Euro, dollaro e inflazione: chi ha incastrato Roger Rabbit?

di Paolo Savona - 30/07/2008 - Economia
Euro, dollaro e inflazione: chi ha incastrato Roger Rabbit?
Nei giorni scorsi siamo stati investiti da due importanti indicazioni in fatto di moneta europea: l’accumulo di riserve ufficiali in euro si è arrestato al 25% delle ingenti consistenze in mano alle autorità ufficiali e la crescita della quantità di moneta nella stessa valuta si è ridotta di poco, ma è sempre prossima a un saggio del 10%. Poiché il reddito reale cresce moderatamente, l’l% se andrà bene, mentre l’inflazione aumenta, si ritiene che superi il 4%, e il credito diminuisce, è lecito domandarsi dove finisce tanta moneta.

La spiegazione avanzata da tempo su queste stesse colonne è che la Bce, in barba alle sue ripetute dichiarazioni di insostenibile incompetenza sul cambio, abbia “servito” le conversioni di dollari in euro, indebitando implicitamente l’euroarea “per niente”, ossia non per finanziare un eccesso di investimenti rispetto al risparmio come fanno Stati Uniti e Regno Unito. Se così fosse, la riterremo una saggia politica di attesa delle scelte sui cambi dei Paesi membri, ai quali non suggeriamo di assecondare un ruolo internazionale dell’euro. Sarebbe l’ennesimo errore europeo che solo in pochi capiscono e, quei pochi, vengono tenuti fuori dalla porta dei Consigli europei che trattano questo argomento.

I conti tra domanda e offerta di moneta per ora non tornano neanche nell’euroarea, dato che le due ricordate informazioni sono in palese contraddizione. Forse torneranno in futuro, quando l’inflazione creata da un eccesso di offerta monetaria pareggerà i conti spostando il peso sulle spalle dei cittadini europei. Abbiamo già avvertito che il problema nasce economico e finisce politico. Le banche e le imprese si salveranno dalla crisi, ma la patata calda resterà nelle mani della società attraverso un minor potere di acquisto dei redditi da lavoro e una maggiore disoccupazione. Con la politica che non sa fare altro che ridistribuire il reddito senza costruire opportunità. Siamo in piena emergenza culturale.

Non resta quindi che rivolgersi alla fertile fantasia di Robert Zemeckis per un remake di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, con la Bce nelle vesti di Jessica che si confessa “io non, sono cattiva, è che mi disegnano così” e la Fed in quella del “cattiva” Marvin, della Acme Corporation, creatore di cartoni animati (subprime e derivati). Magari affidando al “detective” R.K, Maroon il compito di “dare una svegliata” a Roger Rabbit in versione Ue “affinché torni al lavoro”.

Fuori metafora, non siamo tra quelli che ritengono necessario che la Bce renda pubbliche le minute delle sue riunioni, ma siamo altresì convinti che essa debba rendere pienamente conto delle sue azioni, non come si formano, ma nei loro impatti sull’economia reale e sui cambi, oltre che sull’inflazione attesa e realizzata. Ciò è tanto più urgente e importante, quanto più durerà l’assenza di un’unione politica europea espressa da organi democratici propriamente definiti. In queste condizioni non si sa da chi la Bce debba essere indipendente, assumendo in parte le sembianze di un’istituzione anarchica “di ritorno”.

Noi riteniamo che la Bce sia restata incastrata tra il mismanagement monetario e finanziario degli Stati Uniti (che solo adesso comincia tenuamente a denunciare) e la mancata unione politica della comunità europea con spaccatura tra euroarea e area di altre monete europee libere di regolarsi secondo gli interessi nazionali. Eppure tutti i Paesi membri beneficiano dei vantaggi del mercato comune (solo ipotetico e forse dannoso finché esistono più monete) e patiscono delle fisime fiscali valide per tutti in un mondo dove la fiducia nel futuro è più importante della stabilità del presente; ammesso che si riesca a raggiungerla e sulla quale la realtà stessa provvede a sollevare i dubbi.

Nessuno ci convincerà che Jessica e Marvin non facciano la “farfallina” e non vediamo all’orizzonte un Maroon (Sarkozy?) capace di dare una svegliata all’Europa. Viviamo un mondo dove cartoni animati e realtà si scambiano i ruoli e chi paga sono sempre le formiche, ossia il popolo industrioso e risparmiatore. Ma qui dovremmo cambiare copione, rivolgendoci ad altri ben noti autori nostrani che trattano l’argomento.

da Il Messaggero del 28 luglio 2008
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