Gli errori di Europa e Usa:quella sfida geopolitica che va oltre le urne

di Paolo Savona - 07/04/2008 - Economia
Gli errori di Europa e Usa:quella sfida geopolitica che va oltre le urne
Con un suo fondo sovrano, la Cina ha acquistato l’1,6% della Total, un “campione nazionale” francese, quarta società petrolifera nel mondo. Una sequenza di annunci simili a questo conferma la lenta, sistematica e intelligente espansione geopolitica, ancor prima che geo-economica, del gigante asiatico. Questo giornale si può vantare d’essere stato il primo a cogliere l’importanza della novità, denunciandone i rischi.
 
A livello di singola impresa siffatti interventi non possono se non essere graditi. Chi viene scelto si sente destinatario di un riconoscimento della bontà dell’impresa da un punto di vista strategico e reddituale, perché anche a questo mirano i fondi sovrani. Per il sistema economico nel suo complesso, ossia nazionale e globale, queste acquisizioni comportano il ritorno degli Stati sul mercato come attori e non solo regolatori. Il mondo dell’economia di mercato ripiomba nel suo medioevo da cui faticosamente stava uscendo. Ma questa non è l’unica controindicazione.
 
Il cambiamento della struttura proprietaria muta anche gli equilibri di potenza nel Pianeta. Per chi ha un minimo di conoscenza della filosofia del materialismo storico che impregna i regimi comunisti, fissati i rapporti economici vengono determinati i rapporti politici. La Cina ha accresciuto la sua influenza economica in Asia, sta intervenendo massicciamente in Africa e va espandendo la sua presenza in America latina. L’influenza globale degli Stati Uniti è accerchiata dalla crescente presenza cinese da essi stessi propiziata a seguito di due gravi errori geoeconomici. Gli Stati Uniti hanno il merito d’aver donato al mondo la liberalizzazione degli scambi, sospingendo con i propri investimenti lo sviluppo dei Paesi arretrati che, con la precedente politica degli aiuti di Stato, non avevano potuto raggiungere. Ma hanno commesso l’errore di non sottoporre le liberalizzazioni a un comune regime di cambio.
 
La Cina ha scelto i cambi fissi e ha accumulato circa 1.400 miliardi di dollari che oggi usa per fini geoeconomici e geopolitici. All’errore del diverso regime di cambio gli Stati Uniti hanno sommato quello di un sostegno forte della domanda interna, vivendo al di sopra delle proprie risorse. Gli Usa hanno così mantenuto un deficit della bilancia estera che crea masse di dollari affluiti in parte significativa nelle riserve ufficiali della Cina attraverso gli acquisti fatti per difendere il rapporto di cambio fisso dello yuan-renmimbi.
 
Invece di prendere atto delle mutate condizioni globali gli Stati Uniti continuano a chiedere alla Cina una drastica rivalutazione della loro moneta, se non proprio il passaggio ai cambi flessibili. La Cina non ha interesse a farlo, né lo farà finché il sistema da loro scelto regge lo sviluppo interno e serve le loro strategie globali. Accettano piccole rivalutazioni del cambio per alleggerire le pressioni politiche americane, ma continuano ad accumulare dollari e a perseguire le loro strategie geopolitiche. Abbiamo più volte denunciato che l’euroarea paga lo scotto di questa politica perché, pur avendo la propria bilancia estera in sostanziale equilibrio, subisce l’effetto della debolezza del dollaro che induce l’euro a rivalutarsi. La nostra moneta è alle soglie di un rapporto di 1,60 con il dollaro, che sembrava impossibile, e rischiamo entro il 2009 di raggiungere 1,75/1,80 al procedere della rivalutazione dello yuan-renmimbi e della trasformazione in euro delle riserve ufficiali in dollari. Anche l’Europa, quindi, dipende dalle strategie monetarie della Cina.
 
Stati Uniti da un lato e Unione Europea dall’altro si limitano a prendere atto di ciò che sta avvenendo e sembrano non aver preso coscienza dell’importanza dei mutamenti che stanno avvenendo nel contesto geopolitico, ancor prima e ancor più di quello geoeconomico. A un osservatore esterno non resta che invocare una maggiore attenzione al problema, rivolgendosi alle autorità del proprio paese. Si rendano conto che il problema nasce economico e finisce politico. In politica estera.

 da Il Messaggero, domenica 6 aprile 2008
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