L'Europa dia subito un segnale

di Paolo Savona - 09/02/2010 - Economia
L'Europa dia subito un segnale
Superata la fase più pericolosa della crisi finanziaria mondiale del settore privato originata da una concezione monetaria lassista della politica americana, ha preso avvio la crisi della finanza pubblica che si è accollata parte del debito delle banche e delle grandi finanziarie multinazionali per impedire conseguenze più gravi sull’occupazione e sul benessere dei cittadini. Ma vi è di più. Alla base dell’iceberg vagante della finanza pubblica della Grecia non ci sono solo gli effetti della crisi globale, ma anche quelli legati alla rivelazione della reale consistenza del debito pubblico, che ha causato una crisi di credibilità su tutti i Paesi in analoghe condizioni.

I
l problema di una dimensione eccessiva del debito pubblico è oggi comune a molti Paesi ed è stato avvertito da tempo dalle pubbliche autorità, le quali però, ancora una volta, si sono limitate a preannunciare una generica exit strategy, senza prepararsi ad affrontare casi come quello della Grecia. Le società di rating hanno inviato uno warning (avvertimento) perfino agli Stati Uniti, mettendoli in guardia sul ratto che, se non trovano una soluzione convincente per crescita del loro indebitamento pubblico, saranno costrette a rivedere il triple A, ossia la valutazione massima assegnata da sempre ai loro titoli di Stato. Il mercato, inoltre, ha letto Grecia, ma ha pensato Portogallo, Spagna, Irlanda, pronta ad allargare la rosa dei sospettati. Le notizie che si sono susseguite dalla dichiarazione di insolvenza della finanziaria Dubai World hanno creato nuove tensioni sul mercato e, insieme ai contrasti per le nuove regole bancarie e finanziarie, hanno alimentato la speculazione al ribasso facendo arretrare per ammontari consistenti i valori di Borsa.

C’è da sperare che il vertice dei ministri finanziari di Iquality Canada non si limiti a scagliarsi contro la speculazione, minacciando ferro e fuoco e, tanto per cambiare, maggiori tasse. I più saggi hanno compreso che la speculazione è alimentata dai bassi tassi dell’interesse e, pertanto, se vogliono combatterla devono cambiare politica monetaria piuttosto che regole. La riduzione delle quantità di moneta si scontrerebbe però con la necessità di largheggiare nel credito per far riprendere gli investimenti, mentre l’innalzamento dei tassi dell’interesse ufficiali causerebbe una crisi ancora più grave nella finanza pubblica per le conseguenze sui deficit di bilancio derivanti dai maggiori oneri che graverebbero sull’indebitamento degli Stati.

Appare sempre più chiaro che non è possibile salvare capra e cavoli, come hanno tentato di fare. Come appare anche evidente che il problema più urgente non è quello dei nuovi regolamenti, pur sempre necessari, ma di lavorare sulle condizioni che creano gli iceberg vaganti come quello greco.

Non è ancora possibile tornare al privato, per la natura stessa dei problemi (troppa moneta che alimenta la speculazione e troppo debito pubblico che alimenta nuove crisi finanziarie) e, pertanto, occorre stringere le maglie della cooperazione internazionale; ad esempio - e sempre che sia possibile - rilanciando il ruolo politico del Fondo Monetario Internazionale, come proposto dal nostro ministro dell’Economia. La forma più efficace sarebbe la concessione di garanzie che fungano da scudi protettivi per l’attuazione di seri piani di rientro dagli squilibri dei bilanci pubblici, delle bilance dei pagamenti, dei rapporti di cambio e dei tassi dell’interesse. La reazione positiva del mercato al comunicato del G20 di Londra dello scorso anno, nel quale gli Stati dichiararono di voler procedere ad attuare politiche monetari e fiscali “non convenzionali” per affrontare il diffondersi del contagio, è la più chiara testimonianza dell’apprezzamento che ricevono dagli operatori le iniziative coordinate, ancorché dosate dai singoli Paesi secondo necessità.

Sarebbe ingenuo sottovalutare il peso degli egoismi nazionali nell’ostacolare siffatti accordi; ma se l’Unione Europea - e notamente l’euroarea, essendo la comunità di Stati più interessata a una convergenza politica — trovasse il modo di attuare sistemi di garanzia per il debito pubblico dei Paesi-membri, di controllo del cambio estero dell’euro, di adattamento dei tassi dell’interesse alle condizioni esterne e di aggiustamento degli squilibri interni di bilancia commerciale, manderebbe un segnale forte all’analogo accordo che dovrebbe subentrare tra Cina e Stati Uniti sugli stessi temi. A. quel punto una nuova Bretton Woods sarebbe possibile e, con essa, anche una nuova regolamentazione bancaria e finanziaria che non sommi problemi a problemi.

Questo è il quotidiano che, per l’autorevolezza dei suoi giornalisti e collaboratori, ha sempre condotto una campagna di sollecitazione dell’unione politica europea, non limitandosi ad avanzare auspici, ma indicando soluzioni concrete. Ci attendiamo che qualcuno raccolga i nostri inviti a prendere posizione in un’Europa che ha avuto, ma non ha ancora assimilato, le grandi lezioni dalla storia, che gli altri ignorano per i loro vani desideri di grandeur.

da Il Messaggero del 7 febbraio 2010
http://aoload.com/ - http://benidilusso.com/ - http://pcwatchtv.com/ - http://siemensfreaks.com/