Giorgio La Malfa su Il Mulino: "L’euro e la crisi dell’Europa"

di Giorgio La Malfa - 07/03/2014 - Economia
Giorgio La Malfa su Il Mulino: "L’euro e la crisi dell’Europa"

ANNO LXIII numero 4/1 - 2014

(a proposito di un articolo di Michele Salvati)

1. Nell’articolo che apre il penultimo numero del Mulino, Michele Salvati scrive, a proposito della crisi dell’euro, di avere a suo tempo “sottovalutato che…le grandi differenze di produttività, competitività, efficienza, capacità di governo dei diversi Stati [membri dell’Unione Monetaria Europea] avrebbero reso assai faticoso il funzionamento del sistema che per definizione esclude una possibilità di svalutazione da parte dei Paesi che non sono in grado di crescere se sottomessi alla disciplina di una politica monetaria e di cambio comune” (M. Salvati, Troppe regole, nessun governo, Il Mulino, 4/13, pag. 572).

Si tratta di una ammissione significativa  in questa fase delicata in cui emergono, da più parti, dubbi e riserve sul funzionamento dell’Unione Monetaria  e sulla solidità e sostenibilità nel tempo della moneta unica. Salvati scrive inoltre  che “le autorità europee avrebbero un compito essenziale nel rimediare alla spirale recessiva che le regole del Fiscal Compact hanno prodotto” (pag. 573), un compito al quale, evidentemente, esse si sottraggono. L’autocritica è rilevante, ma si tratta di una consapevolezza tardiva che interviene quando i problemi dell’euro e i loro riflessi sul processo di integrazione europea si sono così aggravati da apparire quasi insolubili.

Il problema non è ciò che pensano oggi quanti a suo tempo non videro le difficoltà e gli errori di impostazione della moneta unica. Queste difficoltà hanno origine negli anni lontani della firma del Trattato di Maastricht, della definizione delle regole di funzionamento della Banca Centrale Europea, della accettazione supina di una concezione della politica economica tutta basata sull’idea che gli strumenti di controllo della domanda fossero inutili, se non addirittura dannosi.

La posizione che a suo tempo prese Salvati e sulla quale oggi egli riflette criticamente ha accomunato, dal momento della firma del Trattato di Maastricht fino ai giorni nostri,  larga parte delle classi dirigenti europee, politiche e intellettuali. Questo diffusissimo atteggiamento acritico  nei confronti del processo che stava portando alla costruzione dell'Unione Monetaria Europea e alla definizione delle regole di funzionamento, ha fatto cadere nel vuoto ogni tentativo di mettere in discussione il modo nel quale si stava procedendo a realizzare la moneta unica. Esso ha impedito di prendere in considerazione le obiezioni che una parte degli studiosi e degli uomini politici europei avanzavano sui principi posti alla base della filosofia e della pratica dell’euro. Se quelle critiche fossero state sostenute e rafforzate dall’autorità di altri studiosi e dalle prese di posizione di uomini politici di forte caratura europea, esse non avrebbero potuto essere ignorate, così come lo sono state fino a ieri. L’Unione Monetaria sarebbe stata oggetto di una riflessione e di una discussione approfondita che non c’è stata.

A sua volta, questo ritardo accumulato negli anni ha fatto sì che, quando è scoppiata la crisi, le classi dirigenti europee, che avevano ignorato i problemi, si sono trovate nelle condizioni di dovere improvvisare delle risposte sulle quali non avevano meditato per tempo. Esse hanno reagito con grande incertezza sbandando ripetutamente ed oscillando fra la ricerca affannosa di soluzioni appropriate e la speranza che i problemi potessero risolversi da soli. Oggi coesistono in Europa, e in qualche modo si neutralizzano a vicenda, opinioni radicalmente opposte sulla natura dei problemi da affrontare e sul modo di affrontarli. Non solo non vi è un consenso sulle cose da fare, ma non vi è neppure la legittimazione politica democratica di coloro i quali sono investiti del potere di fissare le regole o di interpretarle e di dettare i comportamenti che debbono essere tenuti dai Paesi membri.

