruppi imprenditoriali i quali dovevano dimostrare di credere essi per primi nella bontà dei loro progetti. Da questo l’insistenza per identificare i nuclei di azionisti che dovevano identificarsi con le sorti dell’azienda: non si trattava, come spesso si è detto, di un desiderio di difendere le vecchie famiglie del capitalismo, ma di legarle indissolubilmente alle imprese di cui erano titolari.

Per Cuccia, l’esercizio del credito era una funzione sostanzialmente pubblica in quanto gli investimenti erano al servizio di un interesse nazionale. Per questo motivo Mediobanca fu per molti anni il braccio operativo delle partecipazioni statali e soprattutto dell’IRI, salvo distaccarsene e aderire all’idea delle privatizzazioni quando, come scrisse in un breve scritto in ricordo di Donato Menichella, era cominciata “la mainmise” sulle partecipazioni statali da parte delle correnti politiche.

Da questa visione severa della funzione di Mediobnca discendeva infine la difesa puntigliosa dell’autonomia dell’Istituto, da esercitarsi finanche nei confronti dei propri azionisti. Vi furono a tratti dei contrasti persino con Raffaele Mattioli che era l’azionista di riferimento di Mediobanca ed al quale Cuccia era profondamente legato. Egli temeva infatti che la Comit potesse essere attratta dall’idea di trasferire a Mediobanca gli affari sbagliati dei propri clienti. Diceva spesso ai suoi collaboratori che era meglio essere verdi di rabbia per un buon affare non fatto che rossi di vergogna per qualosa che non si sarebbe dovuto fare.

In alcuni scritti degli anni ’20, Keynes aveva sottolineato una contraddizione del capitalismo. Per funzionare esso aveva bisogno di stimolare l’ingordigia e l’amore per il denaro che in sé non sono certo le doti migliori degli uomini. Anche Cuccia amava poco i capitalisti, ma difendeva le imprese e le considerava lo strumento necessario per realizzare la piena occupazione a sua volta premessa necessaria per ogni intervento di politica sociale.

Cuccia aveva una formidabile disciplina di lavoro. Non prendeva vacanze e si sorpendeva che altri, investiti di responsabilità, le prendessero. Ma confessava di avere “un vice impuni”, secondo il titolo di un vecchio libro di Valerie Larbaud: era anche un lettore instancabile ed aveva una cultura assolutamente sorprendente. In Lombard Street, Walter Bagehot scrive che il banchiere di investimento inglese “spesso rappresentava un’unione fra l’acume finanziario e una raffinata cultura raramente riscontrata in altri settori della società”. In fondo e’ una descrizione che si attaglia bene a Enrico Cuccia di cui cade oggi il decennale della scomparsa.

da Il Corriere della Sera del 23 giugno 2010

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