Perché un Euro debole rischia di azzoppare le aziende europee

di Paolo Savona - 26/03/2010 - Economia
Perché un Euro debole rischia di azzoppare le aziende europee

I recenti andamenti del valore esterno dell’euro – che ieri ha registrato il suo minimo da dieci mesi rispetto al dollaro e il minimo storico a fronte del franco svizzero - inducono a ritenere che il pericolo venga dalla debolezza della moneta europea dovuta a un improbabile, forse impossibile default del debito pubblico greco; ma non è questo il punto. Il problema è la Germania. Questo paese – ricco in tutto, dalla filosofia alla musica, all’arte e … al pil – è una fonte continua di guai per l’Europa. Saltando a piè pari il passato, va ricordato che i tedeschi hanno beneficiato della solidarietà internazionale per riprendersi dopo la sconfitta bellica, per proteggersi dall’influenza sovietica e per riunificarsi senza “pagare pegno” alla Comunità Europea. Recuperati spinta e prestigio, la Germania ha inzeppato il Trattato di Maastricht di parametri stabiliti a suo uso e consumo e i Patti successivi di vincoli che attingevano la ratio dalla loro valutazione che l’Europa fosse frequentata da paesi sconsiderati.

Quando il contagio della crisi americana ha fatto saltare il rispetto dei parametri e dei vincoli, la Germania era già preparata al peggio, avendo introdotto regole nella sua costituzione per impedire che saltasse la corazza protettiva europea; ogni volta che si delinea la necessità di un diverso patto per restare uniti e per avere voce in capitolo all’estero, Berlino oppone l’obiezione che il suo regime costituzionale non lo consente. Ciò potrebbe anche essere oggetto di ammirazione, ma è più sensata la richiesta della Commissione alla Germania di manifestare un rinnovato “impegno europeo”.

Voci non minori (come quella di Otmar Issino, ideologo dell’euro), affermano che i due pilastri su cui si regge l’Unione – il regolamento della concorrenza e la sovranità monetaria – non preludono all’unione politica del Vecchio continente, come invece affermarono i proponenti, Delors e Jenkins, senza essere smentiti neanche dai tedeschi. Vi era quindi un arrière-pensée che impedisce il progresso dell’UE.

L’impossibilità a procedere verso l’unione politica è stata percepita dalla speculazione, prima sul debito greco, poi sull’euro. E’ quasi inutile ribadire che l’UE o è politica o non lo è. Non lo è invece avvertire che il deprezzamento “salutare” dell’euro, nel mettere in luce le carenze della sua architettura istituzionale, crea pericolose illusioni negli esportatori europei, dato che l’euro è destinato ad apprezzarsi a seguito dell’inevitabile deprezzamento del dollaro. Oggi il futuro della moneta europea è incerto sia perché sta perdendo presa come moneta di riserva internazionale, sia perché il dollaro non ha alternativa negli scambi mondiali. Le stesse incertezze politiche le ha anche lo yuan. Ne consegue che l’euro potrebbe mantenere il suo valore attuale o scendere ancora. Se però gli esportatori contano su questo deprezzamento per programmare il loro futuro produttivo potrebbero trovarsi spiazzati.

Gli Stati Uniti hanno ancora un elevato deficit da finanziare e il surplus della Cina sembra perdere consistenza, come pure la sua volontà di investire in titoli americani. Il mondo è una selva di squilibri di bilance estere e di bilanci dello stato, che impedisce ogni previsione. Per ora l’euro aiuta lo sviluppo, ma per quanto tempo? Parafrasando il drammatico annuncio dell’Apollo 13, chi è più attento alle sorti dell’Europea avverte oggi lo stesso pericolo: Bruxelles, we have a problem.

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