Queste osservazioni non nascono, come si dice, dal senno del poi. Fra il 1992 ed oggi,  vi sono stati molti interventi che hanno cercato di attirare l’attenzione sui difetti costitutivi della moneta unica. Vi fu per esempio un articolo molto importante di Martin Feldstein, EMU and International Conflict, (Foreign Affairs, novembre-dicembre 1997) che predisse l’insuccesso della moneta unica ed aggiunse che essa avrebbe seminato la discordia – se non la guerra – in Europa. A quegli argomenti nessuno dei promotori della moneta unica ritenne necessario rispondere.

Fra il 1998 e il 2000 sui maggiori quotidiani italiani, su Le Monde, sul Financial Times e sull’International Herald Tribune, uscirono una lunga serie di articoli firmati da me e da Franco Modigliani, nei quali si sollecitava una definizione dei compiti della Banca Centrale Europea che comprendesse non soltanto l’obiettivo della stabilità monetaria, ma anche, come è per la legge che negli Stati Uniti regola l’attività della Riserva Federale, la promozione di un elevato volume di investimenti e l’aumento dell’occupazione.  In quegli articoli criticammo la volontà dichiarata di fare dell’euro una moneta ‘forte’ non tenendo conto delle conseguenze sulla competititività delle produzioni europee di quotazioni troppo elevate dell’euro sui mercati dei cambi.

Queste posizioni vennero lasciate cadere nel vuoto, considerate come espressioni di mancanza di fiducia nella costruzione europea o, peggio ancora, di un desiderio da parte dell’Italia di non rinunciare alla ‘comoda’ via della svalutazione. Se, in quel momento, quelle posizioni fossero state raccolte e discusse, forse sarebbe stato possibile definire un insieme meno asfittico di regole europee. Naturalmente, si tratta ormai di ragionamenti ipotetici, perché è difficile sapere che cosa sarebbe potuto avvenire se la preparazione dell'euro avesse avuto luogo in un clima diverso e con una maggiore attenzione al problema politico dei fondamenti necessari per una moneta comune.

Oggi, nel 2013, a dieci anni dall’introduzione dell’euro, si può solo registrare quello che non è avvenuto e  ricordare, a proposito di riflessioni critiche come quelle di Salvati e di molti altri che, come lui, vedono ormai con chiarezza e denunciano i problemi e le difficoltà della moneta unica, una riflessione che si legge nel terzo capitolo del Principe. Scrive  Machiavelli che negli affari di Stato avviene ciò che “dicono e’ fisici dello etico [che] nel principio del suo male è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l’avendo in principio conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare.” A conclusione del suo articolo, Salvati afferma che “un esito negativo [della vicenda dell’euro] sembra assai più probabile” (pag. 575). Questo conferma la validità dell’osservazione di Machiavelli: nella vita politica, come nella malattia, il trascorrere del tempo non è indifferente: una cosa giusta detta quando ormai i problemi si sono aggravati è poco più di un tentativo di scaricare la propria coscienza.

 

2. Credo che, nel momento nel quale la crisi dell’euro spinge economisti e politici a riflettere retrospettivamente sugli anni nei quali venne costruita la moneta unica, non si possa fare a mano di scavare più a fondo nelle ragioni per le quali studiosi, economisti e politici, che pure disponevano degli strumenti intellettuali per valutare l’incompletezza e la parzialità dell’assetto di Maastricht, abbiano taciuto e contribuito ad isolare le voci che si sforzavano invece di richiamare l’attenzione sui difetti della costruzione europea. In particolare, a me pare che l’ammissione di avere sottovalutato il problema delle aree monetarie ottimali o quella di essersi illusi “che le condizioni internazionali eccezionalmente favorevoli ai tempi dell’avvio dello Sme [rectius dell’UME] durassero a lungo” (pag. 572) non bastino a spiegare le reticenze e i silenzi di allora. O li spieghino solo in parte.

