Tre errori capitali, una speranza

di Paolo Savona - 18/02/2009 - Economia
Tre errori capitali, una speranza
Nell’agosto 1971 l’amministrazione Nixon sancì unilateralmente la fine dell’accordo di Bretton Woods che aveva garantito lo sviluppo dell’area occidentale, Italia compresa, senza che i Paesi coinvolti nella scelta opponessero grandi obiezioni. Oggi tutti invocano una “nuova” Bretton Woods. Verso la metà degli anni Novanta la Cina recuperò le vecchie regole di quell’accordo: cambi fissi con il dollaro non convertibile in oro e controlli sui movimenti monetari e finanziari. A indurre la pressante richiesta di una nuova Bretton Woods non sono le regole originarie, ma quelle che vanno affermandosi: protezionismo al di qua della frontiera (leggi assistenza pubblica alle imprese in difficoltà), cambi flessibili e libertà nei movimenti monetari e finanziari, sia pure sulla base di nuove e più efficaci regole dopo i disastri causati dagli Stati Uniti.

La riunione dei Capi di Stato dei G20 (i venti Paesi più sviluppati) a Washington lo scorso novembre e quella dei G7 finanziari a Roma l’ultimo fine settimana hanno tracciato un primo quadro di ciò che si intende per nuova Bretton Woods: libero scambio di beni e servizi, ma con crescente presenza pubblica a sostegno dell’economia, cambi più flessibili e regole monetarie e finanziarie più stringenti. La gravità della crisi produttiva e occupazionale rende nervosi i mercati e ansiosi i lavoratori e le loro famiglie, con la conseguenza che vorrebbero sapere subito i contenuti del nuovo accordo internazionale. La stampa è anch’essa ansiosa di anticiparne la conoscenza e la politica asseconda questa ansietà indicendo incontri di verifica degli stati di avanzamento delle sue decisioni, nonostante queste stentino a tramutarsi in pratica. Più che una congiura del silenzio, siamo di fronte a una congiura del troppo parlare.

L’incontro di fine settimana dei ministri del Tesoro e dei Governatori delle banche centrali dei G7 testimonia che i Governi sono al lavoro per mettere a punto l’accordo che verrà sottoposto all’approvazione dei Capi di Stato ai primissimi di luglio a La Maddalena. Non si conosce quale sarà il coordinamento tra questi lavori sotto presidenza italiana e quelli di metà aprile a Londra sotto presidenza inglese. Restiamo fiduciosi nella capacità dei Capi di Stato di cooperare per fronteggiare una crisi che rischia di trascinare tutti. Il fatto che i G7 finanziari abbiano elogiato la Cina, che era assente non facendo ancora parte del Gruppo, per i modi in cui va affrontando la crisi, avvalora questa nostra fiducia.

Suscita invece perplessità il livello a cui viene tenuto il processo decisionale dei Grandi della Terra. La crisi non ha origine solo nei comportamenti azzardati degli operatori bancari e finanziari, ma anche in tre errori politici commessi nella governance globale. Se non si correggono, la vera svolta alla crisi in atto tarderà a manifestarsi e potremmo anche trovarci di fronte a una grave crisi del dollaro. Il primo è aver lasciato i partecipanti agli scambi mondiali liberi di scegliere il regime di cambio e accumulare ingenti riserve monetarie; per poi lamentarsi dell’eccesso di volatilità e di disordine dei cambi. La seconda avere alimentato l’illusione di aver scoperto negli squilibri di bilancia estera la pietra filosofale dello sviluppo (quella che tramuta tutto in oro), permettendo agli Stati Uniti – ma anche al Regno Unito e alla Spagna e in minor misura ad altri Paesi – di vivere al di sopra delle loro risorse assorbendo i risparmi di Cina, Germania, Russia, Paesi produttori di petrolio e pochi altri piccoli; per poi salutare con soddisfazione le politiche di rilancio della domanda interna in modo indiscriminato. La terza avere assecondato un’impostazione anarchica di alcuni comparti del mercato finanziario (mutui ipotecari subprime, veicoli di credito e contratti derivati), ignorando che essi non avevano capacità di autoregolamentazione o che fosse illusorio affidare il giudizio a società private di valutazione del merito di credito (le agenzie di rating); per poi accusare gli operatori d’aver praticato l’azzardo morale.

da Il Messaggero di martedì 17 febbraio 2009
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