Giorgio La Malfa diceva che “la crisi italiana porterà con se la crisi dell’unità nazionale italiana” (Il Riformista del 20 maggio 2010). Secondo Robert Skidelsky, Keynes non credeva che gli economisti sapessero prevedere i fatti ma credeva che gli economisti sapessero certamente dire quali fossero le conseguenze di un fatto. L’esistenza dell’euro è certamente un fatto. E le conseguenze dell’esistenza dell’euro sono proprio quelle indicate da La Malfa: che esso possa generare una frattura nella nostra unità nazionale. Il Mezzogiorno d’Italia, osservato con le lenti della finanza pubblica e della bilancia dei pagamenti, come se fosse l’economia di uno Stato sovrano, è uguale alla Grecia: largo deficit pubblico ed importazioni nette. Lavoro nero e gettito fiscale inadeguato a coprire la dimensione eccessiva delle spese statali.
Una economia che consuma più di quanto riesca a produrre e deve essere sussidiata per sopravvivere. Circostanza che non si può reiterare in eterno. Certo, l’Italia non è un paese importatore netto e la struttura del bilancio nazionale, nonostante il Mezzogiorno, è molto meno critica di quella della Grecia. Ma esiste una marcata differenza tra Nord e Sud mentre questa diversità radicale è stata ulteriormente dilatata, come dice La Malfa, da incongrue politiche che si dichiaravano, paradossalmente, finalizzate a chiudere la differenza medesima.
L’euro, invece, è un fatto preoccupante in ragione del metodo e del modo con cui è stato realizzato. Non esiste uno Stato Sovrano che non poggi su tre piedi: la moneta, la feluca e la spada. Non può esistere, senza generare problemi, una moneta che non sia emessa da uno Stato sovrano, governata dentro e fuori del perimetro nazionale, con la forza e la politica estera di cui quello Stato disponga. L’Unione Europea non è uno Stato sovrano e nel suo perimetro convivono un club monetario, i paesi che utilizzano l’euro, ed un club commerciale, quelli che accettano il mercato unico, inclusi i paesi del club monetario.
Un mercato unico, nel quale convivano Stati sovrani, non può fare a meno di una politica comune di sviluppo, governata in maniera consapevole e nell’interesse di tutte le economie che ne devono trarre vantaggi. E non si tratta solo del bisogno di ridurre le differenze nei tassi di crescita e nei livelli di reddito tra tutte le economie. Si tratta di realizzare la condizione necessaria perché l’intero sistema possa crescere e, per questa strada, chiudere non solo i divari reali ma anche gli squilibri della finanza pubblica. Un deficit crescente, perché nelle economie deboli gli attori richiedono eccessivi sussidi pubblici mentre quelle forti sono export led, alimenta il debito ed il debito è solo una tassa differita: prima o poi si accende la spirale viziosa tra spese ed imposte e si precipita nella recessione dei paesi deboli, che si tirano dietro anche una parte dei “meno forti”.
Ma se l’Unione Europea rischia di sgretolarsi sotto le pressioni generate dalla combinazione tra disparità nazionali e moneta unica, uno Stato diviso al suo interno non può neanche immaginare di utilizzare una moneta unica, che si apprezza secondo i desiderata del paese export led, la Germania, ed, insieme, di poter crescere quanto basta per riequilibrare i propri conti pubblici, come richiede l’appartenenza al sistema della moneta unica. Se la regione debole del nostro paese fosse una contenuta parte dello stesso si potrebbe forse resistere ed andare avanti. Dal 1995 ad oggi sia il Mezzogiorno che il triangolo industriale crescono molto meno della media italiana e, purtroppo, rappresentano insieme il 54% del prodotto interno lordo. Se non crescono entrambi non cresce il paese ed è improbabile che la parte residua dello stesso possa compensare questo gap. Prima o poi quella parte finisce per essere incompatibile con l’altra parte.
Esiste, naturalmente, una opzione simmetrica ed alternativa. Se l’Unione Europea si accettasse per quello che è - un’area monetaria non ottimale - e proiettasse se stessa nel possibile equilibrio mondiale, affiancandosi e non contrapponendosi agli Stati Uniti, allora cambio e squilibri delle bilance dei pagamenti potrebbero trovare un equilibrio compatibile con la crescita. Essendo la crescita la risorsa necessaria per ritrovare ragionevoli equilibri anche nelle finanze pubbliche. Italia ed Unione Europea sono molto simili. Entrambe devono guardare oltre i propri perimetri per trovare una strada praticabile ed evitare di essere catturate dal ricatto dei “luoghi”, delle piccole patrie. Un criterio guida che vale anche per la Germania, ovviamente. Ma che, comunque, ha risolto rapidamente il proprio dualismo interno tra Est ed Ovest. E coltiva come subfornitori alcuni paesi, membri solo del club commerciale, e le regioni del nord est italiano.
da Il Riformista del 25 maggio 2010
Massimo Lo Cicero è un economista che vive tra Napoli e Roma, ed insegna nelle Università di Tor Vergata e de La Sapienza. Si ...
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