Due fattori principali hanno contribuito a quegli errori. Il primo è stata l’idea comune a molti europeisti che il processo di sviluppo dell’integrazione europea non abbia avuto e non possa avere un andamento uniforme. Esso avrebbe  richiesto in passato il coraggio di compiere delle fughe in avanti da parte di avanguardie consapevoli dei ‘veri’ interessi dell’Europa e dei popoli europei. Così sarebbe stato anche per la moneta unica. La convinzione che fosse necessario forzare il passo dell’integrazione non escludeva affatto che queste fughe in avanti avrebbero potuto comportare dei momenti di crisi, ma si riteneva che le crisi stesse avrebbero avuto un effetto propulsivo nel processo di integrazione europea perché avrebbero costretto i paesi europei a ricercare la risposta ai problemi in un più avanzato livello di cooperazione e  di integrazione politica. Ignoro se Michele Salvati abbia condiviso, o condivida, quest’idea assai diffusa negli ambienti europeisti e nei vertici comunitari di Bruxelles della quale non si fa cenno nel suo articolo sul Mulino. Ma essa è stata una costante del discorso europeistico di questi anni.

In un articolo apparso su Aspenia nel 2002 (Come riformare l’Europa della moneta), avevo scritto che la creazione dell’unione monetaria europea prima ed in assenza di una unione politica esponeva la moneta unica a una crisi inevitabile nel momento nel quale le condizioni dell’economia mondiale fossero peggiorate – un’affermazione che, come si è visto, è condivisa, per così dire, ex-post, da Michele Salvati. Da questa considerazione ricavavo un giudizio fortemente negativo sul passo che l’Europa aveva intrapreso.

In una discussione privata seguita a quell’articolo – una discussione non priva di asprezza – uno degli esponenti più prestigiosi dell’europeismo italiano, che aveva avuto un ruolo rilevante nella teorizzazione e poi nella preparazione della moneta unica europea, mi chiese polemicamente come potessi immaginare che ‘essi’ non sapessero che l’euro senza l’unione politica era una costruzione incompleta e quindi fragile e destinata ad essere investita da una crisi. Ed aggiunse che quello che io non comprendevo era che proprio la crisi avrebbe agito da catalizzatore per il passo successivo dell’integrazione europea.

È un’affermazione che abbiamo sentito ripetere periodicamente nel corso di questi anni: si è detto che, di fronte alle difficoltà dell’euro, l’Europa  sarebbe stata costretta a fare un passo avanti ed a realizzare celermente l’unione bancaria, l’unione fiscale, ma anche  l’unione politica. In effetti, quando la crisi partita negli Stati Uniti nel 2008 investì una serie di paesi europei, a cominciare dalla Grecia e dall’Irlanda per poi trasferirsi alla Spagna, al Portogallo e all’Italia, di fronte alla possibilità di cui si cominciò a parlare, di un collasso dell’euro, si disse che era indispensabile un passo avanti nell’integrazione europea. Nel Consiglio Europeo del giugno 2012, i Capi di Stato e di Governo assunsero alcuni impegni solenni. In quell’occasione, l’allora Presidente del Consiglio italiano minacciò di bloccare le deliberazioni del vertice se non si fossero presi impegni precisi sul sostegno alla ripresa da parte della Unione Europea, sull’unione bancaria e sull’unione politica. Questi propositi vennero fissati, ma di quel vasto programma delineato nel Consiglio Europeo non si è visto ancora  nulla  o quasi. In particolare, è scomparso l’impegno al sostegno della ripresa economica, sostituito dal suo esatto contrario, cioè dall’inasprimento delle regole fiscali. Come scrive giustamente Salvati, non bisogna confondere le regole con il Governo. In alcuni di questi campi sono state introdotte delle regole – per esempio il Fiscal Compact – in nessuno, il Governo.

