Euro forte: intervengano i governi

di Giorgio La Malfa - 27/04/2007 - Economia
Euro forte: intervengano i governi
Stiamo assistendo da molto tempo a una progressiva rivalutazione del tasso di cambio dell’euro nei confronti del dollaro e delle altre principali valute. All’atto dell’avvio della terza fase dell’Unione Monetaria, nel 1999, la parità venne fissata a circa 1,20 dollari per euro. Subito dopo l’euro registrò una flessione che lo portò prima alla pari e poi al di sotto della parità con il dollaro, fino a un tasso di cambio di circa 0.80 dollari per euro. Toccato quel minimo, l’euro si è progressivamente ripreso, aiutato anche dalla scelta della BCE di mantenere i tassi di interesse europei a livelli più elevati di quelli degli Stati Uniti. Dopo avere superato il punto della parità, l’euro si è collocato per un certo tempo attorno a un cambio di 1,20 dollari per euro. Dopo di che,  in queste settimane, le quotazioni dell’euro sui mercati dei cambi sono ulteriormente cresciute fino a sfiorare il livello di 1,40 dollari per euro.

In un’intervista rilasciata questa mattina al Corriere della Sera ho sostenuto che la continua rivalutazione dell’euro sta già creando ed è destinata in misura crescente nel tempo a creare problemi molto gravi di competitività internazionale delle produzioni europee nel loro complesso e di quelle del nostro paese in particolare. E’ evidente che, data la specificità e univocità  del mandato affidato dal Trattato di Maastricht alla Banca Centrale Europea, questa non possa che considerare positivamente la rivalutazione dell’euro per i suoi effetti di calmiere sui prezzi delle materie prime e in genere dei prodotti importati in Europa. Ma è altrettanto ovvio (o dovrebbe esserlo) che  il tasso di cambio dell’euro nei suoi riflessi sulla competitività e quindi sull’occupazione in Europa non può che essere oggetto di attenzione e di esame da parte dei Governi europei. Di questo tema si parla troppo poco, quasi che i Governi europei non possano fare nulla ed anzi che non abbiano compito alcuno in questa materia. Poiché le cose non stanno così, ho sollecitato, nell’intervista, una considerazione esplicita di questi problemi da parte della Commissione Europea e del Consiglio dei Ministri.

La base testuale per queste mie affermazioni è l’articolo 109 del Trattato di Maastricht (divenuto ora l’articolo 111 nella versione consolidata dopo il Trattato di Nizza). Questo articolo fissa le responsabilità in seno all’Unione Monetaria Europea in materia di tassi di cambio. In particolare, il comma 1 si riferisce alle situazioni nelle quali l’Unione Europea partecipi a un meccanismo di cambi fissi, mentre il comma 2 riguarda le situazioni di fluttuazione libera dei cambi come è nella situazione attuale.
Il testo del comma 2 è il seguente: “In mancanza di un sistema di tassi di cambio rispetto a una o più valute non comunitarie, ....il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su raccomandazione della Commissione e previa consultazione della BCE, o su raccomandazione della BCE, può formulare gli orientamenti generali di politica del cambio nei confronti di dette valute. Questi orientamenti generali non pregiudicano l’obiettivo prioritario del SEBC di mantenere la stabilità dei prezzi.” Si tratta di un testo formulato in termini ambigui, probabilmente come riflesso di un difficile negoziato in sede di preparazione del Trattato di Maastricht. In quella circostanza la Germania si oppose a una attribuzione agli organi politici europei della responsabilità delle politiche del cambio, sostenendo che quelle decisioni avrebbero potuto interferire con lo svolgimento del mandato antiinflazionistico della BCE. Da questo dissenso è nata la formulazione della parte finale del comma e l’affermazione che gli orientamenti sul cambio “non pregiudicano l’obiettivo della stabilità dei prezzi” nella quale non si comprende esattamente se l’obiettivo della stabilità dei prezzi debba far parte delle questioni di cui il Consiglio deve tener conto nel deliberare sulla materia o se invece la BCE sia libera dall’obbligo di concorrere alle decisioni del Consiglio qualora nel suo giudizio esse possano influire negativamente sulla dinamica dell’inflazione.

Forse per il contrasto in sede di elaborazione del Trattato, forse per le difficoltà interpretative del testo, nel corso di questi anni non risulta che l’articolo 111 abbia subito una qualche applicazione. Risulta anche che in una deliberazione del 13 dicembre del 1997 il Consiglio Europeo abbia espresso l’orientamento che l’articolo in questione dovesse trovare applicazione solo in “circostanze eccezionali.” E  tuttavia chi può stabilire a priori se le circostanze nelle quali oggi si trova l’euro siano da considerarsi normali o eccezionali. Per questa ragione, ritengo indispensabile aprire una discussione su questo aspetto del meccanismo della Unione Monetaria Europea. Il problema viene posto in primo luogo per evitare che materie di rilevanza assoluta per il futuro delle economie europee e che lo stesso Trattato di Maastricht, che pure esprime uno spirito complessivamente ultraliberista, ha assegnato alla responsabilità politica dei Governi europei e della Commissione, vengano lascoiate a se stesse o all’esclusiva cura della Banca Centrale ed in secondo luogo per richiamare tutte le parti in causa a assumersi esplicitamente le proprie responsabilità. Questo vale per la Commissione Europea cui l’articolo 111 comma 2 assegna il compito di proporre al Consiglio una raccomandazione (che potrà essere nel senso di esprimere un orientamento, oppure nel senso che non ve ne sia bisogno), ma anche per i Governi degli Stati membri che debbono valutare se vi siano o no le condizioni per sollecitare una raccomandazione della Commissiuone e una deliberazione del Consiglio.

Nelle circostanze attuali non si può rinunziare a esperire le procedure previste dai Trattati europei. Ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità.

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