L'euro? Una buona idea gestita male

di Giorgio La Malfa - 25/03/2012 - Economia
L'euro? Una buona idea gestita male

IL SOLE 24 ORE - 24 marzo 2012

 

Fra il 1990 e il 2000, avevo seguito il processo di preparazione della moneta unica attraverso i documenti delle istituzioni europee, le analisi degli economisti e i lavori dei molti centri di ricerca impegnati sull'argomento. Avevo avuto, inoltre, la possibilità come deputato al Parlamento europeo di conoscere i punti di vista e le posizioni politiche dei diversi Paesi dell'Unione europea che si preparavano al grande passo.


Era del tutto evidente che non si poteva in alcun modo parlare di un idem sentire in seno all'Unione Europea sul modo di concepire la moneta unica; prevalevano diffidenze reciproche, timori nei Paesi economicamente più forti di dover affrontare oneri straordinari per sostenere i più deboli e preoccupazioni in questi ultimi che la Banca centrale rispondesse soprattutto alle sollecitazioni ed alle esigenze dei paesi più forti.

Non vi era una sede nella quale queste esigenze diverse trovassero una composizione accettabile. Il punto fondamentale era che, mentre era chiara l'attribuzione delle responsabilità in materia di prevenzione dell'inflazione, mancava totalmente un centro propulsore della crescita economica. È ovvia l'importanza della stabilità dei prezzi, ma, in un sistema economico, non può non esservi chi abbia la responsabilità politica di assicurare che le fluttuazioni del reddito e dell'occupazione vengano attenuate da una buona politica economica.

Vi era poi il problema di disporre di strumenti per intervenire di fronte a shock provenienti dall'esterno dell'unione monetaria. Chi aveva la responsabilità per questo tipo di evenienze e chi gli strumenti per intervenire? Il problema più grave era che in seno all'Unione monetaria coesistono e si scontrano visioni diverse del funzionamento del sistema economico.


Non mi limitavo alle osservazioni critiche. Formulavo una serie di proposte per la riforma dell'Ume. Proponevo, in primo luogo, di modificare l'articolo 105 del Trattato che indica nella stabilità dei prezzi l'obiettivo unico della politica della Banca centrale europea nel senso di ampliare il mandato della Bce per darle anche la responsabilità della crescita (come dispone ad esempio la legge che regola l'attività della Federal Reserve americana).


La mia conclusione era che, senza queste riforme, l'euro non si sarebbe consolidato. Ma soprattutto, se non fosse stata posta a fondamento della moneta unica un'unione politica vera e propria tale da far sì che tutti si sentissero responsabili della situazione di ciascuna parte dell'unione monetaria, la mia previsione era che l'euro non sarebbe durato a lungo. In quel momento, sia le proposte di riforma che la valutazione sulla solidità della costruzione monetaria europea erano del tutto controcorrente.

Prevaleva allora – ed è prevalsa fino a un tempo recentissimo – l'idea che la costruzione dell'euro fosse solidissima, che la moneta unica avrebbe protetto le economie europee dalle tempeste economiche, che lo spirito di solidarietà politica che non era stato posto a fondamento dell'Unione monetaria si sarebbe sviluppato in conseguenza della sua esistenza.


Da un estremo all'altro. Fino al 2010, nonostante la crisi economica mondiale, si è continuato a ritenere che l'Unione monetaria europea non corresse pericoli. Poi, il quadro è cambiato all'improvviso. È scoppiato il problema della Grecia e di altri paesi e la crisi ha messo tutto in dubbio. Le certezze si sono dissolte ed hanno lasciato il posto alle previsioni più negative. Si parla ormai da molti mesi della crisi dell'euro e ci si interroga sulla possibilità che un Paese possa decidere di abbandonare l'euro e tornare a una valuta indipendente.

Altri suggeriscono che possa essere l'Ume stessa a sancire l'espulsione dei Paesi "devianti". Si prende in considerazione l'ipotesi che l'area monetaria europea possa suddividersi in due zone più omogenee, caratterizzate l'una da un euro forte e l'altra da un euro 'mediterraneo'.

Quale ne sarebbe il confine? E chi deciderebbe chi è invitato a fare parte dell'euro dei forti e chi è invece condannato a far parte di un'area monetaria debole? È immaginabile che si possa redigere un Trattato di questo genere o sarà invece la Germania a capeggiare la secessione dei paesi forti? Altri infine ipotizzano la fine dell'euro e il ritorno alle vecchie valute.


 C'è una grande confusione di idee. Molti scrivono che i problemi dell'euro derivano dal fatto che, mentre si procedeva a costruire la moneta unica, si è anche deciso di consentire l'ingresso nell'Unione europea di moltissimi paesi dell'Europa centro-orientale. Questo avrebbe impedito di creare quella coesione politica che doveva sorreggere la moneta unica. È una tesi dalla quale dissento profondamente. L'Europa aveva un interesse vitale nell'accogliere nel suo seno i paesi dell'ex-blocco sovietico.


Solo così si è evitato che il postcomunismo fosse accompagnato da guerre locali, tumulti, pulizie etniche e intolleranze religiose. All'indomani della caduta del Muro di Berlino, l'Unione europea doveva offrire a questi paesi, usciti improvvisamente da una lunga dittatura, la possibilità di organizzarsi come economie di mercato e come vere e proprie democrazie. Semmai, bisognava valutare se il progetto della moneta unica era compatibile con il doveroso ampliamento dell'Europa, non il contrario.


Su un piano più strettamente economico, oggi molti scrivono che una moneta unica presuppone un prestatore di ultima istanza – il che implicherebbe che essi avessero rilevato in passato qualche difetto nell'articolo 104 del Trattato di Maastricht che nega questa ipotesi. Altri osservano che, se scivolasse un po' il cambio dell'euro sui mercati valutari, l'economia europea ne trarrebbe un beneficio. Infine si invoca dal nuovo presidente della Bce una politica di bassi tassi di interesse per aiutare la ripresa economica.
 

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