Questa convinzione del procedere  asimmetrico del processo di integrazione, fatto di passi in avanti apparentemente spericolati che inducono un’accelerazione della convergenza politica, manifesta una hubris delle élites europee. Essa rivela una sfiducia di fondo nella possibilità che gli Stati europei e i loro cittadini siano pronti a fare, di loro spontanea volontà, i passi che conducono all’unione politica del Continente. Ci si rifiuta di accettare questo stato di cose e di preparare le condizioni che convincano gli europei ad unirsi fra loro. Si pensa che il modo migliore per giungere a questo traguardo sia quello di rendere impraticabile qualunque altra condizione. Forzare la scelta politica europea nella convinzione che essa sia comunque nell’interesse dei popoli europei. E’ una visione molto pericolosa che provocherà, a mano a mano che essa verrà percepita dai popoli europei, una reazione contro l’idea stessa di Europa.

Il modo di procedere qui  sommariamente delinato non è affatto, come molti pensano e dicono,  la versione aggiornata del cosiddetto “metodo Monnet”. Ne è, invece,  una deformazione profonda. L’idea che Jean Monnet, formulò in molti dei suoi iterventi all’inizio del cammino dell’integrazione europea, era che si dovesse procedere con gradualità, un passo alla volta,  in modo da fare apprezzare ai cittadini dei Paesi che compongono l’Europa i vantaggi che discendevano dalla loro collaborazione e di attendere, per compiere il passo successivo, l’evidenza del successo del passo precedente. Nella strategia della moneta unica è sparita l’impostazione gradualistica di Monnet: la scelta è stata quella di tagliare i ponti alle spalle, di rendere impossibile la ritirata anche di fronte a un andamento economico che, seppure in misura diversa e con motivazioni diverse, sta alimentando dubbi e riserve in tutti i Paesi membri. Costringere ad andare avanti nell’unione politica a causa di una crisi economica angosciosa e nel pieno di essa non è il modo migliore per fare amare dai popoli le istituzioni europee.

Il sostanziale insuccesso dell’Unione Monetaria Europea sta provocando la conseguenza di allontanare nel tempo l’unità politica europea. Oggi parlare di Europa, di passi ulteriori nel senso della sua unione, diviene difficile  sia nei Paesi che sentono più fortemente la crisi economica, sia nella stessa Germania. L’euro che doveva coronare il progetto di unificazione politica dell'Euorpa, ne sta divenendo il vero ostacolo.

L’idea che la crisi avrebbe spinto in avanti il processo di integrazione politica avrebbe potuto avere un qualche fondamento se le difficoltà della moneta unica avessero  investito tutti i paesi dell’euro allo stesso modo e nella stessa misura. In quel caso, si poteva sperare che nascesse un comune interesse ad andare avanti tutti nella stessa direzione. Invece, l’assetto incompleto della moneta unica provoca – come scrive lo stesso Salvati – effetti asimmetrici fra i paesi membri: per alcuni la condizione economica non è negativa, mentre per altri si manifesta quella che Salvati chiama giustamente un’asfissia progressiva.

La Germania ha ottenuto ed ottiene tali vantaggi dalla moneta unica nella sua attuale conformazione da non aver alcun incentivo a cambiare le cose. Per la Germania, la moneta comune significa un valore dell’euro probabilmente inferiore a quello che avrebbe raggiunto il marco da solo nel corso di questi anni e dunque una competitività delle merci tedesche sul mercato globale maggiore di quella che vi sarebbe stata in assenza della moneta unica. Inoltre, il cambio fisso in seno all’UME significa che la Germania non ha bisogno di preoccuparsi della concorrenza che le verrebbe dai Paesi con valuta debole. A questo doppio vantaggio della Germania corrisponde un doppio svantaggio dei Paesi del Sud dell’Europa e dell’Italia in particolare.

Questa diversità di conseguenze fà sì che, se per alcuni Paesi la crisi dell’euro potrebbe costituire uno stimolo ed un incentivo ad andare avanti nell’integrazione europea, per altri questo stimolo non c’è. Se i Paesi del Sud dell’Europa invocano una politica comune, la Germania non ne ha alcun desiderio. Per usare la giusta immagine di Salvati, buona parte dell’Europa chiede un Governo, la Germania offre soltanto Regole (restrittive). Ecco perché  si vede con chiarezza che  era ed è  assolutamente illusoria l’idea che dalla crisi dell’euro sarebbe scaturita una spinta verso l’ulteriore integrazione politica ed economica dell’Europa.

 

3. Vi è stato un secondo fattore che ha spinto a sottovalutare problemi che erano di per sé evidenti, almeno per gli economisti. È qualcosa che riguarda in modo particolare l’Italia. A ridurre la consapevolezza circa i problemi irrisolti della moneta unica ed attenuare quindi la pressione perché venissero adottate regole meno miopi e un’azione europea più lungimirante, vi fu la convinzione che le difficoltà di un Paese come il nostro non sarebbero derivate dalla moneta unica e dalle sue regole. Si riteneva che le nostre difficoltà derivassero dai problemi interni di funzionamento dell’Italia che l’euro metteva a nudo. Non bisognava guardare a Bruxelles o a Francoforte ma dentro casa nostra per conoscere le ragioni del rallentamento della crescita, poi del suo arresto ed infine della caduta, assai più grave che altrove, del reddito nazionale e dell’attività produttiva. Si trattava e si tratterebbe  esclusivamente delle conseguenze dei tanti problemi di buon funzionamento del sistema economico nazionale irrisolti da troppi anni.

Lo stesso Salvati, pur con qualche ambivalenza,  aderisce a questa tesi. Egli scrive che “in una situazione recessiva possono essere necessarie condizioni di domanda esterna favorevoli, disavanzi mirati a sostenere la domanda, insomma, rimedi keynesiani,” ma aggiunge immediatamente che “nel medio e lungo periodo, la ripresa di una crescita robusta è un problema di offerta” (pag.573). Salvati spiega, inoltre, che “’interpretare estensivamente o rilassare alcune delle regole più ‘stupide’ non è impossibile se a Bruxelles e nelle cancellerie dei Paesi che contano ci si convince che un Paese sta facendo i suoi compiti a casa (pag. 574). Ed ancora: “Riforme strutturali ed un atteggiamento più aperto da parte delle autorità europee vanno necessariamente insieme” (pag. 574).

 Queste affermazioni indicano una convinzione radicata  che la causa dei nostri problemi è interna e che sia una fuga dalla realtà accusare le regole della moneta unica, la politica della BCE, il tasso di cambio. La crisi era ed è inevitabile: senza il coraggio delle riforme (quali?) ed in attesa che esse operino il miracolo di rilanciare la nostra crescita, “I sette anni biblici delle vacche magre sono addirittura una prospettiva temporale ottimistica” (pag. 576).

Si rimane trasecolati da questa visione ‘ultratedesca’ dei nostri problemi. Sì, i rimedi keynesiani “possono”  essere necessari, ma quello che conta è trovare qualcuno capace di guidare il Paese verso la sua ormai indifferibile trasformazione! Ma la questione è  se i rimedi keynesiani siano necessari. Se lo sono, essi rimangono tali sia che il Paese in questione faccia  le riforme strutturali, sia che non le faccia. E poi perché sottovalutare il fatto che un andamento economico migliore rende socialmente meno arduo fare accettare delle riforme che colpiscono interessi costituiti o comportamenti consolidati nel tempo.

In realtà, l’Italia ha maturato un tale complesso di inferiorità, rispetto agli altri Paesi e alle istituzioni europee, da ritenere che il nostro “diritto” a politiche di sostegno della domanda aggregata nasca solo nella misura in cui siamo decisi ad affrontare nei tempi più solleciti le riforme strutturali che ci vengono prescritte dall’Europa.

Una conferma dell'approssimazione con la quale vengono trattati questi problemi, della foschia che circonda queste discussioni, è  proprio l’affermazione che nel periodo medio e lungo la ripresa dipenda dall’offerta. A me sembra che la distinzione fra un periodo breve, nel quale sarebbero ‘utili’ i rimedi keynesiani e un periodo medio e lungo, nel quale sarebbero  necessarie le riforme dal lato dell’offerta, contenga un equivoco.

Per formulare questi concetti con precisione bisogna fare riferimento al livello dell’occupazione. Fino a quando nel nostro sistema economico si registra una elevata disoccupazione, è indispensabile una politica della domanda aggregata che sostenga i consumi, gli investimenti, le esportazioni. Quando fossimo giunti alla piena occupazione e volessimo forzare la crescita ulteriormente, dovremmo ricercare, attraverso le cosiddette riforme, gli aumenti della produttività. Ma, fino a quel momento, a cosa servono le riforme  dal punto di vista dell’andamento dell’economia? Magari esse rischiano, come ha scritto un gruppo di economisti europei in un appello contro le politiche dell’austerità, di aggravare la crisi del Paese, esattamente come è avvenuto nell’ultimo biennio sotto i colpi dissennati inferti dal Governo Monti, senza neppure riuscire a ridurre né il rapporto fra il deficit e il PIL, né quello fra il debito pubblico e il PIL.

 

4.                Questo modo imperioso di richiamare il Paese all’obbligo di condurre le politiche dell’offerta con la minaccia implicita che, senza di esse, l’Europa avrebbe ragione di rifiutarsi di condurre le politiche di sostegno della domanda, ignora  una questione assolutamente cruciale che riguarda le condizioni economiche e sociali e quindi politiche nelle quali possono essere condotte le politiche dell’offerta.

         Si tratta di un punto molto delicato sul quale sarebbe forse opportuna qualche ulteriore precisazione. La  mia opinione è che una buona conduzione della politica economica richieda una gestione accurata della domanda nel breve, come nel medio e nel lungo periodo, tale da assicurare, mediante una combinazione di politiche monetarie e fiscali e dei riflessi che esse comportano sul tasso di cambio della moneta, una condizione continua di piena utilizzazione delle risorse disponibili. Questa condizione di sostanziale piena occupazione è anche la premessa per l’accettabilità delle riforme che possono influire sull’offerta, riforme che essenzialmente puntano alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro.

Nel corso degli anni, invece, in Italia, si è andata affermando l’idea che la piena occupazione dipenda essenzialmente dall’offerta e che, dunque, si tratti di introdurre le riforme, sopportare con pazienza la maggiore insicurezza sociale che esse determinano, in attesa, e nella fiducia, che quando esse saranno pienamente realizzate ed operative, si manifesterà una vigorosa ripresa che riporterà il Paese verso la piena occupazione e verso una condizione sociale più soddisfacente. Si aggiunge che le riforme sono impopolari e politicamente costose e, dunque, esse potranno essere introdotte solo in condizioni di necessità: ben venga dunque il vincolo esterno e che sia il più duro possibile!

Nel corso del 2012 questa visione della indispensabilità dell’austerità e delle riforme è stato il leit-motif del Presidente del Consiglio Monti, in piena sintonia con il canto delle sirene dell’Europa di Maastricht. Questa visione conservatrice è oggi smentita sia dalla rivelazione che alcuni celebri lavori ‘scientifici’ che le fornivano il supporto empirico – Rogoff e Reinhart   e Alesina e Ardagna – contenevano errori grossolani che ne inficiavano le conclusioni, sia dall’esperienza di questi anni. Il Fondo Monetario Internazionale ha oggi una posizione totalmente diversa dal passato a proposito delle politiche economiche che dovrebbero essere condotte; la posizione americana si muove lungo le stesse linee, così il Giappone. Che la BCE persista nel teorizzare l’austerità senza condizioni lo si può comprendere; E', invece, inaccettabile, che la Commissione Europea resti aggrappata a politiche che hanno aggravato la crisi in Europa. È francamente paradossale che gli economisti italiani siano ancora sotto l’influenza di queste teorie che hanno danneggiato il nostro Continente.

 

5. Per anni la questione che riguardava l’euro poteva essere riassunta in un semplice dilemma: si doveva considerare un errore la decisione di procedere all'introduzione della moneta unica prima di completare l’unione politica, oppure si trattava di un passo coraggioso che avrebbe accelerato la spinte verso l’unione politica? Oggi il problema non può più essere formulato in questi termini. L’introduzione dell’euro non ha accelerato e non accelera l’unione politica. Anzi, la crisi economica di questi anni, che l’euro ha accentuato, fa riemergere vecchie differenze o vecchi fantasmi del passato e ne genera di nuove. I popoli europei sono meno vicini fra loro che in passato. In molti paesi, dalla Grecia alla Francia, la crisi economica mette il vento nelle vele della destra estrema. 

Se, come scrive Salvati, la continuazione della situazione attuale porta all’asfissia mentre il tentativo di uscirne rinunziando alla moneta unica porta alla catastrofe, e se, come egli teme, si rischia di avere in sequenza, prima l’asfissia e poi la catastrofe, allora non basta osservare la situazione: bisogna porsi un interrogativo di ordine politico. Oggi la questione da affrontare si pone nei termini seguenti: se l’euro sta dividendo l’Europa, vogliamo difendere l’euro e mettere a rischio l’Europa, o vogliamo difendere l’Europa? Il dilemma è reale, poiché noi sappiamo che solo l’integrazione europea ha consentito all’Europa, uscita dalle due guerre mondiali del Novecento, di evitare che si creasssero le condizioni per un ulteriore drammatico ritorno alla guerra e, dunque, non possiamo permetterci di rischiare di distruggere i risultati di questo processo iniziato all’indomani della fine della guerra e durato oltre cinquanta anni.

Se la moneta unica porta in molti Paesi all’asfissia e poi alla catastrofe, non sarebbe meglio studiare una via di uscita comune da un sistema che ha eliminato la possibilità di operare un aggiustamento della competitività degli Stati attraverso la rervisione dei tassi di cambio? Perché imporre che questi aggiustamenti avvengano soltanto attraverso la deflazione interna, senza prevedere che una parte dell’onere cada sui Paesi in surplus, come era previsto nel sistema di Bretton Woods ed anche nelle regole (che la Bundesbank si rifiutò di applicare) dello SME?

Il problema va ricondotto ai suoi termini politici essenziali: se davvero, come scrive Salvati nelle sue conclusioni, non si intravvede un lieto fine alla storia di questi anni, allora bisogna decidere se sia più utile salvare  la moneta unica o il progressivo avvicinamento politico fra i Paesi europei, che è il lascito sostanziale dei padri fondatori dell’Europa. Forse si sta avvicinando il momento in cui bisognerà scegliere fra queste due alternative. Non potrebbe essere compito di una classe dirigente europea degna di questo nome preparare una soluzione che reintroduca la flessibilità dei cambi in Europa, salvaguardando tutto il resto dell’acquis europeo?  In altre parole, se prima pensavamo che potessimo avere in una qualche sequenza la moneta e l’unione politica, oggi il problema sta diventando che dobbiamo scegliere fra la moneta e l’unione politica. E se è così, credo che la scelta non possa che cadere sull’unione politica, cioe in definitiva sulla convivenza fra gli europei.

Forse, costruendo la moneta unica nel modo in cui la è stata realizzata, si è gettato un sasso nell’ingranaggio delicato dell’avvicinamento progressivo fra i popoli europei. Pongo il problema in termini interrogativi, perche vorrei che, almeno questa volta, si discutesse per tempo, prima che i processi si mettano in moto in modo inarrestabile. Se abbiamo messo un sasso in un ingranaggio delicato, forse adesso dobbiamo decidere se togliere con coraggio il sasso e salvare l'ingranaggio.

Ricordando la saggezza di Machiavelli, speriamo di non leggere, fra qualche anno, che sarebbe stato necessario affrontare per tempo il problema politico dell’euro.

Giorgio La Malfa

 

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